Romanzo su New York, la vita, l'amore, l'inizio del viaggio – ilmioviaggioanewyork

Romanzo su New York, la vita, l'amore, l'inizio del viaggio

December 14 2016

IN EQUILIBRIO

SOPRA LA FINE

DEL MONDO

di Piero Armenti

 

                                            1

Non lasciarti fermare dal vento. Mantieni l’equilibrio. Me lo ripeto continuamente, passo dopo passo. Sono nel pieno di una bufera di neve. A metà del ponte di Brooklyn. Devo arrivare a Manhattan, mi tocca attraversarlo tutto questo ponte. La neve copre gli occhi, le mani sono gelide. I guanti non servono. Che fascino. Vederlo così. Vuoto, gelido. Non c’è un turista, non c’è uno sano di mente che lo attraverserebbe con questo clima. Ma poi d’altronde chi è davvero sano di mente a New York? L’avevano detto in TV: state a casa in questo giorno gelido. Ma io non li ho ascoltati e sono andato a Dumbo a bere un caffè caldo. Nel cuore di febbraio. Lo so, sono scemo. Potevo starmene nei pressi della topaia dove vivo, nel Lower East Side.  Neanche le luci dei grattacieli di Wall Street possono guidarti. Visibilità zero. Sto andando nella direzione giusta? E se per un attimo mi fossi distratto? Se stessi tornando indietro. Poi qualcosa intravedo, il profilo tiepido dei grattacieli, e capisco che sono alla fine. E’ ancora giorno. Sto arrivando, ce l’ho fatta. La colpa non è stata mia, la bufera è arrivata prima del previsto. E mi pare sia anche più forte di come l’avessi immaginata. Ora bisogna mettersi in salvo.  Sono su un ponte verso il nulla, questa è la sensazione. Sotto di me c’è il vuoto, l’acqua ghiacciata dell’East River. Non so se l’avete mai visto così questo ponte.  Ma nella sua solitudine moltiplica l’incanto. Improvvisamente ascolto un rumore di tacchi. Qualcuno si avvicina, nella direzione opposta. Non può essere, mi dico. Chi è così pazzo da attraversare il ponte ora, che il tempo peggiora. Oramai è davanti a me. Il volto coperto totalmente da una sciarpa, dal cappello, una minigonna e dei tacchi. A stento riesco a vedere, ma sento il profumo. Improvvisamente si ferma. Non riesco neanche a vedere i suoi occhi. Io mi fermo. “Manca molto per Brooklyn?” mi chiede. “Devi fare tutto il ponte. E’ meglio tornare indietro”. “Non posso, devo arrivare dall’altra parte”. “Sì, ma peggiorerà.”. La ragazza non mi dà retta, e continua a correre. “Aspetta, guarda che peggiorerà” grido giusto per dovere. In fondo non me ne frega niente. Devo salvare la mia pelle, l’unica cosa che conta. Ma mentre sto per girarmi e andare via, lei si ferma di scatto: “Tu sei già arrivato?” “Io quasi”. “Se sei arrivato, mica puoi prestarmi i tuoi guanti?”. Follia, penso. Ho incontrato una persona folle, proprio in questo giorno, ci mancava solo questo. “Are you crazy?”. “Devo semplicemente andare dall’altra parte. Prestami i guanti”. Di certo non aveva paura di fare domande scomode. Non so perché, me li sfilo.  Addio guanti, mi dico. “Thank you. Guarda che te li ridò” strilla. Me ne vado senza girarmi, senza dire una parola. “Te li ridò” grida ancora più forte. Guanti scadenti, niente di che preoccuparmi. Ma da questa mezza topaia che ho trovato nel Lower East Side, con il caffè in mano, continuo a pensare che una ragazza che attraversa il ponte di Brooklyn, in quelle condizioni, è davvero matta. Ce l’avrà fatta davvero?

