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Autenticamente New York

Oggi ci immergiamo dentro Chinatown - seconda parte March 20 2017 1 Comment

di Mariagrazia De Luca

www.mariagraziadeluca.com

Continuano le avventure della blogger e dalla guida turistica, Mariagrazia e Wanda Wonderful, nell'universo misterioso della Chinatown di Manhattan. Leggi qui la prima parte. 

Le viette attorno a Mott Street sembrano ancora più piccole per via degli accumuli di neve ai bordi delle strade. Le scritte in cinese dei negozi non danno spesso nessun indizio di quello che viene venduto al loro interno. Chinatown appare come un mondo lontano e irraggiungibile, soprattutto perché l'inglese non sembra essere la lingua che possa metterci in contatto con la comunità cinese che vive qui. 

Abiti tradizionali cinesi

"Mi vorrei comprare un abito così!", Wanda mi indica una delle tante vetrine di Mott Street che espongono capi di abbigliamento tradizionali da donna. 

Mi colpisce l'eleganza e la raffinatezza di alcuni di questi manichini. Mi chiedo in che occasione si indossino questi vestiti, così distanti dai vestiti delle donne che incontro a Chinatown. 

Massaggi, agopuntura, riflessologia plantare

Una signora cinese che distribuisce volantini per strada cerca di convincerci con un inglese stentato che noi avremmo bisogno di qualche "servizio." Dimagrire? Erbe per la pelle? Sicuramente non è molto intrigante il volantino, con un uomo panciuto in bella vista. Scherzando dico alla signora: "Yes, we are too fat!" mentre indico la mia pancia. Lei sta al gioco e ride, mentre poi cerca di spiegarci che vi sono vari prodotti che potrebbero fare al nostro caso. Credo che si stesse riferendo a prodotti per ringiovanire la pelle a base di speciali erbe cinesi. Leggere il volantino, rigorosamente in ideogrammi, non aiuta di certo a capire che tipo di servizi la signora vuole proporci. 

Poco più avanti ci imbattiamo invece in cartelli che pubblicizzano servizi di massaggi vari, e soprattutto di riflessologia plantare. Sono quasi tentata di andare a vedere di cosa si tratti, ho bisogno di rilassarmi dopo tutto questo camminare per la città. Secondo piano... "Andiamo, Wanda Wonderful?" No, ok. La prossima volta.

Continuiamo la nostra esplorazione del quartiere per le viuzze che si fanno più fitte verso la parte est di Mott Street.

I contrasti e la decadenza

Camminando verso i confini di Chinatown, quando le casette basse del quartiere di diradano, non si può non rimanere di stucco di fronte al contrasto tra il lusso del quartiere di Wall Street e una certa decadenza di quello cinese. I vetri specchianti dei grattacieli del Financial District brillano visti da lontano, mentre qui, nel quartiere cinese, vi sono semafori rotti, immondizia ai bordi delle strade, mucchi enormi di bottiglie di plastica vuota che uomini e donne raccolgono e reciclano per pochi centesimi attraverso degli appositi contenitori posizionati ai bordi della strada ( 5 o 10 centesimi a bottiglia). 

 

La guerra contro l'oppio

"In passato a Chinatown venivano tutti a fumarci l'oppio," mi racconta Wanda. L'oppio, legale un tempo, è diventato poi una vera e propria piaga nel quartiere cinese. La statua di Lin Ze Xu (1785-1850) è quella di un "eroe" fujianese che ha portato avanti una guerra contro le droge, l'oppio in primis. "A Pioneer in the War Against Drugs." dice una scritta in inglese e cinese ai piedi della statua. Il Fujian è una provincia situata nella costa sud-est della Cina, e i fujianesi hanno iniziato ad emigrare nel quartiere dagli inizi del 1900.

Non a caso la sezione della East Broadway che corre vicino a questa statua è chiamata "Fouzhou Street," come la capitale del Fujian. Anche molti dei negozi di questa area di Chinatown, da parrucchieri a supermercati e autoscuole, sono stati aperti da fujianesi. La statua di Lin Ze Xu dei fujianesi fa da contrappunto a quella di Confucio, posta poco distante, invece, dai cantonesi. Il Canton è la più grande regione del sud della Cina, da dove sembra siano partiti i primi immigrati cinesi per New York City (soprattutto dalla seconda metà del 1800). 

Un monumento - una sorta di arco a forma di pagoda - dedicato ai caduti americani con discendenza cinese che hanno combuttuto nella seconda guerra mondiale, si innanza al lato della statua.

Il cimitero ebraico più antico di Manhattan

Camminando ancora verso est ci imbattiamo in un cimitero antichissimo, quasi completamente ricoperto dalla neve. Passa inosservato se si cammina di fretta e non si ha tempo di leggere la targa che spiega che questo è il "Primo Cimitero degli Ebrei Shearith," il primo di New York City, del 1683. 

 

 

Il parco Columbus

"Durante l'estate gli abitanti del quartiere si ritrovano nel parco, giocano a carte o al gioco degli scacchi cinesi, prendono il sole, dormono o si dedicano a varie attività, tra cui il Tai Ch'i." Ora Columbus Park è una distesa bianca dove nessuno osa avvicinarsi, perché la neve ha lasciato posto al ghiaccio scivoloso per i passanti. Le scritte in inglese e in cinese mi fanno credere che sì, il parco deve essere molto frequentato, di piccioni, oltre che di persone. Mi sorprendo del fatto che si vieti alle persone di non "sputare" nel giardino. "I cinesi hanno questa abitudine, non lo sapevi?"

Gospel a Chinatown

Una chiesa vecchia di oltre 200 anni nel cuore di Chinatown. Questa né io né Wanda Wonderful ce l'aspettavamo. Un uomo afroamericano sulla cinquantina sta spazzando via la neve all'entrata del Mariners' Temple e resta a guardarci con un certo sospetto quando ci vede curiosare da fuori l'edificio. Quando spieghiamo che siamo una blogger e una guida alla scoperta della New York più nascosa, tira fuori un mazzo di chiavi e dopo aver aperto il grande portone ci fa: "Go to check it out!" Grazie, rispondiamo, ed entriamo in questa chiesa immensa e silenziosa, in cui i nostri passi rieccheggiavano in un'eco profonda. E' tutta per noi, visto che non ci sono funzioni religiose in corso, e gli strumenti musicali riposano in un angolo, pronti - è quello che immagino - per essere usati nel Gospel domenicale.

La chiesa all'interno ricorda Saint Paul's Chapel nei pressi di Wall Street, per le colonne corinzie che sostengono un camminamento sopraelevato. Questa dei Mariners è molto più spoglia.

Entriamo nell'ufficio della chiesa e la signora, che incredibilmente si chiama Wanda - soprannominata da tutti Wanda Wanderful come la nostra guida - ci spiega la storia della chiesa. Prima di diventare la chiesa dei marinai svedesi che lavoravano nel porto e degli immigrati che arrivavano dall'Europa nel Nuovo Mondo, aveva il nome di Chiesa Battista di Oliver Street (1795)

Inoltre, la signora Wanda invita gli amici del Il mio viaggio a New York a visitare il tempio dei Mariners, durante una messa gospel di Domenica alle 11. 

Alcune foto d'epoca raccontano l'evoluzione del Mariners' Temple. 

(1808)

(1880)

(today)

 

Uscendo dalla chiesa salutiamo il guardiano, e ci guardiamo esterrefatte: "E' stato un sogno oppure siamo entrate davvero in un mondo afroamericano antichissimo nel bel mezzo della Chinatown più popolata del mondo?" 

 

CONTINUA...


Oggi ci immergiamo dentro Chinatown *prima parte March 17 2017

di Mariagrazia De Luca

www.mariagraziadeluca.com

Cari amici, questa settimana io e Wanda detta Wanda Wanderful, guida de Il mio viaggio a New York, vi invitiamo a seguirci nelle nostre avventure nella Chinatown più grande del mondo. Ovviamente, quella di New York City. 

Camminando per le sue stradine, soprattutto quelle del centro storico, quella della "old" Chinatown, tra Mott, Pell e Doyers Street, vi dimenticherete di stare a Manhattan (se non fosse per la Freedom Tower che sbuca di tanto in tanto oltre i bassi tetti del quartiere cinese). 

Il gelato di Chinatown

"Vuoi provare il gelato all'avocado?" mi propone Wanda, domenicana di nascita ma che da 24 anni vive a New York City. "Assolutamente sì!" le rispondo, ed eccoci che lasciando la ampia e trafficata Canal Street, ci immettiamo nelle viette attorno Mott Street, piene di ristorantini, negozi di abbigliamento tipico cinese, alimentari che epongono cibi mai visti prima.  Questa parte di Chinatown mi ricorda quasi il tipico storico delle nostre città europee, con viette disordinate, e sinuose. Poi d'improvviso appare, piccolo piccolo,  il leggendario "Chinatown Ice Cream Factory." 

"Voglio provare tutti i gusti!", dico a Wanda in preda all'entusiasmo, quando leggo la lista dei sapori a disposizione (nonostante spesso dal nome del gusto è impossibile capire di cosa si tratti). Wanda scopre con delusione che per ora "Avocado Ice cream is out of stock."  Ai cinesi non conviene più fare il gelato all'avocado, in quanto, ci spiega il gelataio, questo frutto è divantato caro, visto che sembra essere andato di moda. Sarà per visto l'uso sproporzionato che ne fanno le comunità latine, e anche i tanti turisti alle ricerche di cibo esotico?

The CICF, Chinatown Ice Cream Factory ha aperto da circa 30 anni, ed è uno dei più antichi esercizi del quartiere. "Il gelato è stato inventato durante la Dinastia Tang," è scritto in grandi lettere sul dépliant della gelateria, "ed il nostro è il più buono perché ce l'abbiamo iscritto nei nostri geni."

Per capire se il gelato sia un'invenzione cinese dovremmo aprire un dibattito internazionale, ma vi prometto che solo qui, in tutta New York City, potete trovare un gelato allo Zen Butter, o al Sesamo Nero, oppure al Wasabi, oppure al Taro (una radice) o Durian, o gusto Panda! I ragazzi cinesi della gelateria sono gentilissimi, e pronti a dirci tutti gli ingredienti dei gusti. Anche se poi - lo ammetto!- rinuncio a capire a che tipo di radice o erba fanno riferimento nelle loro spiegazioni, e semplicemente mi affido ai loro suggerimenti.

Io ho provato alla fine i gusti "Taro" e "Green Tea Oreo" e non mi sono affatto pentita della mia scelta.

I negozietti cinesi

Chinatown è un quartiere per curiosi, per esploratori che non hanno timore di addentrarsi in luoghi non tanto battuti dai turisti. I cinesi che vivono qui non sempre parlano un buon inglese, ma li sentirete comunicare tra loro in mandarino, in cantonese, taishanese, fujianese o alcuni dei tanti dialetti cinesi. Non che per noi faccia molta differenza, comunque.

I cinesi, poi si sa, non sono sempre molto propensi a parlare con i turisti, ma sono piuttosto discreti. Ho speso del tempo a cercare di farmi dire da un ragazzo come cucinare, eventualmente, i funghi, ostriche e vari tipi di calamari essiccati, esposti fuori dal suo alimentari. "Come si cucinano questi?" ho chiesto in inglese. Il venditore mi guardava senza rispondere, ma annuendo con la testa. "Con acqua?" ho domandato allora. Lui rispondeva solo "Yes, yes!" fino a quando Wanda mi ha fatto notare, "non siamo mica a West Harlem, dove chiedi a un domenicano che tipo di prodotto vende ed è capace di starti a parlare mezz'ora di quel prodotto e di centomila altre cose!"

In tutti gli stereotipi c'è forse qualche cosa di vero, ma questo mondo cinese misterioso e imprevidibile mi affascina, vorrei saperne di più. 

(Calamari essiccati)

(Ostriche giapponesi essiccate)

(Funghi)

I barbieri 

Più ci avviciniamo al centro vecchio di Chinatown, e più i ristoranti turistici lasciano spazio a quelli locali, ai negozietti alimentari con prodotti tipici, e soprattutto ai barbieri. Ci sono tanti negozi di barbieri, con uomini asiatici radunati a parlare fuori o fumare sigarette. I Barber Shop si riconoscono per il loro simbolo inconfondibile di un cilindro girevole con strisce blu e rosse. 

(Wanda con sfondo i Barber Shops di Chinatown) 

Ho sentito dire che ci siono tanti barbieri qui a Chinatown, perché tutti i cinesi di New York vi vengono apposta per farsi tagliare i capelli, in quanto i parrucchieri americani non se ne intendono di acconciature "Chinese-style." Forse è una leggenda, ma di Barber Shop ve ne sono molti, e sembra che diventino dei luoghi di ritrovo per la gente del quartiere. 

32 Mott St - il negozio più vecchio

Al numero 32 di Mott Street ha sede il negozio più antico di Chinatown. Ha oltre un secolo (risale al 1899) e vendeva un tempo erbe, prodotti alimentari e altri tipi di mercanzie. Ha poi chiuso dal 2003 per qualche anno - Chinatown è stato uno dei quartieri che ha subito economicamente più di tutti gli effetti disastrosi  dell'attentato terroristico dell' 11 Settembre. Ci fu un calo spaventoso di turisti e di lavoratori che, vista la vicinanza con il World Trade Center, chiamavano i ristorantini  per consegne di cibo a domicilio. Un tempo il 32 di Mott Street si chiamava Quong Yuen Shing e ora è Good Furtune Gift

Dentro vendono di tutto, dai Lego, a personaggi di Star Wars o altri  da collezione, figurine, gioielli, addobbi cinesi, giocattoli sia occidentali che asiatici. 

 ( Quong Yuen Shing in passato)

(Good Fortune Gift oggi)

"The Bloody Angle", Doyers Street



Doyers Street, tra Pell e Mott, centro nevralgico della old Chinatown, sembra che sia stata una delle più sanguinose strade di Manhattan. Era una sorta di spazio neutrale tra il territorio della Tong di On Leong su Mott e quella di Hip Sings su Pell.

Le Tongs sono delle associazioni cinesi nate nei primi del 1900 per offrire agli immigrati servizi di vario tipo: legale, lingustico, prestiti, ecc. Sebbene il loro compito iniziale fosse quello di offrire servizi alla gente del quartiere, nel corso del tempo le Tongs si sono trasformate in vere e proprie gangs che sembra abbiano tenuto fino agli anni '70 il controllo del quartiere. Si dice che la Tong dei On Leong controllava Mott St. mentre quella Hip Sings era su Pell St. Se un tempo si occupavano di droga, prostituzione, gioco d'azzardo  e crimini vari, ora non hanno  più quel potere di una volta.

Ebbene,  Doyers Street, che era chiamata in passato "The Bloody Angle," o "Angolo del sangue" era stage per battaglie di kung-fu all'ordine del giorno tra gangstar cinesi delle Tongs di Chinatown.

CONTINUA...


Dormire a New York con meno di 60$ a notte? Sì può! March 15 2017 1 Comment

La soluzione piu' economica è prenotare una stanza in un appartamento. Il padrone di casa vi farà da Cicerone, pagherete meno, e sarà un'esperienza autentica. Ma ovviamente non avrete la toilette solo per voi. Almeno non sempre.

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New York è una città "dog-friendly"? Ce lo racconta Flavia March 12 2017 1 Comment

di Mariagrazia De Luca

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Molti amici del Il mio viaggio a New York ci chiedono spesso se New York sia una città dog-friendly, in altre parole, a "misura di cane." 

Lo abbiamo chiesto a Flavia Caroppo, giornalista italiana che ha vissuto per vari anni nel Lower East Side con White, un meticcio incrocio tra un Labrador e un Pastore che l'ha seguita fin da Milano.

                                                     (Flavia e White)

E' caro mantenere un cane a NYC? 

 Abbastanza, ma tutto è caro a NY. Mediamente nei negozi il cibo costa più che in Italia (tipo 17$ per una busta di croccantini che dura al massimo una settimana), e di sicuro l'assistenza veterinaria è più costosa, parliamo dell'ordine delle centinaia di dollari anche solo per le vaccinazioni. E l'assicurazione sanitaria è obbligatoria anche per loro.

Quanto si spende mediamente per fare il "bagnetto" al cane?

 Per il mio White, come ho battezzato il trovatello (ormai anzianotto) di un lontano giorno di ferragosto in autostrada, non spendo mai meno di 120$ (mancia inclusa), x pedicure e tosatina annuale. Ah, gli regalano una bandana però!!! Comunque è anche facile risparmiare, ci sono posti dove puoi fargli il bagno da solo (una catena di prodotti per animali chiamata Unleashed, x esempio), siti che vendono cibo scontato e lo consegnano a casa, negozi che per rinnovo magazzino fanno sconti e altri trucchetti da imparare di volta in volta...

 

Quanti soldi spendi di media al mese per il tuo cane? 

 Non ho idea non ho mai fatto i conti (meglio evitare).

Che tipo di servizi ci sono a New York per i gli amici a quattro zampe?

Tutto quello che vuoi, inclusi hotel con tanto di letti, televisione, area gioco e servizio in camera, che ti permettono di seguire il tuo cane ovunque tu sia grazie a webcam. E poi boutiques, psicologi, agopunturisti, persino yoga e massaggi per cani. Per non parlare dei dog walker e dei dog sitter, o dei micro asili domestici. Non dimenticherò mai una pubblicità che vidi anni fa e diceva che NY è la città dove gli adulti portano i bambini in giro al guinzaglio e i cagnolini nei passeggini!   

