Una passeggiata per West Harlem March 16 2016

di Mariagrazia De Luca 

deluca.marymary@gmail.com

Harlem è un quartiere difficile da definire. Sarebbe forse più corretto dire che non ne esiste solo uno di Harlem, ma tanti, quasi infiniti, vista la varietà umana e culturale che ospita quello che è considerato il suo perimetro “geografico”. Se un tempo si poteva dire: Harlem è tutto quello che sta al di sopra Central Park, da 110 street fino a 155 street, da East River a Hudson River in realtà oggi in molti non ne sono più sicuri. Innanzitutto si possono distinguere differenti “districts” di Harlem: West Harlem, Morning Side Hights, Central Harlem, East Harlem, e Hamilton Hights, i cui confini non sono per niente netti. Ho vissuto per 3 anni in una casa sulla strada 144th street che interseca Broadway (approssimatamene nell’area di West Harlem), e sto assistendo ad una metamorfosi del quartiere talmente rapida che ho quasi difficoltà ad ambientarmi. Sembra che sia il destino ciclico di tutti i quartieri di New York, passare da essere quartieri popolari, quasi “ghetto” a mete turistiche, abitati da gente nata e cresciuta lì che è poi costretta a trasferirsi altrove per l’aumento fino alle stelle degli affitti. Ecco quello che sta succedendo ad Harlem. Se due anni fa ero una delle poche italiane “white”, in un quartiere latino e “black”, ora la proporzione sta cambiando. Tanti ristorantini domenicani stanno chiudendo, e locali “fancy” (traducibile in questo caso con “fighetti”) stanno aprendo, gente del posto trasloca e va a vivere nel Bronx o nel Queens dove gli affitti sono più “cheap”. Un signore etiope con cui ho avuto una conversazione un giorno, nel bar di un ristorante, mi ha detto una cosa che secondo me descrive molto bene quello che sta succedendo ad Harlem: “Molti posti stanno morendo. Alcuni con la morte del proprietario stesso, magari anziano. Altri perché semplicemente è arrivato il loro momento e qualcosa di nuovo sta per prendere il loro posto.”

 

West Harlem:

Riverbank State Park

Scendendo da 145th street in direzione del fiume, arrivate su Riverside Drive, da dove inizia Riverbank State Park. Entrate per un cancello verde e camminate su un ponte che dà sull’autostrada, sempre trafficata dai tantissimi pendolari che vengono a lavorare nell’isola di Manhattan. Subito dopo il ponte arrivate nel parco stesso che si affaccia sul fiume, e dove, come per magia, ogni rumore della città scomparirà improvvisamente.  Di fronte, separato solo dalla distanza dell’ampiezza del fiume Hudson, lo stato del New Jersey. Durante il tramonto, con il fiume che si sfuma in colori violacei e rossastri, e le luci dei grattacieli e quelle del massiccio ponte di George Washington si accendono, regalando un contrasto tra natura e luci artificiali, vi potrà capitare, a me è successo, di dimenticarvi del resto del mondo. D’estate organizzano spettacoli teatrali gratis in un anfiteatro di pietra nel parco, e d’inverno vi è una pista di pattinaggio sul ghiaccio. Con un ascensore potete scendere al piano inferiore del parco dove corre la Manhattan Waterfront Greenway, pista ciclabile che circumnaviga Manhattan (leggete il nostro articolo sui percorsi in bicicletta).

da leggere: https://www.ilmioviaggioanewyork.com/blogs/news/83705222-central-park-in-bicicletta-ma-non-solo-tutti-i-percorsi-da-fare

 

The City College of New York

Il City College è una struttura che i newyorkesi ritengono antica: in stile neogotico, la prima università pubblica degli Stati Uniti risale al 1800. Sembra un castello medievale, e se ci camminate di notte, tra le sue guglie e gargolle regna un’atmosfera misteriosa, soprattutto se vi si arriva da una stradina chiamata Convent Avenue. Le case antiche di questa piccola avenue, di uno o due piani, sembrano disabitate e contrastano con la confusione di persone, taxi e musica dei tanti locali della Broadway, una delle avenue più trafficate appena due “blocks” a est. Oltre ad essere il primo college pubblico degli Stati Uniti, il City College è uno dei più multietnici. Vale la pena fare una passeggiata tra i suoi buildings, sedersi su un prato se è una bella giornata o magari su una delle panchine all’entrata, fingendo di essere uno dei tanti studenti che lo frequentano.

