Laura Caparrotti, e la missione del teatro italiano a New York May 04 2016

Di Mariagrazia De Luca

deluca.marymary@gmail.com

Una fredda giornata di primavera inoltrata, è il primo di maggio, ma sembra essere ritornati nel pieno dell’inverno qui nel West Village. Dalle ampie finestre della casa di Laura Caparrotti si intravedono i grattacieli di downtown Manhattan avvolti nella foschia e nella pioggierella che da ore sta cadendo su New York. La mia attenzione è attirata dalle maschere provienti da tutto il mondo appese su una parete della casa. Quella di Totò mi ricorda che Laura Caparrotti, tra le tante cose è anche rappresentante ufficiale in America di Totò e della famiglia De Curtis.

Attrice, direttrice artistica, giornalista, guida turistica, insegnante, fondatrice del KIT Kairos Italy Theater Inc., una compagnia che diffonde la cultura italiana nel mondo… sono solo alcune delle tante cose a cui Laura si dedica. “Cosa non hai fatto, Laura, mi viene da chiederti dopo aver letto la tua biografia?”, le chiedo.Non farmi questa domanda, che magari mi viene voglia di farlo”, mi risponde con un sorriso.

Con Laura chiacchieriamo di tutto, di teatro, di New York e di Roma, la sua città natale, casa, o meglio una delle due. “Casa”, infatti, è anche New York, impossibile da lasciare. Sono ormai da 20 anni che Laura vive nella Grande Mela, nel West Village, un quartiere che è cambiato tantissimo.

“Washington Square Park era un luogo pericoloso, lo chiudevano di notte. E ogni volta che lo attraversavi, si sentiva un vociare di ‘Smoke? Smoke? Smoke?’. Mi ricordo, una sera un camion della polizia fermava tutte le macchine, controllando l’alito di ogni persona. Hanno arrestato un sacco di gente”.

Le chiedo di raccontarmi di una New York che non esiste più, degli anni ‘80 e ‘90. “L’11 settembre ha dato una bella botta al cambiamento… Sono arrivata a New York il 4 luglio del 1993, e mi sono subito innamorata. Sono andata a Bleecker street a festeggiare, una Bleecker street che non esiste più. E c’erano tanti locali che appartenevano ancora alla generazione degli anni ’70 e ’80. Pyramid, Webster Hall, Lamelight che oggi è diventato un mall ed era un tempo la discoteca più “controversial”. Il Meatpacking district era ancora il Meatpacking district. Di giorno c’era il mattatoio, dove lavoravano e vendevano carne, e di sera delle porticine aprivano su localini autentici anche se un po’… curiosi.”

La New York degli anni ‘90 descritta da Laura è un posto difficile, pericoloso, che veniva appena fuori dagli anni contradditori e ribelli ‘70 e ‘80. “Lamelight era una sorta di continuazione dello Studio 54. Mi ricordo una sera la moltitudine di gente che ballava andando da una parte all’altra come delle onde, mentre delle ragazze si muovevano in gabbie rotanti. C’era una dark room, e molta droga girava di cui non si sapeva niente. Io ne stavo alla larga, ma una nostra amica svizzera prese una pillola e perse i sensi. Dovemmo portarla a casa subito, ci prese un colpo.

Le chiedo se è vero che molti artisti stanno lasciando New York, perchè non è più quella di una volta, oltre ad essere carissima.

“Tutti i newyorkesi che fanno arte stanno andando a Detroit, ma io rimango qui. Inoltre, lo dico sempre, io non vivo in America, ma vivo a New York”.

Chiedo poi a Laura di parlarmi della quarta edizione festival da lei fondato, “In scena! Italian theater festival Ny”, in corso nella Grande Mela (dal 2 al 16 maggio). 

“Voglio dare una vetrina di quello che è il teatro italiano. Per gli italiani che sono in vacanza a New York può essere un’occasione unica per vedere spettacoli che non hanno avuto la possibilità di vedere in Italia. Sono tutti attori importanti e bravissimi, gli spettacoli tutti diversi tra loro, ripetuti sia a Manhattan che in altri distretti, rivolti a tutti, italiani e americani, in quanto vi sono i sopratitoli. Abbiamo tanti eventi nel calendario, andiamo anche in un centro di Probation, di libertà condizionta nel Bronx. I clienti scrivono poesie in inglese, i nostri artisti le traducono in italiano, e  poi durante la performance vengono lette in entrambe le lingue.”

Tra i tanti spettacoli, mi racconta Laura, vi è Adam & Eve, che racconta lo sviluppo del rapporto tra uomo e donna dai tempi di Adamo ed Eva fino ai giorni nostri.