 

Puoi portare il tuo cane ovunque con te, oppure è vietato nei luoghi pubblici?

 In genere sì, al guinzaglio! E' vietato solo nei ristoranti, nei luoghi dove si vende cibo (bodegas, supermercati, bar), e su alcuni trasporti pubblici tipo treni e bus. In metropolitana possono entrare se stanno in una borsa, e ho visto cani enormi portati nei borsoni da palestra (poveri). Purtroppo, però, pochissimi tassisti ti accettano se hai un cane. C'è però un modo per far sì che il proprio cane stia sempre con noi. Farlo certificare come un service dog (in pratica siete voi che dovete farvi certificare di avere una qualche nevrosi, tipo attacchi di panico, e di dover tenere sempre il vostro cane con voi), a quel punto, con la sua bella pettorina azzurra, vi potrà seguire ovunque, anche su certi aerei!

                             (White, cane "newyorkese")

Come sono le politiche newyorkese riguardanti i cani? 

Nel dettaglio non ho idea, ma immagino ci siano multe salate se non raccogli le deiezioni, perché le strade sono abbastanza pulite, e ogni proprietario di casa è obbligato ad avere un'assicurazione (che si estende anche agli affittuari) che copre terzi contro morsi e attacchi del cane. Nel mio primo appartamento anche il mio cane pagava un "affitto" di 40$ al mese.
 

Secondo te il cane quanta importanza ha nella vita di un newyorkese?

 Non importa che tu sia newyorkese o di Settecamini, l'importanza del cane nella vita di un essere umano è incommensurabile. Gli animali non mettono mai una maschera e vivono nel presente, e ti insegnano a fare altrettanto! Io personalmente non mi fermo mai a guardare i bambini per strada ma non c'è cane del vicinato che non riceva il mio saluto o un complimento quando ci incontriamo. E devo ammettere che anche il mio cane terrone riceve la sua dose di complimenti, e un paio di volte qui a New York mi ha fatto guadagnare i numeri di telefono di altri padroni... interessanti!

Idee...per cani "newyorkesi"

Nei ristoranti di hamburgers della catena SHAKE SHACK (ce ne sono tanti in tutta NYC), hanno un menù speciale per "dogs."  In particolare, Pooch-ini, dei biscotti alla noce di arachidi e vaniglia, pensati apposta per cani di grandi taglie. Nel Menù è espressamente specificato:  Not intended for small dogs... just let 'em have a lick or two! (I cani piccoli posso dare solo una o due leccatine a questi biscotti) Bag O' Bones, invece universali - per ogni cane, piccolo o grande. 

NYC Park ha una lista di luoghi pubblici dove possono e non possono andare i cani, e anche le regole che cani (e padroni) devono seguire. Leggi qui. 
Brunch con il cane: da Barking Dog Restaurant, 1678 Third Ave (altezza della 94th St.)
Parrucchieri per "cani": Bark Avenue167 W 83rd Street. A Cut Above Pet Stylists, 143 W 69th St. E molti altri... 
Parchi per cani: Madison Square Dog Park,  nella parte occidentale di Madison Square Park (24th street), Carl Shurz Park,  523 East 85th Street. 

 


Emily W. Roebling, la donna che ha completato il Brooklyn Bridge February 26 2017

di Mariagrazia De Luca

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E' stata una donna a dirigere i lavori di completamento del Brooklyn Bridge. Una targa posizionata su uno dei pilastri del ponte racconta in breve la storia della famiglia Roebling, dall'ingegnere John, morto ancora prima dell'inizio dei lavori, a suo figlio Washington rimasto invalido invece in un incidente durante la costruzione.  

I costruttori del ponte (The Brooklyn Bridge Engineers Club) dedicano un tributo ad Emily Warren Roebling. 

"Dietro ogni capolavoro vi è la devozione, la dedizione di una donna", afferma l'iscrizione. Emily ha preso le redini della situazione quando la tragedia che ha colpito la sua famiglia, prima il suocero e poi suo marito, sembrava voler impedire il completamento di quello che si rivelerà il capolavoro dei ponti, il primo ponte sospeso nella storia, il più amato dai newyorkesi e non solo. 

Emily nacque nel 1843 a Cold Spring, nelle campagne dello stato di New York, come secondogenita di dodici figli. Emily era molto legata al fratello maggiore, capo della Fifth Army Corps durante la guerra civile americana. Fu durante una visita al fratello, nei pressi del quartier generale dell'esercito, che incontrò per la prima volta l'ingegnere civile Washington Roebling, il figlio del costruttore del Ponte di Brooklyn, John A. Roebling. Neppure un anno dopo, i due erano già sposati e dopo due anni Emily dava alla luce l'unico figlio che avrà in vita sua, a cui sarà dato lo stesso nome del nonno paterno. 

Dopo la morte per infezione di tetano di John A. Roebling, prima ancora dell'inaugurazione della costruzione del ponte, il figlio si incaricò di continuare i lavori secondo il disegno originale. Tuttavia non passò molto tempo dalla tragedia del padre, quando Washington stesso fu vittima di un altro incidente sul lavoro: il "caisson disease." Quella del cassone era una tecnica innovativa che prevedeva il posizionamento di scatole giganti (chiamate appunto caissons) di ferro e cemento nel fiume, le quali venivano riempite di aria compressa e su cui venivano poggiate pesanti pietre per farle sprofondare fino a toccare il letto del fiume. Gli operai andavano a lavorare dentro i cassoni, scavando nel fango con l'obiettivo di trovare il fondale in pietra del fiume - operazione che ha richiesto dieci mesi di scavi - sui quali poi avrebbero costruito i pilastri reggenti del ponte. Durante questo periodo molti operai iniziarono ad avere sintomi inusuali, come vomito, sanguinamento dal naso, paralisi e nei peggiori casi la morte. Ai tempi non si era capito che il repentino cambio da alta a bassa pressione causava la formazione di bolle di nitrogeno nel loro corpo con consequenze simili a quelle dei subacquei che risalgono velocemente dalle profondità marine fino in superficie.

Washington aveva contratto un caso molto serio di "caisson disease", che lo ha costretto al letto per il resto dei suoi giorni. Mentre guardava con il suo binocolo il procedere dei lavori dalle finestre della sua casa a Brooklyn Hights, sulla collina sopra Dumbo, la moglie, che era l'unica persona ammessa in camera di Washington, lo assisteva in tutto e per tutto. Emily si assunse la responsabilità di terminare il ponte, divenendo automaticamente la prima donna della storia dedicata ad un'opera di ingegneria di tali proporzioni. 

Per quattordici anni Emily si è gettata totalmente nell'impresa ingegneristica, imparando ogni tecnica conosciuta riguartande l'arte della costruzione dei ponti, dai materiali e la loro resistenza, i cavi di costruzione (usati per la prima volta per un ponte di tale grandezza secondo il disegno di John Roebling), i calcoli matematici, ecc. tutto sempre con il supporto del marito malato. Per una donna non deve essere stato facile dover avere a che fare con i politici dell'epoca, dovendo anche essere in grado di arginare la concorrenza di altri ingegneri che volevano rubarle l'incarico dei lavori del ponte. 

Poco prima del termine dei lavori per il ponte, Emily fece anche una battaglia in difesa di suo marito, al quale si voleva togliere il titolo di capo ingegnere, a causa della debilitante malattia. 

La ricompensa è arrivata nel 1883, quando concluso finalmente il ponte, Emily poco prima delle cerimonie ufficiali, è stata la prima persona ad attraversarlo in carrozza. Con sé trasportava anche un gallo, simbolo di vittoria. 

Dopo quattordici anni di lavori, con l'impiego di circa 4.000 impiegati, e per il costo di circa $15 milioni di dollari il ponte di Brooklyn, con il suo chilometro e ottocento metri di lunghezza e le 18.700 tonnellate di granito e acciaio, è completato. Le isole di Brooklyn e di Manhattan sono state unite indossolubilmente da questa incredibile opera architettonica, tanto che nel 1898 la città indipendente di Brooklyn è entrata a far parte di New York City. In meno di mezz'ora di cammino tanti pendolari, turisti, viaggiatori e residenti, hanno iniziato a spostarsi velocemente da un'isola all'altra, senza bisogno di prendere battelli. 

Oggi come oggi, il ponte di Brooklyn è uno dei maggiori collegamenti della rete di trasporto della città, su cui passano giornalmente oltre 100.000 macchine. Il ponte. che è stato d'ispirazione per tanti altri ponti costruiti successivamente, è stato cruciale in due momenti critici vissuti dai newyorkesi di Manhattan. Sia durante l'attentato terroristico del 9/11 che durante il blackout  dell'agosto del 2003, migliaia e migliaia di persone si sono riversate sul ponte utilizzandolo come via di fuga. Nonostante le forti oscillazioni e il gemito rumoroso dei massicci cavi di acciaio, il ponte ha retto  sempre e comunque retto. 

Attraversare il Brooklyn Bridge a piedi resta per me una delle più emozionanti esperienze da fare nella Grande Mela. Lo è in ogni ora del giorno, ma soprattutto al tramonto, salendovi dal lato di Brooklyn per camminare in direzione Manhattan. Lo skyline è semplicemente mozzafiato, con le luci dei grattacieli che si accendono mentre i colori del tramonto esplodono tra la linea del cielo e del fiume, con la Statua della Libertà e la Freedom Tower a ricordarci di quanto speciale sia il momento e il luogo di cui stiamo facendo esperienza. 

 

 

 


L'apocalisse di New York nelle sculture della cattedrale di Saint John the Divine February 19 2017

di Mariagrazia De Luca

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 È caduta, è caduta Babilonia la grande! Era diventata una tana di demòni, un rifugio per ogni uccello immondo e ripugnante, e per ogni spirito malvagio. Perché tutte le nazioni hanno bevuto il vino dell’ira provocata dalla sua depravazione. I governanti della terra hanno fatto l’amore con lei e i mercanti di tutto il mondo si sono arricchiti per il suo lusso sfrenato. Apocalisse, 18

Saint John the Divine, la cattedrale anglicana più grande del mondo situata nel quartiere di Morningside Drive, alle porte di Harlem (111th street e Amsterdam Avenue), non è conosciuta solamente per il suo primato in grandezza, ma per alcune sue peculiari caratteristiche che la rendono unica, misteriosa ed anche spesso inquietante.

Innanzitutto la cattedrale Saint John è stata ribattezzata The Unfinished, che potremmo tradurre con la "mai completata." Basta alzare gli occhi verso l'alto della facciata per notare che il timpano è ancora allo stato grezzo. Iniziata nel 1892 secondo un disegno romanico-bizantino, è stata successivamente, a causa della morte dell'architetto, riprogettata in uno stile neogotico. La prima funzione religiosa risale al 1941, in seguito all'attacco di Pearl Harbor, e nel 2001 è stata anche chiusa per alcuni anni a seguito di un devastante incendio. Il motivo per cui non sia stata completata è incerto: mancanza di fondi, la spiegazione ufficiale. 

Sono soprattutto le atipiche sculture delle colonne dei profeti del portale di Saint John the Divine che la rendono una delle chiese più arcane di New York City. Mi riferisco in particolare all'interpretazione in chiave "contemporanea" dell'Apocalisse biblica di San Giovanni. La distruzione della città è il tema principale delle sculture.  

La presenza degli edifici iconici newyorkesi non lasciano ombra di dubbio: le Torri Gemelle, il Chrysler e il Citigroup Center sono visibilissimi tra le fiamme, scoppiate in seguito all'esplosione di una specie di fungo atomico. La statua sovrastante la rappresentazione della caduta della città è quella del profeta Jeremiah, ma la città non è Gerusalemme, ma proprio New York City, la moderna Babilonia! Un velo di inquietudine è lasciato dal fatto che le sculture sono state completate nel 1997, appena quattro anni prima dell'attentato terroristico del 11 di Settembre. Sono in molti, soprattutto tra gli appassionati di esoterismo, a pensare che non sia stato un caso.

Tra l'altro alcuni credono che non sia una coincidenza che proprio il 2001 sia stato l'anno dell'attentato terroristico e anche della chiusura della chiesa per un periodo piuttosto lungo a seguito dell'incendio. Le tante "cospiracy theories" trovano certamente un terreno fecondo con queste rappresentazioni misteriose di Saint John the Divine. 

Nel pilastro alla destra di Jeremiah, continua la rappresentazione della distruzione di New York, con il ponte di Brooklyn che si spezza a metà, facendo cadere un autobus e delle automobili. La Statua della Libertà sta sprofondando, mentre poco più sotto è scolpita la Borsa di New York, The New York Stock Exchange, con persone intente a vendere oggetti di ogni tipo. 

I mercanti della terra piangeranno e faranno lutto per causa sua, perché non ci sarà più nessuno che comprerà le loro merci. Apocalisse, 18

 Tra i pilastri più curiosi, ma anche più conturbanti, ve n'è uno che rappresenta la scena di una nascita. La testa di un bambino emerge da un probabile organo femminile, mentre ai due lati vi sono delle mummie, e un agnello con le zampe legate, simbolo dell'Anticristo. Un vortice in proporzione piuttosto grande si trova sotto l'agnello, ed ancora più sotto delle persone che pregano. Secondo molti rappresenta la nascita dell'Anticristo.

Elementi di morte sono rappresentati in un altro capitello: teschi, scheletri e ossa. O sono delle forme aliene che minacciano l'umanità? Una croce, nel pilastro poco più in basso, punteggiata da occhi, tiene prigionere delle persone che sembrano essere state avvolte dal fuoco. 

Anche Washington DC è sotto minacce atomiche, mentre un altro pilastro rappresenta invece l'Albero della Vita, simbolo mistico secondo la Cabala ebraica esoterica.

 

 La statua sopra il pilastro rappresentante l'Albero della Vita, è una delle più inquietanti: un uomo con un occhio coperto...  All-seeing eye, l'occhio della Provvidenza (che sta anche all'interno della punta della piramide rappresentata sulla banconota da un dollaro), ma anche l'occhio adottato dalla Massoneria  (compare nella iconografia standard dei massoni nel 1797). L'occhio che vede tutto, che ci controlla. 

Un brivido corre lungo la schiena nell'osservare la trasfigurazione di simboli biblici antichi nel nostro mondo contemporaneo. I simbolismi sono indubbiamente complessi e per questo aperti a molte e controverse interpretazioni. Cosa volevano comunicare gli architetti in modo più o meno velato? E se ci fosse un disegno massonico dietro, come la copertina della rivista massonica Masonic World  affermò nel 1925? In tanti lo pensano (basti guardare i tanti video su YouTube in cui vengono formulate creative teorie apocalittiche e cospirative riguardanti la cattedrale), altri preferiscono guardare ai pilastri di Saint John come opere d'arte frutto della libera creatività di artisti contemporanei.

Tutto è possibile, e in definitiva Saint John the Divine, per via del suo lato misterioso, resta una delle architetture più affascinanti della Grande Mela. Speriamo solo che non cada mai, la nostra amata Babilonia newyorkese!  

 

 


Il mercato della Little Italy di Arthur Avenue February 18 2017 1 Comment

 di Mariagrazia De Luca

www.mariagraziadeluca.com

 

La "vera" Little Italy newyorkese non è quella di downtown Manhattan, quasi sommersa ed inglobata da Chinatown, ma quella di Arthur Avenue nel Bronx.

Continuo a ripeterlo a tutti gli amici italiani in viaggio a New York che mi chiedono dove andare per incontrare la comunità italo-americana. 

La Little Italy del Bronx si concentra tra la 187 e la 184 street di Arthur Avenue nel quartiere di Belmont. I nostri compatrioti hanno iniziato a stabilirsi nel quartiere verso la fine del XIX secolo, quando lavoravano come operai alla costruzione del limitrofo zoo del Bronx. In quei pochi "blocks" di Arthur Avenue sono concentrati ristoranti italiani, supermercatini dove comprare mozzarella di bufala e mortadella, salumerie, negozietti specializzati in prodotti made in Italy.

Camminando in lungo e largo per Arthur Avenue vi capiterà di trovarvi a chiacchierare con la gente del posto. "Sei italiano? Di dove?" ti chiederanno, e poco dopo coglieranno il pretesto per raccontarvi le loro storie, quelle dei loro genitori, nonni e anche bisnonni che si sono trasferiti nel quartiere talvolta anche oltre mezzo secolo fa. Gli italo-americani di Arthur Avenue parlano dialetto salernitano, napoletano o siciliano mescolato allo slang americano e adorano l'Italia, terra mitica su cui spesso non hanno mai messo piede.

Il centro italo-americano di Arthur Avenue è il mercato. E' un posto incredibile. Siamo nel Bronx o in qualche mercato rionale italiano?

