New York è una palestra tosta. Intervista a Amara Lakhous February 12 2016 1 Comment

di Mariagrazia De Luca 

deluca.marymary@gmail.com

Oggi, per Il mio viaggio a New York, abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scrittore italo-algerino Amara Lakhous. Amara ha vissuto in tre continenti: nato in Algeria, è emigrato in Italia nel 1995 dove è stato a lungo (a Roma) e abita da un anno e mezzo a New York. Ha scritto romanzi in arabo e in italiano, che sono stati tradotti in inglese (e in tante altre lingue). Dal suo romanzo di debutto in lingua italiana Scontro di Civiltà per un ascensore in Piazza Vittorio, è stato tratto anche un omonimo film. Amara è uno “scrittore migrante” in cui migrare è inteso non solo “fisicamente”, ma culturalmente: creando ponti, punti di contatto, comunicazione, dialogo tra una “cultura” e “lingua” all’altra.

 Amara, come sei finito a New York?

Sono venuto a New York per la prima volta nel 2008, quando è uscito il mio libro Scontro di Civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio in lingua inglese (Clash of Civilization over an elevator in Piazza Vittorio) mi ricordo ancora la prima notte a New York: mi sono svegliato all’una di notte, per il jet lag e i rumori, le sirene delle ambulanze, i suoni assordanti. Sono poi tornato con mia moglie Stephanie per il Capodanno 2012. Non siamo andati a Times Square, ma a Brooklyn da amici, e abbiamo girato molto. La terza volta un anno e mezzo fa, siccome mia moglie ha vinto una borsa per un dottorato, ci siamo trasferiti qui a New York, e ho iniziato a conoscerla, poco a poco…

E' stato amore a prima vista?

Amara: Io sono, come dicono qui, un “city boy”,  un ragazzo di città. Ho sempre vissuto in città anche se i miei genitori vengono dalla campagna. La campagna a un certo punto mi stanca: ho bisogno del rumore, del caos, del movimento, quindi… sì, mi sono innamorato subito di New York.

Com’è la “New York di Amara Lakhous”?

Mi rendo conto che New York non è una città vera e propria, ma è un “continente” di città. Basta muoversi da un quartiere all’altro per entrare in un altro mondo: China Town, Korea Town, etc. Andare da un quartiere all’altro significa passare da una cultura all’altra.

Ci vuole tempo per conoscerla?

Dipende dall’approccio. Se hai un approccio turistico è una cosa, se scegli invece un approccio serio, da vero esploratore, richiede del tempo. Il viaggio è lungo, e bisogna saper assaporare il piacere di scoprire lentamente la città. L’attitudine turistica porta all’esasperazione di voler conoscere New York in una settimana, correndo da un museo all’altro come fanno i giapponesi a Roma. Spesso i giapponesi a Roma passano tutto il tempo a fare foto, perché il viaggio lo vivranno dopo, quando torneranno. Stare in viaggio diventa un lavoro: fotografare tutto.

Ti senti a casa a New York?

Assolutamente. E’ una città che non ti fa sentire straniero mai, per la semplice ragione che qui tutti sono stranieri. Dove stanno i newyorkesi? Ce ne stanno veramente pochi. Oppure, spesso sono anziani e restano in casa, ma New York alla fine la vivono i giovani. Nella metropolitana cosa vedi? Le facce delle persone non rispecchiano lo stereotipo dell’americano bianco. Certo, poi se esci da New York, la situazione è completamente diversa. Io vado spesso in Michigan per motivi famigliari: lì sì ti senti “straniero”.

 E’ una fonte d’ispirazione per te New York?

Sì, tanta inspirazione, le storie newyorkesi sono tantissime, anche se non sono mai stato un esotico. Scrivo su posti che ho vissuto, amato, corteggiato. Non riesco a dire: ‘ok, sono a New York, adesso scrivo un romanzo ambientato qui’. Mi lascio trascinare, guidare.

 Che differenza c’è tra la tua “migrazione” dall’Algeria all’Italia e ora questa negli Stati Uniti?

Totalmente diversa. La mia “migrazione” qui è stata privilegiata, rispetto a quella in Italia, dove ero rifugiato politico. Ho avuto porte aperte negli Stati Uniti, oltre al fatto che mia moglie è americana, sono arrivato con tre romanzi tradotti in inglese. Il fatto di aver pubblicato questi romanzi mi ha aperto anche le porte all’università. La mia fortuna è che non ho dovuto ricominciare da zero, anche se il primo anno a New York non è stato facile.

 Cosa insegni all’università?

Insegno due corsi in Connecticut. Uno sulla Primavera araba, narrata da scrittori, registi, documentaristi. E un altro su Leonardo Sciascia.

  E’ Sciascia il tuo scrittore italiano preferito?

Sì, è lo scrittore italiano che m’ispira più di tutti. E’ completo: impegno sociale, memoria, il genere giallo che amo…

Due città molto diverse, ma uniche al mondo, Roma e New York… hanno qualcosa in comune?

 Stiamo parlando delle due città più belle del mondo. Quando ti chiedono, dove sogni di andare a vivere? A Roma o a New York! Come terza, arriva Parigi. Oggigiorno le tecnologie ti danno l’illusione di vivere nel mondo globale. Bisogna essere molto attenti al rapporto tra virtuale e reale. A Roma e New York ho sempre “conosciuto”  realmente il mondo: pakistani, senegalesi, albanesi, etc. Io non sono mai stato in Senegal, ne’ in Albania. Uno dei miei personaggi più interessanti di Scontro di Civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio è iraniano. Io non sono mai stato in Iran, ma ho vissuto a contatto con iraniani. Conoscere le persone è un patrimonio straordinario. Inoltre, New York è una città di libertà, libertà che ti offre solo una città tanto grande.  Per esempio, vuoi mangiare cibo messicano, italiano giapponese? Trovi di tutto. New York è una “signora” città. E uno come me, cresciuto a Algeri, vissuto a Roma… come potrebbe trovarsi male nella Grande Mela?

 Qual è il tuo posto del cuore di New York?

 I parchi. Non sono un appassionato di musei, ma amo gli spazi verdi. Central Park, e non solo: New York è una città piena di parchi.

 Parli tantissime lingue, arabo, italiano, berbero, francese, etc. Che significa ora fare i conti con l’inglese?

Imparare l’inglese è una grande opportunità comunicativa. Significa poter interagire con più gente, e far arrivare la tua voce a più persone. Che opportunità!

Ci credi alla canzone “New York, New York”, quando Liza Minelli canta “if you can make it here, you can make it everywhere?

Certamente. Anche se New York è una palestra tosta.