“Scritto da Mauro Santopietro, Adam & Eve è uno spettacolo ‘visivamente e visualmente’ molto bello. Poi abbiamo Pinocchio Fellini, raccontato con occhi felliniani, quindi con la componente del circo e sogno. Diario di una casalinga serba è il monologo realizzato da una attrice serba, in cui racconta la Serbia dai tempi della guerra fino ai giorni nostri. Cuoca primavera è invece uno spettacolo per i più giovani, sulla tematica del cibo. Ocean Terminal, infine, è la storia di Piergiorgio Welby. L’attore è bravissimo, ha lavorato con grandi registi del calibro di July Taymor”.

Quanta passione per il teatro emerge dalle parole di Laura, e soprattutto per il teatro e la cultura italiana.

“Ogni volta che porto spettacoli e presento testi italiani qui mi sento dire “Che bello!” e io gli rispondo che lo sapevo da un pezzo, ma il problema è  la difficoltà di far arrivare fin qua la nostra unica cultura”.

“Cosa ha la cultura italiana che la rende tanto unica?” domando a Laura.

“Dal primo paesino situato al confine più a nord dell’Italia, fino a quello più a sud c’è una varietà e diversità incredibile. Se dovessimo fare una mappa a colori l’Italia sarebbe una di infinite sfumature. Ed è questa la bellezza del nostro paese: non siamo due o tre cose, ma siamo una infinita varietà di modi artistici di fare teatro, di lingue, di gestualità, di abitudini, di pensieri, di respiri. La nostra cultura nasce dall’assemblamento, dall’incontro di tante culture che sono passate per il nostro paese ed hanno buttato dei semi che nel corso del tempo ha dato questa cultura infinita”.

Tuttavia vi è come un senso d’impotenza che emerge dalle parole di Laura. “Mi viene voglia di fare ventimila cose, come portare in scena testi, storie, libri… un lavoro infinito, ma putroppo non sappiamo ancora venderci bene all’estero”.

La mia attenzione è catturata da un vocabolario Italiano-Napoletano appoggiato sulla sua libreria. Uno dei lavori di Laura infatti è quello di Dialect-Coach, che consiste nell’insegnare la corretta dizione di dialetto agli attori.

“Mi è capitato suprattutto di lavorare con il dialetto sicialiano e napoletano, che sono quelli della mafia. Tra l’altro io sono in parte meridionale, e ho un’affinità con questi dialetti. E’ divertente come lavoro, ma ci tengo molto. Spesso la traduzione in questo paese viene vista come una sorta di “colore”, che si può fare utilizzando Google Translate. Ci hai fatto caso che nella maggiorparte dei film gli Italiani ripetono solo ‘Ciao, ciao, subito, bello bello…” Gli attori si stupiscono a volte di come io sia precisa. Spesso ho dovuto impormi per far rispettare l’uso corretto del dialetto”.

Chiedo poi a Laura di consigliare a tutti i lettori del Il mio viaggio a New York delle immancabili esperienze teatrali da fare.

“Immancabile, un musical di Broadway. Consiglierei più quelli di antica data, tipo Il fantasma dell’Opera o Chicago. Non andrei a vedere teatro puro, che non sia un musical, a Broadway, perché sarebbe un po’ noioso e difficile da seguire, a meno che non si vada a vedere qualche “divo”. Ormai il teatro è pieno di attori di Hollywood, che spesso non sono eccezionali e vengono stroncati, come Julia Roberts. Ma stiamo parlando di Julia Roberts (ride). Durante il natale, il Christmas Show al Radio City Music Hall, è tipico. E’ interessante anche avventurarsi nei teatrini più piccoli”.

Per quanto riguarda i posti di New York da visitare, Laura consiglia di organizzare sempre una giornata fuori da Manhattan. “Consiglio di vedere tutti i distretti, è molto interessante andare nel Bronx, a Staten Island, nel Queens. Nel Bronx c’è il Giardino Botanico, stupendo. E anche la maggioranza dell’Art Deco di tutta la città anche se sono edifici un po’ decadenti. I due musei da non perdere, il Metropolitan e la Freak Collection. Anche il Museo della Città di New York, che ha mostre interessantissime sulla città e il Museo degli Indiani di America a Battery Park, piccolino e gratuito. Il Museo di Storia Naturale lo consiglio alle famiglie con ragazzi.”

Il tuo posto del cuore a New York, Laura?

“Il Village. Per puro caso ho vissuto sempre qua, è casa. Poi il porticciolo del Financial District e la camminata che porta fino a Battery Park… mi dà una serenità. Amo Harlem, ma, ripeto, non esiste solo Manhattan. Spingetevi oltre.”