David Greco, terza generazione nel mercato di Arthur Avenue

David di Mike's Deli mi racconta la lunga tradizione familiare legata al mercato di Arthur avenue. "I miei nonni materni sono emigrati da Napoli a New York nel 1919.  Nonno Gennaro viene dal cuore di Napoli, invece nonna Maria, chiamata da noi Nonnabella, da Nola. Dopo essere stati per un periodo di tempo a Brooklyn, si sono trasferiti qui nel Bronx, a Belmont. Nonna diceva che qui nel Bronx l'aria era più fresca". Al posto del mercato aperto da Fiorello La Guardia nel 1940, David mi racconta, c'era un tempo un campo dove pascolavano pecore. Sua nonna, rimasta vedova molto presto, ha mandato avanti il banco di macelleria  che insieme al marito avevano aperto nel mercato. 

"Papà è venuto dalla Calabria all'età di 17 anni, con il suo gemello Giuseppe. Sono partiti con 100 dollari in tasca", mi racconta David.  Michele ha poi iniziato a lavorare al mercato di Arthur Avenue, dove ha conosciuto e sposato Antonietta, la mamma di David, figlia di Nonnabella e nonno Gennaro. Papà Michele o, all'americana, Mike, ha oggi 88 anni e tutti i giorni viene la mattina presto al mercato.

David prepara mozzarella fresca ogni giorno, e manda avanti con passione il lavoro iniziato dal nonno e continuato per oltre sette decenni dal papà. Oltre ad importare prodotti alimentari di qualità dall'Italia, David produce i propri, come la passata di pomodoro "Fra Diavolo", per gli amanti del piccante.

David mi spiega la differenza tra il panino di Trump e quello di Hillary Clinton che sono esposti l'uno accanto all'altro nel suo bancone. "Nel panino Trump ci stanno tantissime cose, come tacchino, prosciutto, salame, roast beef, formaggio svizzero, formaggio americano, pomodori, cipolle, ecc.", quello invece dedicato a Hillary Clinton  è più moderato, con "mozzarella affumicata, pomodori secchi, peperoni, olio d'oliva."

David è una fonte d'informazioni inesauribile sulla storia e aneddoti riguardanti il mercato di Arthur Avenue. Mi racconta che quando il sindaco La Guardia inaugurò il mercato, vi erano oltre cento venditori a farsi competizione. "Come potevano starci tutte queste persone qui dentro?" chiedo a David incredula. "Ognuno di loro aveva a disposizione uno spazio piccolissimo, e magari vendeva solo un tipo di prodotto. Successivamente si sono ridotti a quindici e meno".

David mi invita a sfogliare un album di fotografie che, da quelle in bianco e nero della metà del 1900 fino alle più recenti a colori, raccontano tanti momenti importanti vissuti dalla famiglia qui nel mercato. "Per noi la qualità è la regola. Abbiamo anche clienti importanti," David mi mostra foto in cui è in presenza di Leonardo Di Caprio e Robert De Niro.

I prodotti italianissimi di Modesta, signora salernitana

Saluto e ringrazio David, e continuo la mia passeggiata per il mercato di Arthur Avenue. Mi imbatto nel banco di Modesta, una signora salernitana, che vende  prodotti introvabili altrove, dai confetti alle mandorle, ai biscotti Plasmon, le Praline Strega al limoncello, il torrone siciliano Condorelli, il Chinotto San Pellegrino. Dispone anche di piatti già pronti, come le melanzane sott'olio. 

 

Caffè e frutta 

Immancabile ad Arthur Avenue è il caffè. 

Un'ampia sezione del mercato è occupata dal banco della frutta.

Icone italo-americane, americane e... sigari cubani

Camminando tra icone italo-americane come la rappresentazione a grandezza originale del Padrino, ma anche tra poster di americani famosi come Marilyn Monroe e James Dean, m'imbatto in un laboratorio dove producono sigari cubani artigianali.

Mi rendo conto che il mercato di Arthur Avenue, pur essendo il tempio italo-americano del Bronx è, come l'anima stessa di New York City, multiculturale. Alla fine decido di comprarmi un arancino siciliano da David (non sapevo proprio quale scegliere tra il panino di Trump e quello di Hillary), i confetti alle mandorle della signora Modesta e un sigaro cubano.

Non ho mai fumato un sigaro cubano, ma non posso perdere l'occasione di fare un viaggio culturale intercontinentale che, partendo dal centro del Mediterraneo arriva fino ai Caraibi, passando ovviamente per il mercato di Arthur Avenue del Bronx. 

 

 


Cinque favolosi hotel con piscina a New York February 18 2017

1) Dream Downtown

  • Indirizzo: 355 West 16th Street (8th/9th Avenues), New York, NY 10011
  • Telefono: 001-212-229-2559
  • Prezzo: a partire da 245 $ a notte
  • Website: Dream New York Downtown
  • Giudizio di Piero: Hotel fantastico, noi ci veniamo anche per il tour dei rooftop d'estate, visto che ha una terrazza davvero mozzafiato. Si trova nel Meatpacking District, zona poco turistica ma molto animata di notte. Discoteche, e ristoranti si concentrano tutti qui. Consigliato.

2) The James New York

  • Indirizzo: 27 Grand St. New York, NY 10013
  • Telefono: 001-212-465-2000
  • Price: stanze a partire da 400$ a notte
  • Website: The James New York
  • Giudizio di Piero: Hotel Boutique, la piscina è favolosa, con una vista unica sui grattacieli di Wall Street. Siete nel cuore di SoHo.

3) Millennium Hilton

  • Indirizzo: 55 Church Street New York, NY 10007
  • Telefono: 001-212-693-2001 
  • Price: stanze a partire da 150 $ a notte
  • Website: Millenium Hilton
  • Giudizio di Piero: Posizione fantastica, proprio di fronte al memorial dell'11 settembre. Bella anche la vista dalla camera. La piscina è al coperto, quindi accessibile tutto l'anno.

4) Gansevort Park Avenue

  • Indirizzo: 420 Park Avenue South New York, NY 10016
  • Telefono: 001- 212-206-6700 
  • Prezzo: stanze a partire da 300 $ a notte
  • Website: Gansevoort Park Avenue
  • Giudizio di Piero: Vicino all'Empire, hotel di lusso, con una piscina che mi toglie il fiato soprattutto per la vista. Bella anche la decorazione nel fondo della piscina. Anche questo lo utilizziamo per il tour dei rooftop!

5) Le Parker Meridien

  • Indirizzo: 119 West 56th Street New York, NY 10019
  • Telefono: 212-245-5000
  • Prezzo: Stanze a partire da 269 $ a notte
  • Website: Le Parker Meridien
  • Giudizio di Piero: Questa piscina la amo, se non altro per la vista sul Central Park, e perché è al coperto. Vi potete rilassare dentro anche quando fuori siamo a -10 gradi centigradi. Poi per un hamburger dentro l'hotel c'è il mitico Burger Joint, una istituzione.

Romanzo su New York, la vita, l'amore, l'inizio del viaggio (3) February 17 2017

 

IN EQUILIBRIO

SOPRA LA FINE

DEL MONDO

di Piero Armenti

    Primi due capitoli qui

    Terzo e quarto capitolo qui

                                        Sintesi primi quattro capitoli

Il protagonista incontra sul ponte di Brooklyn una ragazza, durante una tempesta di neve. Fa freddo, sono entrambi molto coperti. Lei gli chiede di prestargli i guanti, lui lo fa. Tempo dopo vede i suoi guanti al poggiati su un tavolo del ristorante in cui lavora. Rimane fisso ad osservare il bagno, nell'attesa  che la ragazza a cui aveva prestato i guanti esca. La ragazza esce, lo tratta male, e gli dice che i guanti glieli ha prestati un'altra amica. Il protagonista andrà a cercare quest'altra amica in una discoteca, ma lei nega. Il mistero si infittisce.

5

“Che fai qui Camila?” La sorella di Diego è arrivata dal Messico. Ha  20 anni, qualcuno meno di Diego, ma sembra molto timida e impaurita. Strano, ho commentato a Diego. I messicani sono gente allegra. Mi ha fulminato con lo sguardo: “Colpa della frontiera”.

Di lei dopo quel giorno non ho  saputo più nulla, fino a quando non l’ho vista al Rockefeller Center, con un cartellone in mano. Gridava e cercava di vendere i tour. “Hola amigo, sto vendendo i tour, ti interessa?”. “No, non mi interessa. Ma non sapevo che lavorassi qua. Diego non mi aveva detto niente”. “Sì, è una compagnia peruviana, fanno tour e si occupano di turismo”. “E guadagni bene?”. “Sì molto, se vendo 10 tour sono 300 dollari di commissione”. Non male, proprio non male per una ragazza che in Messico quella cifra non l’avrebbe vista neanche in un mese di lavoro. Ma è il miracolo di New York, città mercantile. Nei lavori da ufficio si guadagna poco. Ma appena conoscete la strada, appena entrate in quel gran segmento di lavoro che i newyorkesi non farebbero mai, allora potete guadagnare cifre alte. Certo a patto di consumarvi, perché la fatica consuma. Ma almeno si guadagna. Non c’è altra ragione che possa spingere i disperati a venire qui, che possa trasformare i professori universitari di paesi poveri in operai, gli scienziati in tassisti, gli ingegneri in pizzaioli. Non c’è una vera ragione per vivere a New York, se non quell’incredibile canto delle sirene che è il denaro. Falò delle vanità. La bellezza dei musei, la bontà dei suoi ristoranti, la pace di una passeggiata nel Central Park. Nulla di tutto questo importa. Qui l’unica ragione per venire, e per restare, è che puoi fare soldi, facendo qualsiasi cosa. E poi magari mandarli a casa, aiutare la famiglia. Per questo molti dal Messico e dall’America Centrale rischiano tutto per venire fin qua, salgono a volte su treni mercantili conosciuti come treni della morte o la bestia. E non è poco, rischiare la vita. Camila ha ritrovato il sorriso. Credo siano passate poche settimane da quando è arrivata a New York, e già è stata catturata da quella frenesia del fare tipica della metropoli. È per strada, a gridare, ad accalappiare clienti, a inventare informazioni su New York, a parlare di cose di cui non ha idea. “Ma la polizia? Non ti dice niente?". Niente, anzi scherzano con lei. Andiamo, mi dico tra me e me, chi vuoi che veramente prenda sul serio un clandestino a New York. Ce ne sono tantissimi.  Il giorno successivo mentre sono al Don Coqui a ballare con Camila e Diego, arriva un loro amico, un certo Daniel. A un certo punto vedo che escono fuori tutti e tre. Si appoggiano ad un’automobile. Daniel caccia fuori una busta, e loro gli danno in cambio dei soldi. Poi parlano un momento, e rientrano dentro. Inizio a temere che dentro ci sia della droga, che possa io stesso cadere in un giro di equivoci, e non è proprio il caso, visto che già sto nei casini di mio con il visto. Loro continuano a parlottare, fratello e sorella attaccati al bancone del bar, mentre io ballo con Madelayne, una colombiana che mi trascina in una Salsa molto hot. Ma io sono troppo distratto per concentrarmi. Sono ossessionato solo da una cosa. Sapere cosa c’è in quella busta. Madelayne mi racconta la sua storia e intanto balla e grida: “Aquel maldito!”. Io le ripeto cosa? Lei continua: “Non me lo sarei mai aspettato”. Vuoi che ci sediamo, le dico!  Accetta l’invito, e ci sediamo su alcuni divani comodissimi. Lei inizia a raccontare. “Arriva a casa un giorno, si siede sul divano. E mi dice che mi deve dire una cosa. Io lo guardo e gli dico: parla. E lui inizia a parlare” “E cosa ti dice?”. “Era così un bravo ragazzo, lì in Colombia il migliore della scuola. Poi insieme ai genitori  sono scappati a Bogotà, sai quelle cose della guerriglia, e infine sono venuti a New York, e sai cosa mi dice?”. “ No cosa ti dice?” “Che poi tutte mi invidiavano, pure Gloria la mia migliore amica. Mi dicevano che sono fortunata, ho un ragazzo che studia Legge negli Stati Uniti, che farà l’avvocato, che sarà una persona rispettata a New York, nella comunità ispana. Che vivremo in un appartamento bonito”.  “Si ma cosa ti dice?”. “Cioè allora capisci che quando ho scoperto di essere incinta, anche se non eravamo sposati, ero felicissima. Mi sono detta ok, siamo stati sempre poveri, abbiamo vissuto una vita di stenti, ed è vero che io più della cassiera al supermercato non posso fare. Ma il padre dei miei figli sarà avvocato, sai cosa significa per una donna venuta dal nulla come me?”. “Sì, ma cosa ti dice, cosa ti dice dopo essersi seduto sul divano?”. “E credimi, non me lo sarei mai aspettato. Non beveva, non fumava, non faceva battute volgari. Sempre molto ordinato, equilibrato. Sempre così a modo. Tutti ottimi voti. L’uomo ideale”. “Sì, ho capito ma cosa ti dice diamine!”. “Che poi dovevamo anche sposarci. Lo sai sposarci. Io ero convinta che dopo qualche giorno mi avrebbe dato quel fucking anello che avevo visto nella sua giacca”. “Sì, ma si può sapere cosa è successo?”. “Sai cos’è? Io lo avrei anche perdonato, ma non c’è stato modo. Mi dice che non solo aveva messo incinta me, ma anche Gloria. La mia migliore amica. Allo stesso tempo”. Silenzio, a quel punto rimango neutralizzato, non so che dirle. Stavo anche tentando di accarezzarle il braccio. Ma mi blocco. Non ricordo se ci sia stato un seguito di quella conversazione. Ricordo solo che subito dopo ci baciamo. Un bacio molto triste a dire il vero. Lei mi dice che vuole rivedermi. Io rispondo che sì, forse. Quel giorno è finito così, con queste ultime parole: “Alla fine ha chiesto a Gloria di sposarlo. E Gloria la mia migliore amica da quel momento ha smesso di parlarmi. Ed eccomi qui. Ho 28 anni, un figlio di 6, e sono una donna sola, come tante latine qui a New York”. So già che non la rivedrò più.   Fuori dal locale, mezzo ubriaco, tiro Diego per un braccio, e grido: “Cosa c’è in quella busta?”. Lui ride, e mi mostra il contenuto. C’erano la green card e il social security falsi, per permettere alla sorella di lavorare. Decidiamo di andare tutti a celebrare l’evento con un tacos!

 

6

Confesso di averlo sperato nei giorni successivi. Che tornasse la ragazza a cui avevo prestato il guanto bianco. Mi ero convinto che prima o poi sarebbe tornata, anche se mi aveva mentito e aveva finto che il guanto fosse di un’amica. In fondo ho pensato che per una bella ragazza di New York io dovessi essere peggio dell’ultimo clandestino. Il lavoro di bus boy non era tra i più duri, ma bisogna essere svegli, veloci, rapidi. Sparecchiare e apparecchiare i tavoli, versare l’acqua, interpretare quello che pensa il cameriere e il cliente. Essere tra due fuochi. Qui a New York il ristorante può riempirsi ad ogni ora, e gli americani vengono a cena in genere tra le cinque e le sei e mezza. Per diventare cameriere avrei dovuto imparare l’inglese, conoscerlo un po’ meglio. Matteo mi trattava bene, era il proprietario del ristorante, ma penso che lo abbia ereditato dal padre. Non è la sua passione cucinare, lui ama il body building e gli piace fare la bella vita, essere accompagnato da donne. Non beve, non fuma, non usa droghe e dal primo giorno che l’ho visto mi ha detto qual era la strada da intraprendere per avere successo: bisogna essere oltre ogni vizio. “Sarà dura, ma se resisti, se ce la fai, l’America ti dà grandi soddisfazioni”.  Ti dà grandi soddisfazione? Questo speravo. Una sera, prima si terminare col turno, Matteo si dà uno schiaffo sulla fronte: “Caspita, bro, mi sono dimenticato di dirtelo! La ragazza dell’altra volta è tornata”. Mi si gela il sangue nelle vene. “Quale ragazza?”. “Dai quella, hai capito quale”. Non posso crederci, voglio ulteriore conferma. “Quella che stava seduta lì, quella bella?” faccio cenno con la mano. “Certo certo, quella!” risponde Matteo. “E ha chiesto di me?”. “No, non ha chiesto di te, però ho la sensazione che fosse venuta per te”. Dai mi stai prendendo in giro? “No, davvero. Si guardava intorno, mi ha occupato anche il tavolo per più tempo del previsto!”. “Ma mica ti ricordi cosa ha ordinato? “Un’insalata Caesar”. Quel giorno decisi di fare qualcosa che non si potrebbe fare, andai a guardare i nomi di tutti coloro che avevano pagato con una carta di credito. Se aveva pagato con la carta di credito, e quasi tutto lo fanno, potevo conoscere finalmente il nome. Per mia sfortuna quel giorno c’erano state addirittura otto persone che avevano mangiato solo insalata Caesar, e di queste 5 avevano pagato con carta, e di queste solo due avevano un nome femminile. Per qualche strana ragione mi convinsi che lei doveva essere russa, e il suo nome era Viktoriya Semyonov.  Quel giorno stesso a casa iniziai a cercare su Facebook. Dovevo trovare questo nome. Mi resi conto subito che era uno dei cognomi più diffusi al mondo. Ma tra un caffè e l’altro la ricerca fallì. Decido di scendere, e andare a sentire un po’ di Jazz al Fat Cat, dove l’ingresso costa 3 dollari e ti puoi anche rilassare un po’. Probabilmente il profilo facebook non era accessibile, o usava un nome falso, o forse non lo aveva nemmeno. Però la cosa più probabile è che quella non fosse lei. Magari aveva pagato in contanto. O forse è tutto un grande equivoco.  Forse mi ero sbagliato, la ragazza del ponte e quella seduta al tavolo non erano la stessa persona. E ancora non capivo quale delle due mi interessasse veramente. Mentre ascolto un po' di Jazz, un ragazzo mi chiede di giocare a ping pong con lui, e mi sembra un’ottima idea. Si chiama Joy Turner, e vuole fare il pittore, è afroamericano. “Da dove vengo io, in Alabama, essere nero è ancora un bel problema. Poi capirai, se sei come me, nero e anche gay, non hai molte scelte. Meglio andar via. I miei genitori mi hanno guardato negli occhi. A loro non ho mai detto che sono gay, ma lo sanno, l’hanno capito. Ho guardato loro negli occhi ed ho detto io vado via, per sempre.  E loro mi hanno semplicemente detto di sì. Ho preso lo zaino, e sono qui. Per loro il fatto che io stia qui a New York, studi letteratura inglese alla Cuny, e faccia l’artista è motivo di grande soddisfazione. Sono il loro piccolo Obama. Conosci Basquiat, l’artista più quotato al mondo. Era nero e di Brooklyn. Manhattan è il posto in cui stare se sei parte di una minoranza. Non ti senti discriminato, caspita ma hai visto più in là, c’è lo Stonewall Inn, qui si sono ribellati contro la polizia. Alla fine degli ’60 si ribellarono, i gay, le cosiddette femminucce, fecero la storia di questa città.  Allora sembrava impensabile, e da lì nacque tutto. A New York mi sento a casa, è la mia casa. Sono nero, ma non mi pesa, sono gay, ma non mi pesa. Studio letteratura, faccio la mia arte, per fare un po’ di soldi lavoro nel bar del mio quartiere. Sono felice”.  L’energia di Turner mi contagia, è l’energia che hanno tutti i newyorkesi, a ogni età, di ogni condizione sociale.  Il suo racconto mi intristisce, poso la racchetta sul tavolo, e parlo: “Ti invidio sai, io sono qui semiclandestino, anzi clandestino totale. Sono rimasto oltre i tre mesi dell’Esta. Ho conosciuto una donna che non riesco neanche a ritrovare. Non lo so, ma del mio futuro non so nulla”. Bullshit. Inizia a gridare e a sbattere sul tavolo la racchetta da Ping Pong. Bullshit, continua a gridare ancora più forte, mentre io mi giro attorno e ho paura che ci prendano per pazzi! Bullshit, Man, Bullshit Man. Continua: “Fesserie, stupidaggini”. La serata finisce piacevolmente, ci scambiamo i numeri, ci salutiamo. Abbiamo bevuto entrambi: “Tu nero e gay, io clandestino, siamo noi New York, siamo noi la vera America!"