 

 

                                           2

Non esiste il lieto fine in questa favola. Puro Trabajar, trabajar”. Mi ripete Diego, il mio collega messicano. Benvenuti nel mio sogno americano. Sono arrivato con un visto di 3 mesi.  E sono rimasto oltre il dovuto. Sono diventato clandestino, uno dei tanti. Uno dei 500 mila di questa metropoli. “Nadie tiene papeles” mi ripete ossessivamente Diego. Nessuno ha i documenti, e ci consoliamo a vicenda perché siamo davvero tanti qui a New York.  Ma lui è messo peggio di me. Io almeno sono arrivato con un aereo, ho un visto. Mi sposo e posso essere regolarizzato. Basta un buon avvocato, e in sei mesi sono regolare. Lui no, ha attraversato la frontiera senza permesso, lo ha fatto utilizzando un coyote. Sapete cos’è? Un tipo losco che paghi perché sa da dove e come passare per aggirare la frontiera. Ti vende così il sogno americano. Non è andata come sperava, lo hanno rapinato dei 2000 dollari che aveva, raccolti tra tutti i parenti. Lo hanno picchiato, minacciato e ha tremato ogni giorno e ogni notte, ha avuto paura di tutti, soprattutto dei poliziotti di frontiera, fino a quando con suo cugino non è arrivato a New York. Città sicura se sei senza documenti. Ha attraversato il deserto di Sonora. Ci vogliono almeno 4 giorni di cammino nel deserto. Un inferno, non vuole parlarne. Il passato non esiste.  Lui è più clandestino di me. Mi chiama il privilegiato. Ai suoi occhi sono un piccolo borghese che se vuole può tornare a casa da mamma e papà. Mi sfotte, senza problemi: “Sei cittadino europeo, e vieni a fare la fame qui?” In realtà non faccio la fame, guadagno bene.  Faccio uno dei lavori di minor rango della grande mela. Il bus boy. Una sorta di aiutante cameriere che non prende ordinazioni, ma versa acqua e sparecchia. Lo fa anche lui. Ma guadagna di più di me. Il perché non l’ho mai capito. Ma i messicani controllano tutto in questo ristorante, e il manager non si mette contro di loro. Decidono chi e quanto guadagna. Sono un bus boy, tra l’altro laureato, e clandestino. Diego se la ride. Ma i laureati dovrebbero sedersi ai tavoli non sparecchiarli! Insomma, sono uno newyorkese vero, con una vita bizzarra. I messicani controllano le cucine di mezza New York. Controllano tutto il traffico di documenti falsi, Social Security e Green Card che servono per lavorare. A nessuno gliene frega niente, le autorità non controllano, perché se non lavorano loro, qui non si mangia! “El gringo se puede morir de hambre, pero no cocina”. Hanno una sola ossessione i messicani, la Virgen, la Virgen de Guadalupe. Mi ripete. E mi dice che un giorno mi porterà nella loro chiesa vicino a Union Square. La Vergine comanda, osserva, e perdona loro gli infiniti peccati che commettono. Mi chiama Espaguetti, perché la S non la sa pronunciare. Dice che se uno gli sta antipatico gli sputa volentieri in un piatto! Ma non lo farebbe mai per davvero. Porqué la virgen lo mira! Lo guarda, l’osserva, lo giudica. E' una giornata slow. Lenta. No tips. La bufera di neve è passata da tre mesi, e io continuo a fare la mia solita vita. Lavoro 6 giorni su 7, riesco a portare a casa dai 600 agli 800 dollari al nero, ogni settimana. Non male, in fondo. In Italia non guadagnavo niente. E con i soldi in mano qua posso godermi la vita! Mentre sparecchio l’ennesimo tavolo, li vedo! Sono miei, non sono miei? Mi avvicino, li osservo. Poggiati sul tavolo. Con la coda dell’occhio vedo che una ragazza è andata in bagno. Li tocco, lo faccio in fretta perché non vorrei tornasse e mi vedesse con i suoi guanti in mano. Ma un attimo, non sono i suoi. Sono i miei. Sono davvero i miei. La macchia. La macchia di caffè c’è. Distratto mi dimentico di portare il pane al tavolo, e lo riporto dietro. Rimango immobile a fissare il bagno. “Que pasa hermano” ripete Diego. “Que pasa?”. Non rispondo. Sto aspettando semplicemente che esca!

