Volete avere il visto per studiare inglese a New York? Ecco i consigli per quando vi intervistano al Consolato March 25 2015 6 Comments

           

“Turista fai da te? No Avvocato? Ahi! Ahi! Ahi!” Negli ultimi mesi, tanti, troppi italiani stanno provando la brutta e amara sensazione del diniego di un visto da parte di uno dei consolati americani in Italia. Si tratta di una vera e propria tendenza che nasconde ragioni politiche ed economiche che spiegheremo alla fine.

Quando ciò succede, non tutto è perduto: basta fare una nuova domanda e ci sarà occasione per convincere il console americano di essere meritevoli del visto. Sebbene sia vero che ogni application fa storia a sé, inevitabilmente il console sarà più rigido e in qualche maniera sospettoso dopo un primo rifiuto già pronunciato. Quindi, prevenire certi errori (che vedremo tra un po’), con o senza un avvocato, è molto meglio che curarli.

            In realtà, per alcuni visti, come il B1/B2 Business Tourist Visa, nei quali non è necessaria alcuna interazione con agenzie governative né tantomeno alcun nulla osta delle stesse, l’intervento dell’avvocato è abbastanza superfluo. Anche per l’ F1 o l’ M1 Student Visas non pare necessario il lavoro di un Attorney specializzato in quanto la scuola prescelta fa da interfaccia con le agenzie competenti e, pertanto, lo studente che riceva il form I-20 firmato deve solo andare dal console per l’intervista di rito.

            Una mera formalità quest’ultima? NI. Vi sono alcuni criteri che devono essere soddisfatti per l’apposizione del visto. Spesso gli intervistati non sono a conoscenza di questi requisiti, mentre il console di turno non chiude certo un occhio qualora ravvisi la mancanza di uno di essi.

Facciamo un passo indietro.

Prima di vedere nello specifico quali sono questi requirements celati, è bene operare una differenza: ci sono tanti tipi di visti, ma tutti si possono raggruppare in due categorie: immigrant visas e non-immigrant visas. I primi, pochi, sono visti che consentono di avere il c.d. immigration intent, ovvero l’intenzione di vivere e lavorare in maniera definitiva negli USA. I secondi, dall’altra parte, si caratterizzano per il c.d. non-immigration intent. Ovvero, l’aspirante possessore deve voler trasferirsi negli Stati Uniti solo provvisoriamente. Qualora il console (o l’ufficiale all’entrata negli USA) deduca il contrario, il visto (o l’ammissione) verrà negato. Per completezza, bisogna evidenziare che vi sono dei visti che portano con sé il c.d. dual intent. In questi casi, sebbene il possessore abbia semplicemente un visto temporaneo, può adoperarsi per trasferirsi permanentemente negli USA. Il Dual intent visa per antonomasia è il visto di lavoro H-1B, ma anche i visti L (usato per trasferimenti da un paese straniero agli USA all’interno della stessa societa’) e, di fatto, anche i visti O e P (per artisti e atleti).

Per la maggior parte degli altri visti, quindi, e soprattutto per gli F1/M1 students e B1/B2 business/tourist che oggi analizziamo più da vicino in quanto sono quelli nei quali di solito l’applicant non si avvale di un avvocato, vi è una presunzione relativa da superare: ovvero, il non-immigration intent deve essere dimostrato. Come? Il console vuole vedere ties (legami) con il paese di provenienza, in questo caso l’Italia. Per dimostrare legami con l’Italia, non è sufficiente manifestare l’orgoglio italiano e dire che senza cibo italiano per più di mese non si può stare. No, gli americani sono molto pragmatici, vogliono prove tangibili:

1 – Legami familiari e sociali, come ad esempio essere sposati, avere figli. Una persona che non ha alcun familiare in Italia suscita il sospetto che si voglia trasferire a tempo indefinito in America. Tuttavia, la mancanza di familiari in Italia può essere sopperita da

2 – Legami professionali, come ad esempio un contratto di lavoro, un’offerta di lavoro o interessi imprenditoriali in Italia. Un candidato senza lavoro né prospettive di lavoro in Italia molta probabilmente porterà il console a dedurre l’assenza del non-immigration intent; o

3 – Legami economici, ovvero, soprattutto, case di proprietà intestate a nome del candidato. Questo è un parametro che di solito sconfigge la presunzione relativa: se presente, il visto molto probabilmente verrà concesso. Se assente, allora diviene molto importante avere conti in banca (più o meno) capienti intestati a proprio nome. Ciò dimostrerà che l’applicant si può mantenere in America. A volte questi parametri sono crudeli in quanto penalizzano persone meritevoli ma con fondi limitati. Ma gli Stati Uniti sono anche questo: pragmatici come detto e, a volte, spietati. E’ un paese fondato sul Benjamin Franklin (il bigliettone verde da $ 100)…

Infine, occorre precisare che quando si parla di una tendenza crescente di rifiuti di visti per studenti ci si riferisce a studenti che si iscrivono nelle scuole di lingua, non a quelli che vengono a studiare nelle università americane. Questi ultimi, infatti, hanno il via libera perché ritenuti qualificati grazie al rigido sistema di admission delle università americane e perché pagano tuitions (rette e tasse universitarie) molto alte. I primi, invece, destano più sospetti perché piuttosto che studiare, potrebbero alimentare il mercato nero del lavoro.

Come accennato in apertura, il crescente numero di rifiuto di visti nasconde ragioni politche ed economiche. Infatti, il perdurante stallo economico del Belpaese comporta che sempre più italiani “scappano” all’estero in cerca di opportunità. Ma gli Americani, invece, preferiscono chi porta capitali e opportunità. E allora le nuove direttive giunte da Washington suggeriscono meno italiani (ma non solo: anche meno cittadini di altri paesi europei), più sudamericani e asiatici, categorie in passato penalizzate. Politiche ovviamente pragmatiche e spietate… That’s it!

           

Michele Cea

Avvocato in Italia e nello Stato di New York

mc@cealawpc.com