 


Dove vi regalano da mangiare se acquistate un drink February 08 2017

1) Cocodrille Lounge 

Con un drink vi regalano una pizza.

 2) Croxley Ales

Dalle 5 alle 7 del Venerdì, chicken wings gratis con l'acquisto di una birra.

 

3) The Thirsty Scholar

Tranci di pizza gratis con l'acquisto di un drink, alle 18 e alle 22.

 

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4) Rudy's Bar & Grill

Hot Dog gratis con l'acquisto di un drink, che tra l'altro è molto economico.

5) American Beauty

Una pizza intera con ogni drink!

 


L'incredibile epopea del Manhattan Bridge (con le foto d'epoca) February 06 2017

di Mariagrazia De Luca 

One hand in the air for the big city
Street lights, big dreams, all looking pretty
No place in the world that can compare
Put your lighters in the air, everybody say yeah

Empire State of Mind sparata nelle cuffie mentre dai vetri del finestrino del mio autobus mi godo il suggestivo paesaggio. Abbiamo appena imboccato da Brooklyn il ponte di Manhattan, direzione Manhattan.

Mi trovo sul più "giovane" dei tre ponti che collegano Brooklyn con Manhattan, da cui prende il nome, Manhattan Bridge. Il più antico di tutti è -sulla mia sinistra - il Brooklyn Bridge (1883), il primo ponte "sospeso" nella storia e insostituibile icona di New York. Quello di Williamsbug - sulla mia destra - è stato costruito nel 1903. La vista mozzafiato dei ponti newyorkesi, le luci brillanti dello skyline di New York, i grattacieli che si stagliano come una foresta di cemento davanti ai miei occhi, tutto questo e molto ancora pulsa sotto la mia pelle insieme alla canzone di Jay-Z. E lo ammetto sono emozionata. Mi sento la regina di New York. La sento mia questa città, sebbene sappia che la sensazione durerà poco, tanto quanto la percorrenza dei due chilometri di lunghezza del ponte.

Tra poco "atterrerò" a Manhattan, e non in un quartiere qualunque. Il Manhattan Bridge mi catapulterà dritta dentro il cuore della più grande Chinatown del mondo, dove la maggior parte della gente parla mandarino e anche il McDonald e le banche hanno le loro insegne fatte di ideogrammi. Dalla parte di Brooklyn c'è DUMBO, acronimo  per "Down Under The Manhattan Bridge Overpass," un quartiere originariamente industriale, che ha visto aprire negli ultimi decenni  gallerie d'arte e ristoranti proprio laddove vi erano magazzini e fabbriche. E' proprio da DUMBO, ai piedi del ponte, che si può godere di una delle viste più mozzafiato, soprattutto se scovate il punto preciso in cui le arcate del Manhattan Bridge incorniciano  il lontano Empire State Building. Vi ricordate il famoso spaghetti western di Sergio Leone, C'era una volta in America, con il grande De Niro nei vesti di  David "Noodles" Aaronson?

La costruzione del Manhattan Bridge, come della maggior parte dei ponti newyorkesi, non è stata lineare, ma caratterizzata da tante vicissitudini e ostacoli. 

Sembra che si siano succeduti vari ingegneri "artistici", ognuno dei quali promuoveva differenti progetti. Inizialmente, nel 1901, era stato incaricato l'architetto Herny Hornbostel, che proponeva di sostenere il ponte non con cavi d'acciaio secondo il modello di quello di Brooklyn, ma con "eye-bars", sbarre unite l'una all'altra a sostegno della struttura. Progetto scartato poco dopo. L'architetto Leon Moisseif è stato assunto nella direzione dei lavori, anche se nel corso del tempo il suo progetto ha mostrato molte debolezze strutturali: la carreggiata non era in grado di sostenere il peso del ponte. 

Degli ex studenti di Belle Arti a Parigi sono stati incaricati di progettare la porta d'entrata del ponte di Manhattan. Incarnando il trend del Neoclassicismo che imperava in quel periodo in America, sono riusciti a dare un tocco anticheggiante alla porta del ponte. 

L'arco monumentale, modellato sulla Port-De-Saint Elisée a Parigi e ispirato dal colonnato di del Bernini San Pietro a Roma è il loro prodotto finale. Il fregio si rifà al Partenone, con la differenza che nella versione "americana" vi sono rappresentati quattro indiani d'America a cavallo che cacciano bufali. 

Nelle seguenti foto d'epoca  possiamo osservare le varie fasi della costruzione del Ponte di Manhattan. 

I pilastri, alti 102 metri, sono di solito la prima cosa ad essere costruita, dopo aver installato le fondamenta del ponte nel letto del fiume.  (foto sopra)

Da notare come Dumbo era differente un secolo fa, con le fabbriche e le carrozze trainate da cavalli per le sue strade non asfaltate. 

 Dopo i pilastri, i cavi d'acciao. 

Il ponte è lungo con esattezza 2.089 metri, con la campata maggiore che ne misura 448. La larghezza è di 37 metri. Il ponte di Manhattan è interamente fatto d'acciao.

Oltre un secolo fa la sicurezza non era certamente un grattacapo per i datori di lavoro, anzi i poveri operai si dovevano arrampicare sulle impalcature senza protezione, sfidando le vertigini e il vuoto sotto i loro piedi. La bellezza del nostro ponte di Manhattan, come di tante opere d'arte del passato (e purtroppo spesso anche del presente) è costata la vita di molti lavoratori, per lo più immigrati e non di rado italiani. 

Le foto d'epoca mostrano la quotidianità degli operai, mentre fanno una "siesta" seduti nel vuoto sotto il ponte di Manhattan.

Il ponte è stato inaugurato il 31 gennaio del 1909, dal sindaco George B. McClellan Jr., che, inusualmente, si dimise subito dopo questo atto pubblico. Nonostante la pomposa cerimonia, con partecipazione di migliaia di persone, carri e barche che seguivano l'evento dal fiume, il ponte non era ancora stato completato, come potete leggere qui nell'articolo dell'epoca del New York Times.  Tra le varie cose,  il ponte era privo di una parte di pavimentazione, nonostante fino a quel momento si erano già spesi oltre $20.000.000 (valore del dollaro del 1909).

I lavori sono terminati nel 1912, causando recentemente tra le autorità un'indecisione riguardo quando festeggiare i "cento anni" del ponte. E' stato quindi formato un Comitato del Centenario del Manhattan Bridge per districarsi tra  sei differenti proposte riguardanti il giorno dei festeggiamenti del centesimo compleanno del ponte. 

La città di New York nel corso del tempo ha dovuto spendere per riparazioni e manutenzione una cifra di quasi $830 milioni. L'istallazione della metro nel 1990 sembra aver richiesto anni per essere completata, e il passaggio inferiore del ponte è stato chiuso nel 2007 lunghi periodi per lavori. Si dice che il Dipartimento del Trasporto di New York voglia rimpiazzare i cavi superiori... per una cifra di 150 milioni di dollari. 

Nonostante gli esperti affermino che il ponte di Manhattan non sia stato architettonicamente un'eccellente opera di ingegneria, il Manhattan Bridge - e su questo siamo tutti d'accordo, newyorkesi e visitatori, -  è uno dei più amati di New York City. Attraversarlo è un'esperienza adrenalinica, 100% newyorkese.

 

 


Come è nato il tour dei rooftop di New York, e quando ho capito che ce l'avevo fatta! February 06 2017 4 Comments

Il primo ingrediente è la meraviglia. La prima volta che sono salito su un Rooftop a New York, mi trovavo in cima al 230 Fifth.

Era un venerdì sera, mezzanotte. Non fu facile entrare.

La solita fila, il buttafuori che ci selezionava duramente. Per fortuna quella notta entrai. C’era l’Empire illuminato di rosso, le palme sulla terrazza, belle ragazze, e presi un drink in mano.  Bevevo il mio Martini, e mi trovavo in cima al mondo. Quella era New York. Quella era una sensazione che tutti devono provare. E in fondo se ci penso mi viene da ridere. Questo rooftop è tra quelli su cui andiamo nel tour.

Il secondo ingrediente è la fame. Le cose al lavoro non andavano bene, l’azienda per cui mi occupavo di marketing ci aveva ridotto l’orario di lavoro. Guadagnavo veramente poco per i parametri di New York, e in questi casi ti devi far venire un’idea. Oppure devi mollare. Continuavo ad andare sulle terrazze panoramiche: se sei a New York, ci sei quanto meno per provarci. Così un mio collega di lavoro, che parla tedesco,  e si trovava nella stessa situazione, mi guardò un giorno e mi disse: Dobbiamo inventarci qualcosa. Dobbiamo. Si chiama Sanel.

Il terzo ingrediente è la passione. Il tour dei Rooftop nacque da una nostra reciproca passione verso la notte newyorkese, le belle ragazze (sì, ammettiamolo)  l’atmosfera che si respira sui Rooftop. La passione verso l' estate e anche l’inverno newyorkese. Le luci, le vertigini, la vita. Entrare nei rooftop non era facile.  Era sempre una lotteria. Non sai mai se c'è un evento privato chiuso al pubblico, se chi organizza la festa vuole un ambiente molto selezionato. Non sai mai se piaci al buttafuori, se magari in quel momento non ti sopporta, è nervoso. Troppe cose sono lasciate a caso, e in definitiva non sai mai se entri o no. Ma noi volevamo condividere questa nostra passione con gli altri.

Il quarto ingrediente è il tentativo. Da un giorno all’altro decidemmo di crearlo davvero questo tour dei rooftop, anche se eravamo inesperti. Di passare dalle chiacchiere ai fatti. Ci guardammo negli occhi in uno Starbucks, e iniziammo una giornata indimenticabile di confronto di idee.

Bene, ci dicemmo, molti vengono a New York  per 3 o 4 notti. Camminano tutto il giorno, si perdono nei mille tragitti della metropoli, e arrivano la sera morti, distrutti in hotel. E poi cosa fanno? O mangiano un hamburger e rimangono a Times Square. Allora ci dicemmo: organizziamo la notte! Proponiamo qualcosa di diverso. Diamo la possibilità loro, per quanto stanchi, di utilizzare al meglio 4 ore della loro serata, per vedere qualcosa di magico. Senza stress. E l’idea era brillante, anche se non potevamo sapere se avrebbe o meno funzionato.  Bevemmo un ennesimo caffé, e pensammo: Se un turista in una di queste notti può vedere tre rooftop, a un prezzo accessibile. Beh... sicuramente lo farà.  Io come turista avrei la voglia di farlo.

Il quinto ingrediente è la sfida al mercato. L’idea c’era. Volevamo anche mantenere il prezzo basso, per renderlo il più democratico possibile. Iniziammo ad analizzare i competitors. Un tour notturno fatto dalle altre compagnie col pullman costava 89 $. Ed avevi solo un pullman e la guida inclusa. Noi per 69$ volevamo inserire 3 drink, uno per ogni rooftop, e un piccolo apertivo nell’attesa al punto d'incontro. Era un’impresa titanica,  ce ne rendevamo conto. Chi è andato nei rooftop di New York sa che meno di 15 dollari a drink è impossibile spendere.

Il sesto ingrediente è la tenacia! Avevamo bisogno di andare a parlare con i manager dei rooftop, spiegare l’idea, e ottenere sconti incredibilmente forti, promettendo in cambio che avremmo fatto pubblicità ai rooftop! Bisognava averne almeno sette o otto disponibili, perché spesso i rooftop sono occupati da eventi privati, e il tour devi farlo comunque. Ma chi eravamo noi? Nessuno! Fare gli accordi fu la parte più difficile. Non vi dico la quantità di risate, porte in faccia, accordi fatti e disfatti nel giro di poche ore. D’altronde eravamo semplicemente due stranieri a New York, senza molti soldi, e la nostra era una start up. Chi ci voleva prendere sul serio?

Il settimo ingrediente è la buona sorte. Per fortuna trovammo anche gente che ci ascoltò, come il proprietario di Skyroom, il secondo rooftop più alto della città. Da quel momento è stato uno dei partner piu' onesti con cui abbiamo lavorato. Sì perché dovete sapere che fare accordi nella vita notturna è praticamente una lotta imprevedibile, con proprietari e manager che cambiano nel giro di un'ora.  Dopo tanta fatica, avevamo gli accordi. Ora però dovevamo trovare i clienti. Mettemmo su una pagina web, aprimmo una pagina facebook, e facemmo un po’ di marketing con i soldi che avevamo. La pagina si chiamava www.thenewyornightlife.com.

L'ottavo ingrediente è la speranza. Per molte settimane aspettammo la prima prenotazione senza successo. Eravamo un po' tristi, ovviamente. Ma sentivamo che ce l'avremmo fatta. Poi un giorno arrivò la notifica. Qualcuno aveva prenotato, tra l’altro 3 ragazze australiane. Eravamo felicissimi, saltellavamo per le strade di Manhattan. Il primo tour dei rooftop fu fantastico.  In pratica non potevamo crederci. Tre ragazze australiane ci pagavano per portarle in giro a New York. Una serata magica. No, non ce le portammo a letto, se è questo che vi state chiedendo. Quella prima prenotazione però fu importante: ci fece capire che il prodotto attirava l’attenzione. Quindi ci mettemmo al telefono tutti e due per chiamare i tour operator che conoscevamo.  Intanto eravamo anche stati licenziati, e avevamo una certa urgenza di fare cassa.

Il nono ingrediente è l'America! Devo dire che per mesi fu difficile tirare avanti. Qualche prenotazione l’avevamo,  eravamo felici. Ma non potevamo pagare le bollette. Ci arrangiavamo così come potevamo. Io andavo a prendere i clienti all'aeroporto, Sanel faceva altri lavoretti.  E qui viene la grandezza dell'America. Iniziammo a telefonare a tutti i tour operator, finché il piu' grande di tutti, senza conoscerci, senza sapere niente, ci diede fiducia. Una sola telefonata con due perfetti sconosciuti che parlavano male l'ingelse. Noi. E credetemi, queste cose in America davvero succedono!  Alla fine riuscimmo ad ottenere che il nostro tour dei rooftop entrasse nei cataloghi di Viator, che 4 anni fa era un tour operator molto esclusivo, dove era difficile entrare. Quel contratto ci salvò la pelle. Il primo mese Viator ci mandò un assegno di 20mila dollari. Ce l’avevamo fatta, ci abbracciammo, capimmo che la nostra start up aveva avuto successo. Con quei soldi potevamo vivere, organizzare i tour, farli. E soprattutto investire in marketing per crescere sempre di più.