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Commenti

Riccardo

Stupendo, spero di poter vivere tutto questo anch’io un giorno!

December 15 2016 at 11:30PM

Massimo A. Prisco

Resto lì. Con la schiena contro il muro, gli occhi sul tavolo e la mente in viaggio con la fantasia. Devo sembrare un’idiota. Sento la voce di Diego che mi chiama, ancora, con quel suo accento unico, nonostante in città l’abbiano a milioni.
“Ora torna dal bagno Diego, aspetta!”
“Ma chi? Chi torna dal bagno?”
“La ragazza dei guanti”
“La ragazza dei guanti? Tu esta loco, tu esta loco hermano!”, urla ridendo, tornando a lavorare.
Le mani mi stanno sudando, non so nemmeno perchè, in fondo è solo una ragazza.
No, non è solo una ragazza, mi ripeto nella mente, cercando di convincermi che non può essere una semplice coincidenza. Con tutti i ristoranti che ci sono a New York proprio qui?
No, e poi è primavera piena ormai, quei guanti non li indosserebbe più nemmeno mia madre, freddolosa com’è; figuriamoci lei, che camminava nella bufera di neve in minigonna a febbraio. Non può essere una coincidenza, o è destino o in qualche modo mi ha cercato. Eccola, finalmente sta uscendo. Me la ricordavo più alta, ma forse per via dei tacchi. Indossa pantaloni stretti e scuri, una camicetta chiara, di cotone, ai piedi delle ballerine. La seguo con lo sguardo, finchè non si siede al tavolo. Prende il cellulare dalla borsetta, gli occhi le brillano, illuminati dallo schermo. Accenna un sorriso, alza lo sguardo, verso di me. Rimango immobile, impietrito. Mi osserva, curiosa. Il sorriso, prima solamente accennato, si libera sul viso, mostrando lineamenti morbidi sotto un trucco leggero.
“Hey, scusa!”, dice alzando appena la mano.
Mi guardo intorno, cercando conferma che stia chiamando proprio me, dimenticando come per un attimo che non sono lì come cliente.
Cerco di riprendermi, scattando verso di lei col groppo in gola e le mani ancora più sudate.
È un attimo. Incrocio Kate, una delle cameriere, facendola cadere a terra, insieme ai piatti che stava portando. Tutto il locale si gira a guardarci. Compresa lei. La intravedo ancora sorridere, ma più timidamente, come volendosi trattenere per non mettermi in imbarazzo. Come se fosse possibile. Kate mi sussurra un paio di insulti col suo americano del Kentucky, non li comprendo letteralmente ma il significato mi è chiaro. La aiuto a rialzarsi, scusandomi trecento volte in un minuto. Intanto la gente nel locale è tornata a farsi i fatti suoi, continuando a mangiare, bere e parlare, chi vis-à-vis, chi con uno smartphone. A parte lei, che è ancora lì, dove l’avevo lasciata, insieme al suo sorriso accennato e ai miei guanti.

December 15 2016 at 07:25AM

Stefania mazza

Mi siedo, poi guardo fuori, e attraverso i vetri rivovo, anche ad occhi aperti quella forte bufera, e sento quel ghiaccio spaccarmi ancora le spalle, forte, gelido… l’ansia e il peso dei miei passi che si facevano sempre più pesanti, e poi quella paura di non farcela e di non arrivare mai al calduccio di quel bar, che a pensarci, fu la mia salvezza!
“Si, quei guanti sono i tuoi, ed io mi chiamo Ivonne”. Era lei, era la ragazza con i tacchi e la minigonna…si era avvicinata al tavolo e si era anche seduta. Ma io trasalii al suono della sua voce, non mi ero accorto che fosse uscita dal bagno, tanto ero perso nei ricordi di quel giorno infame. La guardai e sorpreso feci per restituirle i guanti, ma lei spinse verso di me le mani e aggiunse “Se tu adesso mi offri qualcosa da bere, stasera io ti porterò a fare un giro in un posto in cui non sei mai stato…”.
Credetemi, la conosco tutta New York, come le mie tasche la conosco, ma io quel giro me lo volevo proprio fare con Ivonne. Che bel nome… e pure lei era bella, anzi no, era proprio bellissima!