Dove: 160 Convent Avenue

Alexander Hamilton National Memorial

Nei pressi del City College, su 141th tra Convent e St. Nicholas Park potete visitare la casa di Alexander Hamilton, di cui abbiamo anche parlato nell’articolo riferito agli edifici di New York.

https://www.ilmioviaggioanewyork.com/blogs/news/95394502-edifici-storici-di-new-york-e-altri-strani

La peculiarità di questa casa risiede nel fatto che sia stata spostata per ben due volte, la prima volta nell’Ottocento quando è stata completamente smontata e rimontata tradendo l’originale disegno, e pochi anni fa sradicata dalle fondamenta con un camion gigante e spostata sulla collina di St. Nicholas Park. È un edificio curioso, decontestualizzato dal resto del paesaggio. Sembra quasi una casa “giocattolo”, messa lì per qualche sconosciuta ragione. In realtà è la casa di uno dei fondatori degli Stati Uniti, Alexander Hamilton, un personaggio interessante, un immigrato di umili origini che da giovanissimo è riuscito a fare carriera nell’esercito di George Washington, diventare un pezzo grosso in politica e… ancora oggi la sua faccia è stampata su tutte le banconote di 10 dollari che circolano nel mondo. Visitare la sua casa significa ripercorrere la sua incredibile storia.

 

Esperienze culinarie autoctone a West Harlem. La Rubia restaurant

Questo ristorantino sulla 144th strada e Broadway è rimasto sempre fedele a se stesso, e nonostante il quartiere stia cambiando è un punto di ritrovo d’obbligo per tutti i domenicani della zona. Di domenica preparano il Sancocho, la famosa zuppa con carne e differenti “viveres”, come platano, yuca, gname, etc. Oppure provate arroz con habichuela (riso con fagioli), o i tostones (platano fritto). Non è per niente turistico, e le cameriere spesso non parlano neppure inglese. Una volta che andai a mangiare alla Rubia con una mia amica americana, la cameriera mi chiese in spagnolo di tradurle in inglese, “cosa vuole da bere?”. Avevo pensato, fino a quel momento, che una domanda del genere fosse l’ABC del vocabolario di un qualunque cameriere newyorkese. I prezzi sono bassi, ma parlate in spagnolo se potete, per non farvi adocchiare come turisti con i soldi. In quel caso, i prezzi potrebbero lievitare magicamente. Spero che ristorantini come la Rubia siano ancora aperti quando visiterete Harlem, visto che molti stanno chiudendo per dare spazio a pub e wine bar.

Ristoranti nuovi. Anchor Wine Bar

Se volete sentirvi invece a casa, e gustarvi dei bucatini alla Matriciana o degli arancini siciliani, fate un salto dal triunvirato di italiani che hanno aperto un ristorante sulla Broadway e 144th street, Anchor Wine Bar. Chiedete di Fabrizio, Luigi e Maurizio, tre italiani che hanno importato la cucina italiana in questa area per la prima volta. Oppure sedetevi al bar a chiacchierare con Luis, il bartender di Anchor creatore di cocktail come Uva, fatto con freschi chicchi d’uva o l’Anchor Mojito al sapore di fragola.

A due passi da Anchor c’è anche un ristorante giapponese che fa un sushi delizioso e a prezzi abbordabili Geisha Sushi, e ancora ristoranti messicani, come Picante, con influssi domenicani, anche se un po’ americanizzato. Sulla 149th street e Broadway c’è Harlem Public, uno dei primi locali “non latini” che ha aperto un paio di anni fa. Hanno una grande varietà di birre alla spina, e hamburger sfiziosi, come il Oh Snap Burger (perché, a quanto sembra appena si dà un morso a questo hamburger si fa una esclamazione di stupore… per come è piccante! Oh, snap!), con peperoncini e cream cheese.

Dove: tra 149th street e 139th street sulla Broadway

Grocieries

Le tante “groceries” (specie di nostri alimentari) caratterizzano il paesaggio di Harlem: alcune aperte h24 offrono hamburger e sandwich da leccarsi i baffi, a poco prezzo e veloci nella preparazione. Sotto casa mia ce n’è una gestita da magrebini, Majestic Deli, che non chiude mai durante l’anno intero, il posto ideale per andare alle 5 di mattina per un Double Cheeseburger. Dall’altro lato della strada, un’altra invece gestita da domenicani dove c’è sempre merengue o bachata a tutto volume, e anche i prodotti cambiano. In quest’ultima sembra di fare un salto nella Repubblica Dominicana, sia per la frutta esotica che per le torte e i vari dolci super zuccherini tipici dei Caraibi.

Harlem è anche questo, vivere la quotidianità del quartiere. Esploratela entrando nei piccoli supermercati, fuori dalle grandi catene alimentari, e sbirciate tra i prodotti unici che arrivano da lontano e che sono diretti a acquirenti immigrati a New York da paesi lontani. Si fanno scoperte interessanti, camminando per le strade di Harlem. Ad esempio, qui ad Harlem, senza la necessità di andare in Centro America, ho scoperto che esistono tantissimi tipi di banane, non solo quelle gialle chiquita che compriamo in Italia nel supermercato, ma anche il platano verde, la banana verde, il morado, etc. molti altri tipi di tuberi come la yuga, lo gname, la batata. Per non parlare della frutta...sapote, arancia amara, tamarindo, carambola,  la guayaba, il guandule, etc.

Sembra che ci sia, ad Harlem, una concentrazione di tanti mondi lontani.