 

Da quell’estate fa sono passati quattro anni. I numeri sono letteralmente esplosi. Da un giorno a settimana, ora lo facciamo tre volte a settimana, e l’estate prossima lo faremo cinque giorni. Tanti tour operator ci hanno aggiunto nel catalogo.  Ma la cosa che ci rende più felici e sapere che la nostra idea è stata vincente. Che abbiamo sofferto, ma con tenacia e fortuna ce l'abbiamo fatta.

 

Siamo stati intervistati da diverse Tv internazionali, siamo andati su molti programmi televisivi. Tutti parlavano ad un certo punto del tour dei rooftop, anche a New York. E il perché è semplice. Era esattamente come avevamo pensato. Se stai poche notti a New York, una di quelle ti vuoi godere la magia di New York dall’alto, e l’atmosfera che si respira. Quel prezzo ci ha permesso di rimanere in tutti questi anni senza competitor. Nessuno ha mai pensato di imitarci. E sapete perché? Perché tutti questi ingredienti non sono facili da trovare! Viva New York! Dimenticavo, lo prenotate qui!


A Manhattan una mostra tutta dedicata alla Serenissima February 04 2017 1 Comment

di Mariagrazia De Luca

Camminare tra i quadri della mostra Memories of Serenissima (in corso fino al 2 di marzo 2017)  all'Istituto Italiano di Cultura nell'Upper East Side, tutta dedicata agli artisti veneziani del XIX secolo, è come fare un viaggio temporale nella Venezia del passato.

Questo evento tutto dedicato alla Serenissima è il punto di arrivo di un progetto culturale di tre anni sulla pittura italiana dell'Ottocento, e parte del festival musicale in corso del Carnegie Hall, La Serenissima. Il curatore Marco Bertoli, con oltre trent'anni di esperienza nel campo artistico e nel commercio di opere d'arte, è considerato uno più famosi esperti di pittura e scultura italiana del 1800. La prima mostra curata da Bertoli tre anni fa è stata dedicata alla Toscana dei Macchiaioli, la seconda alla Scuola Napoletana, concludendo infine il percorso quest'anno con la Scuola Veneziana.

Gli artisti a cui la mostra è dedicata non sono sempre mainstream ma, forse proprio per questo, raccontano la città in una forma originale e autentica. Nelle loro opere non rappresentano la Venezia da "cartolina" e da sogno, ma scene di vita reale e scorci atipici che rompono con la tradizione classica dei "landscape" veneziani.  

I pittori amano rappresentare "realisticamente", secondo il trend del Verismo in voga in Europa in quegli anni, le feste familiari, le cene, i lavori più umili come quelli dei pescatori veneziani, ed anche scene dolorose come la madre che accudisce il bimbo malato. 

 

 

All'epoca di Giovanni Boldini, Giacomo Favretto, Pietro Fragiacomo, solo per citare alcuni tra i tanti artisti della "scuola veneziana", la penisola italiana era un territorio frastagliato in tanti staterelli, oppure, per le opere realizzate più vicino alla fine del secolo, l'Italia era appena divenuta una nazione unita e indipendente (1871). La Repubblica di Venezia, la Serenissima, era stata annessa al neo-stato nel 1866 e la mostra ci racconta la quotidianità di questo periodo cruciale nella storia della città. 

Tra le tante opere, sono rimasta incantata dal quadro intitolato Festa di battesimo (1882) di Eugenio de Blaas. Le pieghe del vestito, lo sguardo seduttivo della donna che balla e l'espressione d'ammirazione dell'uomo seduto di fronte a lei, l'intesa e la complicità tra i due. "Chi lo dice che siamo a Venezia? Potrebbe essere una scena napoletana, o comunque del sud d'Italia" commenta Emanuele, il ragazzo assistente agli eventi dell'Istituto di Cultura Italiano. Nonostante ogni città abbia la sua identità, i "vicoletti" dei centri storici italiani si somigliano tutti. 

I dettagli del dipinto sono incredibili, così come i colori accessi, i pizzi dei vestiti finemente ricamati, l'espressione amorosa della mamma verso il bimbo. 

Il gioco di colori nei riflessi del cielo e dell'acqua nel quadro intitolato  In laguna (Laguna di Venezia) di Pietro Frangiacomo non sembra avere eguali in quanto a poeticità. Il pescatore che muove la barca col remo sembra essere assorbito in un mondo irreale di luci e colori,  ma che, allo stesso tempo, è "geograficamente" riconoscibile per lo sfondo: il centro storico di Venezia spicca con il campanile di San Marco, piccolino da lontano, ma riconoscibilissimo.

Momenti familiari raggiungo l'apice del realismo in Il cantastorie (1860) di Vittorio Emanuele Bressanin, in cui donne e bambini prestano ascolto ad un uomo alle prese con il racconto di una storia che, vista l'attenzione che gli prestano gli ascoltatori, deve essere avvincente. Il quadro del cantastorie mi lascia immaginare di come poteva essere la vita familiare veneziana (e italiana) quando la televisione e internet non erano ancora tra i nostri mezzi di comunicazione e "distrazione". La casa è semplice, con pochi ornamenti, le pentole sono appese come si faceva una volta e la bottiglia in vetro - solo una- è poggiata sopra il pensile. Non esisteva di certo il riciclaggio, ai tempi. Mia nonna aveva una gonna a fiori simile alla ragazza in primo piano di spalle, e l'acconciatura a cipolla era la moda della sua generazione, come di tante altre passate.

Alcuni dei quadri sono più minimalisti, con pennellate di colore nette che rendono un'atmosfera vibrante, da sogno. La luce di Venezia ha qualcosa di magico, di avvolgente, e Beppe Ciardi con il suo quadro Sul Molo. Fanciulle di Burano è riuscito a rendere questa sensazione di evanescenza, di poeticità e estrema malinconia che solo questa città, con poche altre città al mondo, sa trasmettere.

Barche di pescatori in laguna (1888) di Guglielmo Ciardi è una finestra sul mare veneziano. I quadri di Ciardi vanno goduti di persona, in quanto la fotografia tradisce i magnifici effetti luminosi che il pittore è in grado di trasmettere attraverso i colori. Il cielo si confonde con il mare sulla linea dell'orizzonte nella luce del sole che va scemando verso la notte. E' il momento in cui il pescatore inizia la sua giornata di lavoro, con le vele in lontananza e le tipiche "bricole" in vista (tipici pali di legno conficcati a terra e uniti tra loro indicano i canali nella laguna di Venezia).

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Grazie a questi pittori della scuola veneziana di fine Ottocento (alcuni d'adozione come il romano De Blaas o il calabrese Rubens Santoro), possiamo oggi venire a conoscenza di realtà passate ormai scomparse, di cui, senza il contributo di questi artisti, non avremmo potuto mai fare esperienza. E la cosa straordinaria, per tutti noi in viaggio a New York, è che ci è stata regalata, grazie all'impegno del curatore Marco Bertoli, la possibilità di incontrare la Serenissima qui, nel cuore di Manhattan. 

(Nella foto, Marco Bertoli al centro in compagnia di Jovanotti e il console italiano di New York City, Natalia Quintavalle durante la seconda mostra da lui organizzata all'Istituto di Cultura Italiana dedicata alla Pittura Italiana del 1800)


Dove andare a vedere il Superbowl February 03 2017

di Mariagrazia De Luca

Ci sono almeno due imporanti motivi per andare a vedere il Super Bowl domenica prossima. Il primo è per mescolarsi agli euforici tifosi newyorkesi in uno dei tanti bar di New York dove sarà trasmessa la partita, il secondo è per l'Halftime show di Lady Gaga, ossia i trenta minuti in cui la popstar più imprevedibile degli Stati Uniti si scatenerà in una performarce - secondo i pronostici - estremamente eccentrica. Si lancerà dal tetto del NRG Stadium di Houston (Texas) come affermano voci non ufficiali? (Tra gli spettatori del Super Bowl, l'Halftime  è spesso più atteso della stessa partita).

Cosa è il Super Bowl:  la 51ª edizione della finale del campionato della NFL (National Football League), il footbal americano.

Chi gioca:  New  England Patriots contro  Atlanta Falcons 

Quando: domenica 5 febbraio alle 6.30 p.m. inizia la partita, ma arrivate molto prima perchè i bar si riempiranno velocemente fino a scoppiare!

Vittorie passate: I Patriots hanno vinto quattro volte il trofeo del Super Bowl Vince Lombardi (l'ultimo nel 2014), mentre i Falcons solo una (nel 1999).

Artisti che parteciperanno: Lady Gaga si esibirà durante il famoso "Halftime" (in passato Madonna, Bruce Springsteen, Prince, U2, Beyoncé, New Kids on the Block, Janet Jackson, etc. hanno avuto il loro momento di gloria al Super Bowl). Attori del cast del famoso musical Hamilton si esibiranno con la canzone "America the Beautiful". Mentre l'inno nazionale sarà cantato dal cantautore di musica country Luke Bryan.

Per chi tifare: non so quanti di voi, amici del Il mio viaggio a New York, siate esperti di football americano. In caso non siate molto ferrati su questo sport (come la sottoscritta), ecco un test interessante proposto dal Telegraph per scoprire qual è la squadra per la quale dovreste tifare. Per saperlo, dovete semplicemente rispondere a delle domande... piuttosto originali. Provate.

Dove andare: nei tanti locali e bar di New York City che trasmettono la partita. Se invece volete andare allo stadio in Texas ci sono biglietti ancora disponibili... sì, ma al "modico" prezzo di 3.200 dollari in su. 

Ecco una lista dei più gettonati locali dove i newyorkesi amano andare a festeggiare il Super Bowl (ed eventualmente, col pretesto, a mangiare le tipiche "chicken wings" da accompagnare con un bel po' di boccali di birra).  Che vinca il migliore!

Threes Brewery 

a Brooklyn

 E' una birreria che produce la propria birra (ne hanno prodotte più di 60 stili diversi). Boccali di birra  giganti (a 15$) per i numerosi amanti del Super Bowl di domenica. 

http://www.threesbrewing.com/event/superbowl-sunday/

Professor Thom's 

nell'East Village, 219 Second Ave

Time Out lo consiglia come il posto "numero Uno" dove andare a vedere il Super Bowl, ed è sicuramente uno dei più cool  (prende il nome da uno dei primi bartender e mixologist newyorkese). Si paga $100 dollari, ma il "pacchetto Super Bowl" include Champagne, fiumi di birra (San Adams) e open bar..

Ticket: https://www.professorthoms.com/products-detail.php?id=113

Side Bar

(tra Union Square e Irving Pl)

Con 21 televisioni e proiettori, e con Brunch dedicato ogni sabato e domenica agli amanti del football, Side Bar sembra essere uno dei migliori locali dove andare a vedere partite di ogni sport. Sull'evento FB  è specificato che l'entrata non si paga, ma occorre prenotare, e i posti disponibili stanno diminuendo a vista d'occhio.

Treadwell Park

(Nel UES, 1125 Fist Ave)

Treadwell Park offre un Game Day Special, un menù speciale per il 5 di febbraio. Che ne dite di un bucket of 25 wings per 32 dollari? Un "secchiello" con 25 alette di pollo è quello che ci vuole per accompagnare una birra ghiacciata mentre assistiamo ai giocatori di football  americano che si lanciano di peso l'uno contro l'altro (onestamente non ci vanno molto delicati durante le "azioni sportive", qualcuno non è d'accordo con me?) aspettando per la performance più esuberante di Lady Gaga.

The Cannibal Beer & Butcher

(Midtown East, 113 east 29 street e Hell's Kitchen, 600 11th avenue)

 

Forse non è il posto più invitante per i vegetariani, però è ottimo per gli sportivi. In realtà, The cannibal, sebbene sia, oltre che un ristorante, anche macelleria, offre un menù variegato, lasciando uno spazio discreto anche agli "erbivori". Se siete un gruppo numeroso di amici avete anche la possibilità di ordinare a "whole animal", ossia un maiale o un agnello intero per il vostro tavolo (con una settimana di avviso d'anticipo).

PhD Downtown

(355 west 16street)

Oltre ad offrire una delle più belle viste dello skyline di Manhattan, con vista Empire e Chrysler, per citare solo due tra le icone newyorkesi, al PhD si sta preparando un Super Bowl party in grande stile: schermi giganti per tifosi o curiosi che vogliono prender parte a questa festa tanto attesa, senza rinunciare a un bel cocktail con la vista emozionante della città dall'alto. L'entrata è prevista alle 5 p.m. ed oltre alla partita ci sarà anche musica dal vivo, con Dj Gimi Djiovic in arte Dj Roul. Per informazioni mandate un messaggio a Fabio (917-2282221)

The Watering Hole Bar & Restaurant

(nel Flatiron District, 106 east 19th street) 

Da Watering Hole ci sono tifosi ufficiali dell'Atlanta Falcons, quindi se simpatizzate New Englands ricordatevi di non gridare "Yeah" se Atlanta perde. Prezzi-birra speciali per l'occasione, $5 birra alla spina e $4 birra in lattina. 

Nitehawk Cinema

(Brooklyn, 136 Metropolitan Ave) 

E' uno dei miei posti preferiti di New York, un cinema ristorante, dove hai la possibilità di goderti un succoso  double cheesburger mentre ti guardi un film su grande schermo, ultima uscita o un film d'essai. Per il Super Bowl, al prezzo di $30 è incluso: posto a sedere nel cinema e un voucher per cibo e drink. Da bere, a seconda della squadra che tifi: Sweetwater IPA for i fans dell'Atlanta Falconsfans oppure Sam Adams Boston Lager per i tifosi dei  New England Patriots.

Empellòn al Pastor

(East Village, 132 St. Marks Pl)

 Football americano da guardare, ma cibo messicano da mangiare. Il menù speciale per il Super Bowl consiste in $45 per un'ora e mezzo di "unlimited" Tacos, Margaritas, birre, vini. Niente male! Che aspettate?

Sweetwater Social

(NoHO, 643 Broadway)

Un lounge bar "sotterraneo" dove pagando $125 potete usufruire di open bar e cena. Il menù non è niente male: maiale, tacchino, nachos, alette di pollo, etc. Se non vi interessa il Super Bowl, vi è il biliardino, giochi in scatola e altre attività ludiche.

 

 

 


Peace Fountain: una "misteriosa" fontana senza acqua nel cuore di Manhattan February 01 2017 1 Comment

di Mariagrazia De Luca

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L'articolo di oggi è dedicato a tutti gli amici del Il mio viaggio a New York che quando viaggiano amano percorrere le strade meno battute dai turisti, alla scoperta di luoghi incantati e misteriosi.

Non tutti sanno che a fianco della famosa cattedrale di Saint John the Divine, alle porte di Harlem (111th street ed Amsterdam avenue), vi è un'insolita fontana in bronzo  costruita appena 32 anni fa. Infatti la Peace Fountain ideata dall'artist-in- residence (artista in sede) americano Greg Wyatt  risale al "vicino" 1985. Entrate dal cancello che si trova a destra della cattedrale.  E' solitamente aperto, anche se passa spesso inosservato dalla folla di turisti che si dirigono a St. John. Innanziutto, lo scorcio della fontana con sfondo l'immensa cattedrale vi lascerà a bocca aperta. 

La cosa che salta all'occhio immediatamente è il fatto che la Fontana della Pace è, paradossalmente, una fontana senza acqua. Inoltre, nel suo raccontare  la lotta del bene contro il male, impersonificata dall'Arcangelo Michele che uccide Satana, include molti elementi difficili da decifrare nel loro significato simbolico. La cosa certa è che l'alato Arcangelo Michele, ha appena decapitato Lucifero, la cui testa penzola priva di vita.  

La base della fontana forma una doppia spirale che ricorda la forma del codice genetico, il DNA, simbolo "scientifico" della vita. Altri elementi, all'apparenza tradizionali, si rivelano, guardandoli da vicino, tutt'altra cosa. Ad esempio, quelle che sembrano essere delle fiamme che emergono dal suolo, sono in realtà delle mani congiunte.

Un granchio gigante è poggiato sulla base della fontana, simboleggiando l'antica origine "marina" della vita, contrastando in questo modo col mito biblico di Adamo ed Eva. Di consequenza, nella Peace Fountain, la teoria del creazionismo e quella dell'evoluzionismo sembrano trovare un'armonica rappresentazione.

Una luna che sonnecchia sul lato occidentale si contrappone a un sole che invece sorride su quello orientale, come simboli di un cosmo che va al di là della realtà terrestre.

Il totale di nove giraffe, animale simbolo di pace, sono rappresentate nella fontana, una della quale è situata tra le braccia l'Arcangelo Michele.

Il giardino dove è situata la fontana è un luogo arcano, in cui animali e personaggi mitologici si affiancano l'uno all'altro, talvolta in parte nascosti dalla vegetazione. Orsi, scimmie, tartarughe, etc. sono le sculture prodotte da ragazzi del quartiere (provenienti da scuole elementari, medie e superiori) che hanno contribuito negli anni '80 all'opera artistica di Greg Wyatt.

 

Sebbene posizionata di lato alla più grande cattedrale cristiana di New York, la fontana della pace incorpora in sé elementi sacri e profani, antichi e moderni. Basti pensare anche alle iscrizioni con messaggi di pace sui libri di bronzo che la circondano. La mia preferita è quella che rappresenta una parte della canzone di John Lennon, Image. Secondo me non c'è canzone al mondo che possa, in modo più efficace e poetico, pronunciare un appello di pace tra gli esseri umani.