December 14 2016 at 10:51AM

federica

Una moltitudine di domande inizia a balenarmi per la testa. “E adesso, che fare? Le chiedo di restituirmeli? Peraltro è innegabile siano i miei, data la macchia di caffè inconfondibile.” Ma in fondo – pensandoci – non che avessero un grande valore quei guanti! Senza contare tuttavia d’altro canto possa essere l’occasione per scambiarci due chiacchiere con quella ragazza, la donna in tacchi a spillo e minigonna che di gran carriera attraversava, pazza tanto quanto me, il ponte di Brooklyn mesi orsono nel mezzo di una tormenta di neve, gli occhi fissi a terra a guardare dove metteva i piedi, tra un fiocco ed un altro.
In fin dei conti, più volte mi son chiesto se sia arrivata effettivamente poi dall’altra parte, se non abbia desistito prima, e questa può essere l’occasione per fugare ogni dubbio.
La porta del bagno si apre e, a seguire, tra la gente al bancone, si fa strada verso di me una giovinetta dai capelli castani, raccolti dietro la nuca in un disordinato chignon: è carina, questo bisogna dirlo. Non del genere vistoso, quelle che ti giri a guardarle. Più semplice. Ma ha qualcosa che ti accalappia, niente da dire, ce l’ha. Come una specie di limpidezza, di trasparenza.
Gli occhi azzurri del colore dei blu jeans che indossa, assieme ad un maglione color smeraldo in tinta invece con i vistosi orecchini.
Sarà lei? Quel giorno, ormai lontano, ne avevo visto soltanto le lunghe gambe slanciate, in proporzione con la sua figura, avendo il volto coperto da una sciarpone. Non posso esserne così sicuro.
Ma ecco poi che la conferma non tarda ad arrivare. Raggiunge il tavolo e, prima ancora di distogliere lo sguardo dai bicchieri che mi appresto a sparecchiare (non posso certo star lì a fissarla!), le mie narici vengono inebriate dal di lei profumo, un aroma di miele e vaniglia, chiaramente lo stesso che ho sentito tre mesi prima.
“Mi scusi – mi dice con tono deciso – temo che…”. Ora i nostri sguardi erano fissi uno nell’altro.

December 14 2016 at 05:26AM

Quintilia Salinetti

Molto bello . La lettura scorre…. E ti porta lontano…

December 14 2016 at 04:59AM

giuliana

Sì voglio vedere la pazza che 3 mesi fa mi ha preso i guanti per attraversare con la tempesta il ponte più famoso del mondo.
di lei ho intravisto solo gli occhi, e le gambe… già aveva la minigonna.Doppiamente folle…con quel tempo gonna e tacchi…
Non credevo avrei più rivisto i miei guanti , e tanto meno lei…guardo la porta del bagno ecco si riapre e vedo una ragazza dai lunghi capelli rosso fuoco e 2 occhi azzurro grigi che mi osservano. Come a dire Che stai facendo ?e perchè mi fissi? …Cerchi rogne?.. sono sicuro .È LEI…

December 14 2016 at 04:06AM

laura orlandi

…che esca dal bagno ed entri nella mia vita perché so che è necessario che lo faccia.Non so come sia successo ma sento che lei rappresenta un indizio importante per il grattacapo che mi affligge e che mi ha costretto ad uscire e ad affrontare la bufera tre mesi fa.Questo lo so,il resto spero si scoprirlo da lei

December 14 2016 at 03:15AM



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