Some may say I'm a dreamer, but I'm not the only one

I hope someday you'll join us

 And the world will be as one

E' una fontana internazionale, visto che vi sono iscrizioni in inglese, francese, e anche italiano. 

Massime di Gandhi, Socrate, Einstein, di autori americani come Mark Twain, o musicisti del rango di Ray Charles, ma anche alcune frasi di anonimi, sono immortalate nei libri in bronzo. 

Amo la Peace Fontain per il suo essere tutta dedicata alla Pace. Una pace che non ha bandiere (si esprime in tutte le lingue) e che va al di là del credo religioso o scientifico di ognuno di noi. Una pace che, anzi, include tutto quello che è umano, del nostro mondo,  ma anche il cosmo di cui facciamo parte.

Sembra volerci ricordare attraverso pensatori antichi e moderni, cantanti, scrittori e musicisti, che la pace è (per molti di noi, i più fortunati) un'eredità che ci è stata data... facciamone tesoro!  

 

 


Che bella notizia! Di Caprio interpreterà Joe Petrosino, l'eroe campano di New York February 01 2017

Leonardo DiCaprio sarà Joe Petrosino nell'adattamento di The Black Hand, libro di prossima pubblicazione scritto da Stephen Talty. Lo riferisce Deadline.


Si tratta di un romanzo ambientato nella New York City di inizio '900, dove il poliziotto Joe Petrosino è impegnato a combattere una serie di crimini inarrestabili. Le sue ricerche lo porteranno fino a Palermo, dove verrà ucciso dalla mafia a colpi di pistola, il 12 marzo del 1909. 
La pellicola sarà prodotta dallo stesso DiCaprio con la sua Appian Way e distribuita dalla Paramount.


Il mercatino biologico di Union Square January 29 2017

di Mariagrazia De Luca

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"Dove posso mangiare qualcosa di sano?" mi hanno spesso domandato amici in viaggio nella Grande Mela. "Sono stanco di andare avanti ad hamburger, hot dog, panini di vario tipo, e non posso neppure permettermi di mangiare al ristorante tutte le sere." Ebbene amici del Il mio viaggo a New York, se anche voi vi state ponendo le stesse domande, vi consiglio di farvi una passeggiata nel Greenmarket, il mercatino biologico di Union Square.

Aperto quattro giorni a settimana (lunedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle 8 am alle 6 pm), il mercatino è localizzato nella parte nord occidentale della famosa Union Square (tra 15th e 17th  street e Union Square West). I venditori provengono dal nord dello stato di New York, ma anche delle limitrofe campagne della Pennsylvania, e ci portano i loro prodotti rigorosamente biologici fino al cuore della città. Comprando al Greenmarket, da una parte abbiamo accesso a prodotti salutari, dall'altra sosteniamo il mercato newyorkese. 

Io personalmente non avevo mai provato un vino made in New York. Di solito sia nei ristoranti, che nei "liquore store", si vendono vini californiani, francesi, italiani, argentini e cileni. Ecco, al mercatino di Union Square ho provato il vino di "Finger lakes", una regione a nord di New York City, chiamata così per la presenza di undici piccoli laghi dalla forma allungata.  Dopo varie degustazioni di vino offertami dai due ragazzi proprietari di Traleaven Winesho optato per un rosso dolce, molto simile al nostro fragolino, ma più leggero. "Don't worry!", mi dicevano in risposta alla mia preoccupazione di alzare il gomito in un orario ancora mattutino, "è già passato mezzogiorno. Prova un altro dei nostri vini newyorkesi!" I ragazzi di Traleaven producono Chardonnay, Riesling, Pinot Noir,  Cabernet Franc e altre qualità di vino, e sono fedelissimi alla parola d'ordine "sostenibilità."

La tappa successiva è stata da  Beth's Farm Kitchen, dove incontro Beth, una signora sulla settantina, dai capelli bianchi raccolti in un fazzoletto rosso e il sorriso contagioso.  Dopo avermi chiesto "Where are you from?", Beth afferma entusiasta  "Ah, italiana! Grazie mille! L'italiano è la lingua più bella del mondo, io la studiavo al college... tanti tanti anni fa!". L'allegra ex studentessa di italiano, vende marmellate fatte in casa di ogni sapore, dalle classiche alla fragola, albicocca, lampone, alle più original come "triple fruite", con pompelmo, arancia e limone, o pere allo zenzero. Dovete chiedere a lei per  i dettagli e farvi consigliare quella che fa al caso vostro... la scelta è troppo ampia per navigare da soli tra le tante varietà. 

Tra i prodotti di Beth vi sono anche ketchup, differenti tipi di salse, piccanti come "Cherry Bomb Hot Sauce", ed anche un prodotto chiamato "Chutneys," un condimento per riso e carne fatto con frutte e verdure locali ma condito con spezie provenienti da tutto il mondo. Usato soprattutto nella cucina Sud Asiatica, il Chutneys trova nella cucina di Beth una creativa formula tutta "americana" aperta all'internazionalità dei sapori. 

I peperonicini di Christian

Ai venditori del Greenmarket di Union Square piace chiacchierare con la gente che visita il mercatino. Christian ha un banchetto che vende verdure, con un'ampia scelta di peperoncini. Mi incuriosisce uno chiamato "dried ghost chiles". "Si chiama così, perché una volta che lo mangi, muori!" mi confida Christian di Eckerton Hill Farm. Ci mettiamo a ridere, contagiando anche i venditori limitrofi. 

Formaggio di capra in tutte le sue varianti

Un altro banchetto è tutto dedicato al "goat cheese", il formaggio di capra. Per Lynnhaven Dairygoats "is all about goats," e vi assicuro che le creazioni culinarie a base di formaggio di capra proposte da questo banchetto sono oltre ogni immaginazione di sapori: dal pesto, al peperone grigliato al cioccolato. Le capre di Lynnhaven hanno vinto anche dei premi per la loro qualità. 

Prodotti provienti dalla New York selvaggia 

Non tutti lo sanno, ma a meno di due ore di guida da Manhattan in direzione nord, si ha la possibilità di approdare in luoghi selvaggi, dove paesini sono isolati l'uno dall'altro, con orsi bruni che si aggirano per la montagna, avvicinandosi anche ai centri abitati (i cassonetti sono addirittura bloccati da catene per evitare che i ghiotti animali che popolano l'aria vi frughino dentro). Deep Mountain Maple, nel cuore del Vermont, produce in modo sostenibile (wood-fired, con cottura nel forno a legna) da oltre 25 anni il "syrup", lo sciroppo prodotto dai "maple", dagli aceri che popolano le montagne attorno a New York. 

Patatine fritte biologiche 

Nel mercatino di Union Square anche le patatine fritte sono "organic."

Miele preparato nelle terrazze e balconi di New York 

Con un'esperienza di oltre 130 anni  nel settore, la compagnia Andrew's Honey, è famosa per il miele locale. E locale significa, letteralmente, che il miele si produce nella città stessa di New York City. Non è incredibile che nei "rooftop" di alcuni edifici di New York venga prodotto del miele?   

Frutta, verdura e... orecchie di maiale 

Accanto alla frutta e verdura proveniente dalle campagne dello stato di New York, un banchetto di "norcineria"  vende prodotti "organici" meno comuni... 

Orecchie di maiale, uova di struzzo, biscottini allo struzzo per cani, sono solo alcuni dei prodotti che potete trovare al mercatino di Union Square. 

Pane senza glutine e pasta fatta in casa

Nel Greenmarket trovate pane casareccio a prezzi accessibili, e un'ampia scelta di prodotti "gluten free", ma anche fettuccine fatte in casa. 

Le fettuccine casarecce sono esposte accanto ai "tamales", tipico piatto messicano a base di farina di mais ripiena di carne, vegetale, peperoncino e avvolta con foglie di platano, o altre piante. 

Vini newyorkesi ispirati da antiche ricette francesi

Ho avuto modo di chiacchierare con il produttore di vino Patrice DeMay, emigrato con la famiglia dalla Francia negli USA negli anni '70  e fondatore di Chateu Rinaissance Wine Cellar. I vini (ma anche l'olio, aceto...) prodotti dalla azienda di Patrice seguono ricette francesi, datate fino a 400 anni fa. La specialità è lo Champagne di New York State, prodotto minuziosamente, bottiglia per bottiglia, secondo un'antica ricetta chiamata "Method Champenoise" della Valle della Loira. Il risultato è uno dei più pregiati e originali vini del mondo, made New York.

 

I gamberetti più freschi di New York 

Un banchetto gestito da due ragazze, nel bel mezzo del Greenmarket di Union Square, vende i gamberetti più fresh di New York. Di Eco Shrimp Market ha parlato Vogue e altre riviste, sottolineando la sostenibilità, la freschezza e la qualità dei gamberi prodotti da questa azienda di Newburgh, NY. Eco Shrimp Market si considera una "fattoria urbana", la cui filosofia punta all'utilizzo di spazi cittadini inutilizzati per produrre cibo, riducendo l'impatto ambientale, le spese di trasporto e incentivando l'economia locale. Chiaramente la parola "congelato" non è nel vocabolario di Eco Shrimp Market.

Pies, torte assortite per ogni gusto

Immancabili torte per ogni gusto, dalla tipica "apple pie", alla "pumpink pie", e molto  ancora. Il Greenmarket di Union Square è il posto ideale per fare il Pit Stop durante le vostra camminate esplorative di Manhattan. 

 

 

 

 


Alla scoperta dei graffiti del South Bronx. January 24 2017

January 24 2017
di Mariagrazia De Luca

 

Era il 1977 quando, durante una partita di baseball dei New York Yankees contro i Los Angeles Dodgers, il giornalista interruppe la telecronaca della partita, affermando una frase poi  diventata celebre: "Ladies and gentlemen, the Bronx is burning!". Il Bronx è in fiamme. E in fiamme lo era davvero. Dal South Bronx si alzavano lingue di fuoco enormi che si intravedevano sin dal Yankees Stadium, ma quello spettacolo dantesco non era una novità per nessuno. Gli abitanti del South Bronx erano abituati a vivere nella decadenza del loro quartiere, una decadenza diffusa per tutta la città, che cercava di riprendersi da una severa bancarotta. La miseria era talmente disperata che, pur di ricavare soldi dall'assicurazione, erano gli stessi proprietari a causare incendi dolosi nei propri edifici. I vigili del fuoco ricevevano chiamate ogni 30 minuti, e le sirene suonavano senza sosta per le strade del South Bronx piene di fumo nero.

Di tutto il borough del Bronx, il South è stato sempre quello più problematico, quello con povertà e di conseguenza con un tasso di criminalità più elevato. In parte lo è ancora, nonostante le politiche di riqualificazione territoriale dei sindaci degli ultimi decenni, e nonostante la "gentifrication" imperante che sta spingendo gli abitanti del quartiere a lasciare le proprie case, dove spesso sono nati e cresciuti, per andare a vivere in un altro quartiere più economico. Eppure l'Hip Hop, la breakdance e i graffiti sono nati qui, nel South Bronx, in quegli anni '70 che erano disperatamente decadenti, ma allo stesso tempo estremamente fecondi per artisti che non avevano neppure soldi per comprarsi strumenti musicali. 

I primi rapper si definivano MC, ovvero Masters of Ceremony, una sorta di presentatori o intrattenitori che parlavano al microfono mentre il DJ tagliava parti di canzoni di James Brown, tipo Funky drummer o degli Chic, Good times. Il DJ continuava a ripetere il break, la parte strumentale con batteria e basso,  mentre il MC, (che in molti casi era lo stesso DJ) iniziava a cantare piccole frasi, poi versi che diventavano canzoni. L'hip hop si è sviluppato soprattutto nei parties del South del Bronx di Kool DJ Herc, ma la forma originale è stata portata originariamente nei ghetti del Bronx da immigrati giamaicani. 

E' incredibile pensare che l'Hip Hop, oggi sempre al vertice di tutte le classifiche degli Stati Uniti, è stato inventato dai ragazzi poveri del South Bronx.

Passeggio alla ricerca di graffiti che mi raccontino la storia incredibile del South Bronx, e mi rendo conto di come questa street art sia autentica, di come nasca dall'urgenza di raccontare, di uscire dal silenzio, dall'anonimato, dalla necessità di ribellarsi, di come sia un grido che ha bisogno di trovare ascoltatori. Scopro che molti dei graffiti sono stati fatti da Tats Cru, dei ragazzi che iniziarono a farli clandestinamente nella metropolitana negli anni '80 e sono diventati, nel corso degli anni,  dei maestri riconosciuti e rispettati in tutta la città e altrove. 

Amadou Diallo

Non tutti hanno sentito parlare di questo ragazzo ventitreenne, immigrato dalla Guinea con la sua famiglia, e rimasto ucciso da 41 colpi di pistola tirati da quattro poliziotti, che hanno scambiato il suo gesto di estrarre il documento dalla giacca come una minaccia e hanno scaricato sul suo corpo tutte le cartucce a disposizione. Non certo il massimo della professionalità, ma nel South Bronx c'erano le leggi del Far West, e si sparava facile, per niente. Bruce Springsteen ha dedicato una canzone a Amadou Diallo, American Skin (41 shot). Fa venire la pelle d'oca ascoltarla, mentre si legge quello che è scritto sul graffito: Mom, I am going to college. E a pensare che i quattro poliziotti sono stati assolti come "not guilty", ossia ne sono usciti completamente puliti.  

Headhache Nelson 

I Latin Kings sono una gang internazionale, che era molto potente nel South Bronx e sembra che Headache Nelson ne sia stato uno dei capi più importanti. Un bel ragazzo, dai tratti latini, che a quanto si dice godeva del diritto primae noctis verso tutte le ragazze del quartiere. E' stato questo il motivo per cui è stato ucciso? Un'altra leggenda dice che a sparargli sia stato il fratello che voleva entrare a far parte dei Latin Kings, ma Nelson glielo aveva negato. "Dimostraci che sei pronto a fare di tutto per la tua gang e uccidi Headache Nelson", gli avrebbe detto uno dei capi dei Latin Kings californiani. E' andata proprio così? Poco più avanti c'è anche il graffito di Nelson affiancato dalla sua girlfriend. Sembra che anche lei sia rimasta uccisa in una di queste sparatorie tra bande.

Baby Angel

Proiettili volavano nell'aria facilmente nel South Bronx e Jonathan, un bambino di sette anni, sembra sia rimasto vittima di uno di questi, mentre giocava con una palla fuori ad una lavanderia. A quanto pare l'assassino era un uomo ubriaco in possesso di una pistola. Jonathan è ricordato dalla gente del quartiere come Baby Angel.

I love the Bronx

Un graffito incredibile che racconta tutta la storia del Bronx per immagini, opera di Tats Cru.  

B... 

Nella B vi sono le due icone più famose del Bronx: il Botanical Garden e il Bronx Zoo, oltre che bambini alle prese con un baseball piuttosto "artigianale."

R...

La subway, il ponte... 

O...

Il DJ, il ballerino di breakdance, il treno old-fashion e una sorta di venditore di granite (alcuni qui le chiamano "raspados") che grattuggia una tavola di ghiaccio,  mescolandolo poi con sciroppi di vario tipo fatti in casa. Di sfondo gli edifici abbandonati, la bandiera di Puerto Rico... 

N...

L'autobus di linea, le scarpe appese ai cavi elettrici (simbolo della stata sconfitta della gang avversaria), le bambine che giocano a corda...

X...

Lo stadio degli Yankees, il tamburo e il dominò, tanto amato dai tanti immigrati domenicani e portoricani che ancora oggi si siedono d'estate con i tavolini fuori le case ore ed ore a sfidarsi in questo gioco tradizionale.. 

Africa Bambaataa

La neve ha reso tutto più magico, nella mia passeggiata alla scoperta dei graffiti del South Bronx. Il volto di Africa Bambaataa sembra una fotografia.  L'artista ha usato oltre 15 strati di colore per rendere l'effetto così realistico. Il riflesso della lente degli occhiali di Africa Bambaataa è un dettaglio che mostra l'abilità di Jorit, conosciuto come Agoch, che - ho scoperto per caso- è nato a Napoli da madre olandese e padre italiano. 

Africa Bambaataa, prima di diventare DJ, era parte di una famosa gang, The Black Spades, nata come un'organizzazione di teenagers che seguiva gli insegnamenti di Malcolm X e Black Panthers.  Africa Bambaataa ha trasformato The Black Spades in Zulu Nation, un gruppo internazinale hip hop, che, oltre alla diffusione di questo genere musicale, promuove "peace, love, unity and having fun" tra la comunità del Bronx ma anche a livello internazionale. Qualcuno ha attribuito ad Africa Bambaataa di aver coniato il nome hip-hop ma non è sicuro. 

Big Pun 

Bisogna essere dei fanatici dell'hip hop per sapere in Italia chi sia Big Punisher,  conosciuto come Big Pun, il primo rapper latino a vincere dei premi musicali importanti. Invece qui nel Bronx è amatissimo, e i graffitari gli hanno dedicato tante opere. Le canzoni di Big Pun raccontano le lotte quotidiane che le persone fanno nel quartiere per sopravvivere, per farcela. Lui è un esempio di questa lotta dal basso, essendo cresciuto con una madre eroinomane e un padre che entrava e usciva di galera. Big Pun stesso aveva un problema di salute serio: lottava contro l'obesità (era arrivato a pesare oltre 300 kg), la stessa che lo ha probabilmente portato a morire per un attacco al cuore il 7 febbraio del 2000.

Sebbene Big Pun sia morto molto giovane, all'età di 29 anni, gli artisti fanno di tutto per renderlo immortale. 

Official video: Still not a player (1998)  

It’s Big Pun!

The one and only son of Tony, Montana

You ain’t promised mañana in the Rotten Manzana

C’mon pana e need more rhymers

Feel the marijuana snake bite, anaconda

A man of honor wouldn’t wanna try to match my persona

Sometimes rhymin’ I blow my own mind like Nirvana, comma!

And go the whole nine like Madonna

Go try to find another rhymer with my kind of grammar!

(from The Dream Shatterer, 1998)


Winter in New York City. Consigli per "scaldarsi" con attività ed eventi dei prossimi giorni January 23 2017

 di Mariagrazia De Luca

www.mariagraziadeluca.com

Agenda in mano, amici del Il mio viaggio a New York che state per sbarcare nella Grande Mela! Sto per suggerirvi eventi e attività da fare durante i prossimi giorni per sfidare il clima rigido delle giornate invernali newyorkesi. Prendete nota, e se ne sapete più di me... scrivete commenti alla fine dell’articolo.

Le meraviglie nascoste di New York City sono tantissime, e spesso le meno pubblicizzate, quelle che scopri per caso, sono le migliori.   

Pattinare sul ghiaccio a Manhattan

L’albero di Natale non è l’unica attrattiva invernale al Rockefeller Center. The Rink, la pista di pattinaggio appartenente al complesso di edifici commerciali più grande del mondo (diciannove edifici!), è sicuramente la più iconica di New York, ma anche una delle più care. Potete prendere lezioni di pattinaggio per $50 ogni 30 minuti.  La pista resterà aperta fino a primavera inoltrata, con chiusura il 16 di aprile. I prezzi di questi giorni sono più bassi rispetto all’alta stagione natalizia ( $25 ogni trenta minuti). Tuttavia,  se volete pattinare senza spendere tanto, optate per Bryant Park, dove il nolleggio costa $20 all’ora, ma è gratis se usate i vostri pattini. Oltre alla pista di Central Park, considerate anche quella di Prospect Park a Brooklyn, sicuramente meno affollata di quelle di Manhattan.

 

Ring Rockefeller Center: https://therinkatrockcenter.com/files/pdfs/Rink-General-Admission.pdf

Ring Bryant Park: https://www.nycgovparks.org/facilities/iceskating/3

Ring Prospect Park: http://lakesidebrooklyn.com/activities/ice-skating/

Il festival del ghiaccio

Si svolge a Central Park ed è uno degli eventi più attesi dell’inverno. Si svolge l’11 di febbraio ed è gratis. Dalle 3 alle 5 pm gli artisti di Okamoto Studio del Queens si daranno all’ Ice carving (sculture del ghiaccio). Utilizzandone tre tonnellate, creeranno meravigliose sculture rappresentanti le statue di Central Park. Dalle 5 alle 7 pm si ballerà con tre DJ che mixeranno differenti tipi di musica, tutte allo stesso tempo: anni '80, anni '90 e le 40 canzoni che sono in cima alla classifica degli Stati Uniti in questo momento. Come è possibile? Ebbene, ognuno indosserà delle cuffie e potrà sintonizzarsi su frequenze musicali diverse, a seconda del DJ preferito. E si ballerà tutti insieme, ognuno al suo ritmo!

Per partecipare bisogna registrarsi qui, ma ciò non assicura la disponibilità di cuffie musicali. 

La filosofia tipica degli eventi gratuiti è first serve basis. Arrivare prima possibile, se si vuole essere essere i primi a usufruire di un servizio!

Quando: 11 Febbraio

Dove: Central Park

Capodanno Cinese a Chinatown

Pronti a festeggiare l’anno del Gallo nella Chinatown più grande del mondo? Se siete nati in uno di questi anni, potrebbe essere proprio questo che sta per iniziare il vostro anno. Gli anni del Gallo, il decimo segno zodiacale dell’oroscopo cinese, infatti, includono: 1921, 1933, 1945, 1957, 1969, 1981, 1993, 2005, 2017…

I grandi eventi da non perdere sono due: la cerimonia di inaugurazione dell’anno del Gallo, domenica 28 gennaio a mezzogiorno, durante la quale si scacceranno spiriti cattivi attraverso lo scoppio di migliaia di “firecrakers,” pedardi di vario tipo, a Sara D. Roosvelt Park. Il secondo evento, il 5 febbraio da mezzogiorno alle 4.30 pm sarà invece la diciottesima parade annuale del Lunar New Year, con dragoni, leoni e ballerini dai costumi tradizionali, che riempiranno le strade di Chinatown al ritmo di tamburi e altri strumenti tipici cinesi.

Il punto migliore per la parata è: Chinatown, tra East Broadway o nei pressi di Roosevelt Park e Grand Street.

Sito ufficiale del capodanno cinese: http://betterchinatown.com/upcoming-events/

Viaggio nei tropici... del giardino botanico del Bronx

Se invece di andare a celebrare  il capodanno cinese, o dedicarvi ad attività invernali di vario tipo, cercate invece una fuga dal freddo newyorkese, sebbene solo per una mezza giornata, ecco che dovreste fare una visita al giardino botanico del Bronx. Camminando tra le palme, le piante amazzoniche, i cactus sudamericani e la vegetazione africana, avrete l’impressione di star facendo un viaggio ai tropici senza lasciare la città.

Dal 18 febbraio al giardino botanico verrà ospitata una mostra speciale, the Orchid Show. In omaggio della Thailandia, verrano esposte migliaia di differenti e coloratissime orchidee. 

 

Super Bowl

Ok, il football non è proprio il nostro forte. Vero, amanti del calcio? Ma se per caso vi ritroverete a New York durante il Super Bowl, vi consiglio di entrare in qualche pub e mescolarvi ai newyorkesi, che si riversano proprio in quel giorno nei tanti locali che trasmetteranno in diretta le partite su schermi giganti.  Compratevi un bel boccale di birra, che è spesso venduto a prezzi scontati in queste occasioni, e tifate  per una delle squadre in gioco. Se pensate che il football sia noioso, non vi preoccupate, ci penseranno i newyorkesi a farvi divertire, tra le grida e l’euforia.

Uno dei più famosi punti di ritrovo per il Super Bowl è il Threes Brewery a Brooklyn,  pub e fabbrica di birra (ne hanno prodotte più di 60 stili diversi) che mette a disposione grandi schermi e boccali di birra altrettanto giganti (a 15$) per i numerosi amanti del Super Bowl. Arrivate prima possibile, altrimenti rischiate di non entrare perchè si riempe in un battibaleno di tifosi e curiosi.

http://www.threesbrewing.com/event/superbowl-sunday/

Quando: febbraio 5, dalle 5 pm alle 12 am.

Indirizzo: 333 Douglass St, Brooklyn

Il weekend dei ristoranti

Non tutti lo sanno ma siamo nel bel mezzo del Ristorant Week (dal 23 gennaio al 10 febbraio), una settimana in cui tantissimi ristoranti– alcuni dei quali prestigiosi e solitamente molto cari – offrono sconti mozzafiato per la maggiorparte dei piatti. Si possono fare prenotazioni dal sito Open Table. Potete in questa settimana permettervi di andare a ristoranti del calibro di Gotham Bar Grill, la bisteccheria Gallagher, Tao Uptown o l’elegantissimo Viceversa, che solo alcuni dei circa 400 esercizi che aderiscono alla Ristorant Week. Menù fisso di tre portate, per pranzo a $29 dollari e per cena a $42, credetemi, sono davvero prezzi convenienti.

Mercato delle pulci 

Il Brooklyn Flea è un immensio mercato al chiuso dedicato al cibo e a prodotti di ogni tipo.  Con una grande sezione fornita di 25 chioschi di cibo artigianale e una dedicata all'antiquariato, al vintage, all'arte, alle occasioni d’oro da trovare tra cianfrusaglie di vario genere, è il luogo perfetto dove andare in una giornata gelida o semplicemente per comprare regalini per amici e per se stessi. Si trova a Brooklyn, 1 Hauson Pl (Fort Green).

Quando: sabato e domenica

Costo: 1 dollaro. Ragazzi sotto i 16 anni, entrano gratis.  


I ponti di New York verranno illuminati come l'Empire! Fantastico! January 20 2017 1 Comment

Fantastico! La notizia mi rende felice. Lo skyline di New York potrebbe cambiare definitivamente.

7 ponti di New York verranno illuminati, e formeranno diverse coreografie di luci, coordinate anche con diverse musiche.

Dovrebbe succedere a fine mese.

Vi terrò informato


Come parlano gli Italiani di NOO YAWK? January 20 2017

January 24 2017 

di Mariagrazia De Luca

www.mariagraziadeluca.com

 

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un allarmante articolo del Telegraph: secondo alcuni linguisti della rinomata Accademia della Crusca, l'Italiano si estinguerà entro il 2300. C'è da ammetterlo, rispetto ai nostri vicini europei, noi tendiamo ad accettare sempre più numerose parole inglesi nel nostro vocabolario. Sarà perchè, con gli "appena" 156 anni dalla nostra unità d'Italia, siamo un paese più giovane rispetto ai cugini europei? 

Il “mouse” del computer, per noi italiani, non è mai stato il “topo”, mentre per gli spagnoli è senza alcuna incertezza il “raton”. Il computer è computer, non computadora. “Domani sera ho un meeting,” non una riunione. E questi sono solo alcuni dei tanti casi in cui noi “adottiamo” parole inglesi nel nostro vocabolario senza pensarci troppo su. Siamo meno patriottici o semplicemente più accoglienti ed aperti verso le altre lingue?

L'articolo del Telegraph mi ha spinto a riflettere sul mio modo di parlare italiano dopo oltre quattro anni nella Grande Mela, e, nel fare questo, mi sono consultata anche con amici ed amiche che sono nella mia stessa situazione. Come il nostro italiano ha subito l’influenza dell’americano, e soprattutto, del modo di parlare dei Noo Yowkez (newyorkesi)?

Sono "busy"! Non ho tempo!

Difficile negarlo, la parola “busy” evita molti fraintendimenti. E’ diretta, e inequivocabile. Busy dà proprio l’idea del movimento, della mancanza di tempo a disposizione, dell’azione frenetica. “A Roma diciamo “incasinati”, a Napoli dicono “inguajati”. Io non dico mai “occupato”, non sono mica un bagno!” afferma il mio amico Gianni.

E’ cool!

 In italiano diremmo: è bello, è fico (in modo colloquiale), che spettacolo! e via dicendo. “Cool”, per mia esperienza, si può usare in situazioni più o meno formali ma anche informali, e poi diciamoci la verità... suona più cool che altre parole sostitutive.

 

Delivery – la consegna a domicilio

Ve lo assicuro il 99,9 % degli italiani che vivono a New York e vogliono ordinare una pizza ad un ristorante con consegna a domicilio usano il termine “delivery”, inserendo la parola in una frase tutta in italiano.

 Domanda: “Mangiamo una pizza?”

Risposta: “Sì, chiamiamo un delivery”

Ho capito!

I GOTTA [da leggere “gara”] oppure GOTCHA [“gaccia”] sono super newyorkesi e io personalmente li uso in continuazione senza neppure accorgermene.

Domanda: “Hai capito quello che intendo?”

Risposta: “Gotcha!”

 

Make sense! 

Spesso le traduzioni letterali del verbo TO MAKE (fare) dall'italiano all'inglese, creano equivoci. Esempio tipico di conversazione:

 “Quello che dici fa senso!”

“Fa senso?”

“Oh, no! Volevo dire ha senso!”

 

Intercalari

 In Italia si usa molto allora, cioè, dunque, etc. Qui “I mean…” è inflazionato in qualunque tipo di discorso.

 “Non ho capito perché mi guardi in questo modo, I mean… qual è il problema?”

 Anche “so” (allora).   So? Qual è il problema?

 

Espressioni di stupore

 WOW! Really? No way! Yeah!

 

"Bad words"... le parolacce

Non le scrivo ma vi lascio immaginarle. WT…???

Credo che quando ci troviamo a dire parolacce in inglese… la nostra conoscenza della lingua e' ormai piuttosto intima e viscerale. Quando sono arrabbiata, senza dubbio grido in dialetto romano, la lingua delle emozioni.

 

Parole inglesi che usiamo giornalmente in Italia

No problem. OK. Let’s go! Com’on! 

 

Struttura inglese per frasi italiani 

La mia amica Flavia dice sempre: Cammino il cane (I’ll walk the dog) e ti raggiungo. Sarebbe porto fuori il cane, faccio fare una passeggiata al cane…

Almeno per una volta tutti ci siamo cascati nel dire: Ti vedo la prossima settimana! (I’ll see you next week) , sarebbe ci vediamo!

 

Verbi inglesi “italianizzati”

Alcune delle seguenti frasi le ho sentite, altre sono state mie involontarie "invenzioni":

 Ho skippeato la classe (to skip – saltare, mancare)

 Ho loggato nel mio profilo di Facebook (to log in – accedere a)

 Plugga la spina (to plug- inserire)

 La lucetta blinka (to blink - lampeggiare)

 

Dubbi linguistici che ci mandano in crisi esistenziale

 Compro delle rose dal fiorista ( fioraio - in inglese fiorist). Ci risiamo: i false friends! 

 Torno a New York in Febbraio (in February - a Febbraio). Che problema, le preposizioni! 

 Ho ascoltato un saxofonista bravissimo ! (Sassofonista)

La seguente è una conversazione che ho avuto con il mio coinquilino il mese scorso:

 Coinquilino: "Domani alle 11 passa l’esterminator. Aprigli la porta!"

Io: "Chi passa? Non apro la porta a nessuno sterminatore." (esterminator – chi fa la derattizzazione)

A volte è la pigrizia di pensare... o di fare le scale a piedi?

 Prendiamo l’elevator (ascensore) che sono stanca. 

 

 Salutare a tutti con Ciao, ragazzi! a prescindere dall’età

 Che ci si rivolga a giovani, adulti, donne o uomini, è molto comune salutare tutti con “Hi, guys!” Spontaneamente, a me capita di tradurlo con “ragazzi” quando ci si rivolge ad italiani, che siano settantenni, o bambini, che siano uomini o donne. Qualcuno mi ha fatto notare che può suonare fuori luogo, tanto da sembrare "ironico" nei migliori casi, o offensivo, nei peggiori. 

 Il modo di fare dei NOO YAWKEZ

Da bravi italiani che viviamo a New York salutiamo con “hey” invece di “hello”, diciamo “yous guys” (pronunciando una “s” al pronome you), mentre nel resto dell’America dicono You guys. Noi Italiani-Noo Yawkez siamo diretti, sicuri, e parliamo tanto e ad alta voce. Sembra che i newyorkesi mettano una “r” alla fine delle vocali” “good idear”, la –ing non la pronunciano, “going” si dice “goin” e a volte si mangiano pure alcune consonanti “here” (hea). A volte lo facciamo, a volte no. 

 I Noo Yawkez parlano come camminano – rapidissimo, ma con le vocali allungate. Quando dicono Long Island (Lawn-Guyland) si prendono il loro tempo. Non sempre ce ne rendiamo conto, ma noi a volte facciamo come loro.

Rischio di estinzione?

 Secondo me, sebbene le lingue siano “vive” e continuino a trasformarsi “di bocca in bocca,” soprattutto in questo nostro periodo storico in cui la gente viaggia molto più di ieri in lungo e largo per il pianeta, l’italiano non corre alcun rischio di estinzione. Anzi, il contrario. Ce lo dimostra l'interesse e l'amore che alcuni scrittori, primi tra tutti, Jhumpa Lahiri, hanno dimostrato nei confronti della nostra lingua, arrivando anche a impararla e ad utilizzarla per scrivere romanzi. 

Tutto ciò me lo conferma la risposta che Adriana, una mia amica romana-newyorkese, mi ha dato in seguito alla domanda riguardante l'impatto dell’americano sul suo italiano: “Dopo 28 anni a New York, il mio accento romano è rimasto lo stesso!”


Alla scoperta di Harlem nel Martin Luther Day January 16 2017 3 Comments

 di Mariagrazia De Luca

www.mariagraziadeluca.com

C’è una bella aria domenicale per le strade del "centro storico" di Harlem, in questo lunedì speciale per la comunità afroamericana del quartiere, e non solo.

Il compleanno di Rev. Dr. Martin Luther King Jr., uno dei più famosi leader e attivisti per l’uguaglianza dei diritti e abbattimento della segregazione razziale è stato celebrato oggi attraverso eventi speciali organizzati in giro per il quartiere,  soprattutto nello storico Apollo Theater ed nel Studio Museum di Harlem. Quest'ultimo, solitamente chiuso di lunedì, ha lasciato aperte le porte (a costo zero) a tutti i visitatori per la speciale occasione.

"Se King non fosse stato assassinato il 4 aprile del 1968, all'età di 39 anni, ne avrebbe oggi compiuti 88".  Penso, mentre cammino in lungo e in larco per i tre piani del museo di Harlem 

STUDIO MUSEUM DI HARLEM 

(144 W 125th St)

Interessantissimo, anche se non molto conosciuto. Le pitture dai colori  vivaci che raccontano la storia di Harlem attirano la mia attenzione, così come la sezione di fotografie rappresentati momenti cruciali della cultura afroamericana degli anni ‘70 e ‘80  e i molti riot, le rivolte in piazza per i diritti sociali ma anche contro la brutalità della polizia.

Invece, in un'altra sezione ho scoperto una cosa incredibile. Non è vero che i cowboy sono tutti bianchi! La galleria di foto dedicata ai “black cowboys”,  sfata il mito del cowboy "white" raccontatoci da tanti film Western con cui, dalla generazione dei nostri nonni fino alla nostra, vi siamo tutti cresciuti. Sì, accanto a John Wayne, Steve McQueen, Paul Newman, c'erano (e ci sono) tantissimi cowboy neri. 

La mostra testimonia di come la tradizione dei “black cowboy” sia viva tutt’oggi, anche all'interno delle grandi metropoli come New York City. Non tutti lo sanno ma ci sono black cowboys nel Queens che si occupano di addestramento di cavalli. Semplicemente, sembra che i cowboy afroamericani siano stati omessi dalla storia “ufficiale” degli "American cowboys".

 BALSAMI PER CAPELLI E "BRAID", TRECCINE "AFRICAN STYLE"

Ho deciso poi di farmi una passeggiata sulla 125th street, conosciuta come Martin Luther King Blvd, approfittando del clima piacevole che questo giorno di festa mi sta regalando dopo la bella nevicata dei giorni passati. Mentre cammino tra le bancarelle che vendono balsami speciali per capelli ribelli e incensi dai più esotici odori, una signora sulla cinquantina,  seduta davanti a un negozio di parrucchiere, e vestita con abiti africani tradizionali, mi chiama, facendo un cenno con la mano. Mi avvicino e mi da' un biglietto da visita, con raffigurate capigliature da donna con trecce di ogni stile.

Io sorrido, e le faccio capire che sì, mi piacerebbe sperimentare ma non so se sia davvero il mio genere. "You are beautiful with braids, I make it to you". "Thanks, thanks... another day". Cerco di farle capire che non ho tempo, ma lei insiste "call me, call me" e neppure mi vuole dire quanto mi verrebbe a costare e dove si trova il negozio. Ho l'impressione che il negozio sia la sua propria casa, perché indica l'entrata del palazzo. "Call me, call me". Yes, un altro giorno, le rispondo e la saluto. Continuo a guardare il biglietto da visita. Sì, magari un giorno... per sentirmi al 100% integrata nel quartiere. Rido tra me e me.

 

 La mia attenzione cade poi su delle  t-shirts vendute da un ragazzo dai lunghi capelli rasta e dal sorriso contagioso. La maglietta di Martin Luther King, quella di Malcolm X, di Bob Marley, di Nelson Mandela, Prince e anche di Obama sono l’una accanto all’altra, ribadendo una volta ancora come Harlem sia la patria simbolica di tutti gli "afroamericani", non importa se nati in America come Obama, o in Jamaica come Bob Marley, o se non sono originari di New York come Prince che è nato a Minneapolis.

Mi ricordo quando pochi mesi fa, in seguito proprio alla morte di Prince, tutto il quartiere si era riunito per rendere un tributo al cantante. African Square, di fronte alla statua di Adam Claytol Powell, uno dei primi afroamericani che siano entrati attivamente in politica nel Congresso, era piena zeppa di gente. Vi dico la verità, ero una delle poche persone considerate "white", e mi sono esaltata all'idea di essere capitata nel bel mezzo di una manifestazione spontanea, non turistica. Ho percepito un’energia, un amore autentico per Prince da parte degli abitanti di Harlem, e anche dalle persone venute in occasione per il concerto dai vari borought, Brooklyn, Queen o Bronx. E ballavamo tutti insieme al ritmo di Kiss

You don't have to be rich
To be my girl
You don't have to be cool
To rule my world

Lo stesso giorno hanno aggiunto la targa in sua memoria, all'entrata dell'Apollo, accanto a tutti gli altri grandi artisti passati per questo tempio della musica. 

Tuttavia, Jane, una mia amica che vive ad Harlem, nata in Namibia, cercava un giorno di spiegarmi la differenza tra afroamericano e neroamericano. Lei si definisce un'afroamericana, ossia una persona immigrata a New York ma nata in Africa, che ha imparato l’inglese "americano" qui (nonostante in Namibia la lingua ufficiale sia l'inglese)  e che tiene ancora un forte accento "esotico" e parla benissimo il dialetto del suo paese, l'oshiwambo. Lei si sente a casa qui ad Harlem, ma mi confida che non sempre gli afroamericani (nati in Africa) vanno d'accordo con i neroamericani (nati in America) che sono qui da tante generazioni, e non sanno neppure il paese di provenienza dei loro antenati. Lei si è sentita discriminata, mi ha raccontato. Io allora ho capito che vivere a New York significa confrontarsi con tante culture, e il tema dell'identità è molto delicato e complesso, soprattutto per chi non è abituato a tanta varietà umana.

"Io preferisco il termine afroamericano, mi piace l’idea che esista questa radice comune antica, e che il passato in qualche modo riviva nel presente senza essere dimenticato." Le ho detto, e Jane ha sorriso. Ho sentito che in fondo era d'accordo con me.  

APOLLO THEATER - INCONTRI 

Davanti all’Apollo Theater dei signori vestiti con abiti eleganti mi danno una locandina che pubblicizza un evento in onore di Muhammad Ali che si terrà alle Nazioni Unite. “Where are you from? Sicily? Milan?” mi chiede uno dei due, sorridendo. E io che pensavo di sembrare del posto... (tra me e me). “Roma”, rispondo ai due signori. “Ah, Rome! Italy, Italy! I love Italy, good food!” I due se ne vanno poi, raccomandandomi pero' di partecipare all’evento e di portare come me anche TUTTI gli amici italiani. Ecco, andiamo tutti, amici del Il mio viaggio a New York. Ci sarà la moglie e la famiglia di Ali. www.untributes.com 

 

 

Ogni volta che passo davanti all’Apollo mi immagino come poteva essere ai tempi in cui Ella Fitzgerald vi ha debuttato, nel 1934, quando lei aveva appena 17 anni. E pensare che quando ha aperto i battenti, nel 1913, l’Apollo, era una venue per solo bianchi, a cui i neri non avevano accesso. In quei tempi ad Harlem vivevano tanti bianchi, mentre i neri sono iniziati ad arrivare in massa attirati da affitti piu' accessibili da mitdown e downtown nei primi decenni del 1900. Negli anni '20 la popolazione nera e' aumentata in modo vertiginoso: da circa 80.000 ad oltre 200.000. Negli anni trenta il teatro ha quindi cambiato politica aprendo le porte ai tanti artisti afroamericani. Non a caso quel periodo è conosciuto come Harlem Renaissance, per la quantità di artisti di colore che brillavano in ogni campo, dalla musica, alla poesia, alla pittura.

VETRINE, PARRUCCHE, BANCARELLE... 

 

HOTEL TERESA

Ho continuato a camminare sulla 125th street in direzione di Adam Clayton Powell Blvd, fermandomi un attimo sotto l’hotel Teresa, il cui proprietario, un tedesco immigrato ad Harlem, avendo avuto due spose di nome Teresa, aveva deciso di dare al suo albergo quel preciso nome di donna. Che originalità, mi sono detta quando l'ho saputo. Ma poi ho cambiato idea:  in questo modo entrambe le donne pensano che l'hotel sia dedicato a sé, e nessuna si offende. Questo immenso palazzo, oggi sede di uffici e compagnie, per tanti anni ha ospitato musicisti ed artisti che andavano a suonare all’Apollo, ma anche politici del calibro di Fidel Castro.

Ci sono tante leggende riguardanti il motivo per cui Castro, durante il suo viaggio a New York nel 1960, ha deciso di alloggiare all'Hotel Teresa con il suo entourage, abbandonando quello di mitdown che lo ospitava precedentemente. Alcuni dicono che forse Castro e i suoi fumavano troppi sigari buttando cenere su tutti i tappeti, e avevano questa abitudine di tenere galline vive in giro per l’hotel. C'è chi dice che l'albero di mitdown gli abbia chiesto una cifra esagerata per il soggiorno, o forse la verità e' che Castro si sentiva più amato ad Harlem tra gli afroamericani, e simpatizzava per le loro lotte, quando invece in generale gli americani temevano il “nemico” comunista.

Oltre a Fidel Castro, chi altro ha dormito nell'Hotel Teresa?

Muhammad Ali, Louis Armstrong, Ray Charles, Jimi Hendrix, Malcolm X (che aveva qui il suo quartier generale), etc. 

I NOMI "AFROAMERICANI" DELLE STRADE

Arrivo a Malcolm X Blvd, chiamata anche Lenox Avenue. Se cercate su google Lenox, e vi esce Malcolm X, no preoccupatevi, stiamo parlando della stessa strada. La strada ha due nomi perchè quello originale, Lenox, apparteneva a un proprietario terriero di origini europee, ed è stato affiancato dal nome dall’attivista afroamericano, Malcolm X, a seguito della sua uccisione a West Harlem nel 1965. D’altronde in questo crocicchio di strade attorno all’Apollo, le avenue cambiano nome in onore di personaggi afroamericani storicamente importanti, ma anche cantanti e artisti. Sapevate che esiste anche James Brown way?

SYLVIA'S 


(328 Malcolm X Blvd)

Mi fermo davanti al ristorante Sylvia's, indecisa se entrare o no. Silvia è un'afroamericana conosciuta come la Regina del soul food, la cucina tipica del sud degli Stati Uniti. E' talmente un mito, The queen of the soul food, che le hanno dedicato anche il nome della strada. 

Lei aprì questo ristorante negli anni '60 e credetemi, è molto raro che un ristorante resti attivo per tutti questi anni, visto che di solito gli esercizi chiudono piuttosto presto a causa della concorrenza agguerrita. Il menù è invitante ma anche per stomaci ben forti. Pollo fritto, fegato di pollo fritto... 

 Sbircio dentro e vedo una fila e tanti turisti. Decido che non vado, voglio un luogo più autentico. Ciao Silvia, ci vediamo in un giorno ordinario. Per oggi, buon compleanno Martin Luther King.


Happy New Year! Cose da fare in questo inizio 2017 January 12 2017

di Maria Grazia De Luca

Questo articolo è rivolto soprattutto agli amici del Il mio viaggio a New York che sono appena sbarcati nella Grande Mela o che stanno preparando le valige per partire ed arrivare nelle prossime ore.

 

 SHEN YUN al Lincoln Center

 E’ in tutto il mondo lo spettacolo cinese più atteso dell’anno, pur essendo proibito in Cina. Infatti, la compagnia teatrale Shen Yun, fondata a New York nel 2006, si propone come scopo quello di far rivivere “spiritualmente” i 5.000 anni di cultura cinese, che è stata a loro parere completamente distrutta a poco a poco dal partito comunista. I colori vivacissimi delle vesti dei superbi ballerini, le coreografie e le musiche mozzafiato sono un viaggio in una Cina dei sogni. Completamente l’opposto, si dice, della Cina pragmatica esportata dalla propaganda politica. Se decidete di andare comprate subito i biglietti online, botteghini quasi sold out. Comprateli qui: http://tickets.shenyun.com/shenyun-2017-newyork

 Dove: Lincoln Center, 66 Street and Broadway

Prezzo: dagli 80 ai 300 dollari.

 

La storia di New York al museo della Città di New York

Quanti anni ha New York City? Incredibile, ma vero, quella che è una delle città più moderne al mondo non ha neppure compiuto il suo 400esimo anno di età. Nel 1664 gli inglesi hanno rinominato New York quella che era la colonia olandese di New Amsterdam fondata a Manhattan nel 1626. Eppure ne sono successe di cose in questi pochi secoli. La magnifica esposizione in corso al Museum of the City of New York ha l’ambizione di raccontare tutto il possibile di quanto accaduto qui nella Grande Mela dalla lontana scoperta da parte degli Europei fino ad oggi. In esposizione oltre 450 oggetti, dalla pallina di baseball firmata da Jackier Robinson, agli stivaletti da “carrozza” del 1900 della compagnia Lord & Taylor. Accanto a una sezione dedicata alle origini della città (1609- 1898) che racconta della scoperta da parte dell'esploratore Henry Hudson del territorio di Manhattan ancora abitato dagli indiani d’America fino alla fondazione nel 1898 della Greater New York con i cinque boroughs come la conosciamo oggi. C’è poi la sezione più contemporanea (1898 – 2012) che racconta la New York degli immigrati, della Great Depression, ma anche dei Ramones e Jay-Z.

E la New York del futuro? A quella è dedicata una sezione interattiva, Future City Lab, in cui si chiede al visitatore di fantasticare su come cambierà la città nei prossimi anni.

 Dove: 5th avenue e 103rd Street

Costo: $14, studenti $10

 

Martin Luther King Holiday – 16 gennaio

Come ogni anno, il terzo lunedì di gennaio è dedicato alla memoria di uno dei maggiori leader del movimento dei diritti civili degli afroamericani, assassinato nel 1968, Martin Luther King. Vi consiglio di recarvi ad Harlem, nella zona attorno all’Apollo Theatre, sulla 125th street (ribattezzata Martin Luter King Blvd)  all’incrocio con Malcolm X Blvd. Sapete che in quel crocicchio di strade attorno all’Apollo Theater le avenue non sono più numerate ma prendono il nome di personaggi che hanno lottato per l’emancipazione dei neri, per l’uguaglianza dei diritti. La 7th avenue si chiama Adam Clayton Blvd, la 8th Frederick Douglas e la 6th si chiama Malcolm X (sebbene ha mantenuto il nome anche di Lennox, un bianco proprietario terriero). Potete avventurarvi alla scoperta di Harlem, tra i vari edifici e chiese storiche, come Abyssinian Church, oppure affidarvi a guide private, come la storica  Big Onion, con punto di ritrovo davanti al Schomburg Center for Research in Black Culture. I tour sono solo in inglese.

Tour: di fronte al Schomburg Center for Research in Black Culture, 515 Malcolm X Blvd (chiamata anche Lennox Avenue)

Quando: lunedi’ 16 alle 11 am o all’1 pm

Costo: 25 dollari

Salsa party

Il museo di Brooklyn organizza un Salsa Party gratis. Non ci credete? Dunque, arrivate puntuali alle 6 p.m. per una lezione gratis, per iniziare alle 7 a fare sul serio con un DJ che non vi farà di certo restare seduti a guardare. Alle 8.30  vi saranno dei salseros professionisti che si lanceranno in pista per farvi restare a bocca aperta con i loro movimenti appassionati. E allora, a quel punto vi converrà sedervi e godervi lo spettacolo con un piacevole (e meritato) bicchiere di vino.

Dove: Brooklyn Museum, 200 Eastern Pkwy

Quando: giovedì 12

Costo: zero

Ballare hip hop and R&B

Keep spending most our lives

Livin’ in a gangta’s paradise

Been spending most their lives

Livin’ in a gangsta’s paradise

 

Chi di voi non si ricorda questa canzone di Coolio?

Un tuffo nella musica degli anni ’90 per lanciarsi in mosse azzardate al ritmo di canzoni di Eminem, Fugees, Bestie Boys e molti altri, questo venerdì sera all’Union Hall di Brooklyn. Ballare canzoni che per molti di noi hanno un significato sentimentale nei nostri ricordi di oltre un decennio fa. Oltretutto i video musicali vengono proiettati su schermi giganti... per una vera serata "nostalgia". 

Dove: Union Hall, 702 Union St (Brooklyn)

Quando: venerdì alle 9.30

Costo: $10

It’s always Christmas in New York…

Non dispiacetevi di aver perso il Natale newyorkese perché, in qualche modo il clima natalizio si respira tutto l’inverno qui nella Grande Mela. Vi sono negozi natalizi aperti 365 giorni l’anno, come It’s always Christmas in New York a Little Italy (133 Mulberry), oppure Christmas & City sulla 5th avenue (530 5th avenue). Nella Public Library (tra 42th Street e 5th avenue) c’è ancora un albero grandissimo addobbato all’entrata, proprio in mezzo ai candelabri in marmo, e a Bryant Park nonostante abbiano smantellato da giorni quasi tutti i chioschetti del mercatino, se sono rimasti un paio specializzati nel Natale (con sconti).

 

Consigli “metereologici”

Tenete d’occhio il meteo per evitare sorprese di “sbalzi di temperatura”. La settimana scorsa eravamo a – 11 gradi Celsius mentre oggi siamo a + 11 gradi. Vestirsi “a cipolla” è qualcosa che avete sicuramente già tenuto in conto, ma forse non avete valutato di mettete in valigia anche scarponi da neve. Le bufere possono cogliervi di sorpresa e senza le scarpe adatte sarete costretti a comprarle per non perdervi una delle esperienze più belle di Manhattan: fare sliding sulle colline innevate di Central Park (discese in slittino).

Il freddo può essere pungente – molto pungente - ma non fatevi limitare.


Foto CAPODANNO 2017 January 09 2017