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Autenticamente New York

Dieci buone ragioni per andarsene da soli a New York July 19 2017 6 Comments

 

 

 

  1. Ti guardi allo specchio, e ti fai quella domanda che suona come una sfida. Lo faccio veramente? Vado a New York da sola? Da solo?
  2. Nessun amico può venire con te, sei single, e hai una settimana, al massimo dieci giorni a disposizione. Cosa fai? Ti lanci?
  3. New York è il tuo sogno. Lo è sempre stato. Non è tanto neanche la città di per sé, ma quello che significa. Un senso di libertà assoluto, un po’ di novità nella tua vita, e quel fremito della metropoli, con i suoi incontri inaspettati.
  4. Ti lanci a peso morto sul letto e guardi il soffitto. Poi per caso arrivi su una pagina facebook chiamata ilmioviaggioanewyork, di un tipo incredibile, bellisimo, intelligentissimo e che mangia poco, chiamato Piero Armenti (l’articolo è mio, e mi definisco come voglio io, Lol) e trovi questo articolo: Dieci buone ragioni per andarsene a New York.
  5. E alla quarta ragione già sei convinta, ma aspetti la sesta per avere quell’impulso finale che ti fa fare un gesto per cui ci vogliono 30 secondi e una carta di credito. Prenotare aereo e iniziare a cercare dove stare.
  6. In realtà io ribalterei tutto il ragionamento. Ti punterei addosso la luce di una lampada, e come un investigatore cattivissimo ti farei quell’unica inevitabile domanda: dimmi una sola buona ragione per non farlo? Per non venire a New York da sola?
  7. La verità è che non esiste una ragione per non farlo. C’è invece quel timore che ci assale quando ci gettiamo in qualcosa di nuovo, che ci allontana dalle abitudini, dalla “zona di confort” e ci proietta in una dimensione ignota in cui non sapremo chi siamo, e temiamo lo smarrimento.
  8. E temiamo soprattutto, la solitudine. Ma quale solitudine? New York è vita allo stato puro, direi una spremuta di vita e di entusiasmo.
  9. E poi con tutta sincerità, se stai leggendo questo articolo è perché nella tua zona di confort ti annoi.  Magari sei single da poco, e vuoi tornare a godertela questa vita. Magari hai un lavoro poco soddisfacente, e vorresti cambiare aria. I tuoi amici si stanno sposando, e tu preferisci prendere il volo con te stessa. O i tuoi amici semplicemente ti annoiano, o ti annoia la tua città, i suoi locali, o ti annoia l’Italia e le sue trasmissioni televisive. O non vuoi vivere immersa nel pessimismo e preferisci andare altrove, anche se per poco. O hai appena finito l’università, e vuoi un punto di vista lunare per poter giudicare da lontano la tua vita. O semplicemente ami New York.
  10. Quindi tu stai cercando una novità nella tua vita, una scossa, un fremito. E questa metropoli che chiamiamo Mela Grande è il posto giusto. E ora posso dirti le vere ragioni per cui viaggiare da soli è bellissimo.
  11. Innanzitutto sarete totalmente liberi di scegliere cosa fare, senza dover negoziare continuamente con qualcun altro cosa mangiare, cosa vedere, e senza dover “dialogare”.
  12. Perdetevi nella solitudine di una camminata notturna. Ascoltate le onde smorzate dell’East River, godete della pace da favola del Central Park. Sparatevi un’ po’ di musica nelle cuffiette, e sognate, e danzate, e siate felici. Poi entrate nel primo pub, e iniziate a guardarvi attorno. Fate anche il tour dei rooftop ovviamente e la crociera jazz del lunedì.
  13. Non avendo amici con voi (e basta poi ‘sti amici, liberiamocene ogni tanto, che tortura!), qualcosa in voi vi spingerà a socializzare. Ne potrebbero uscire incontri interessanti, amicizie al di là dell’Oceano durature. Nuovi amori, o avventure di una notte. Tutto ciò per cui vale la pena vivere, al di là del mutuo e del cartellino da timbrare.
  14. Ma la cosa più bella è che potrete scoprire il grande segreto per una vita felice: che da sole state bene, che non avete bisogno di nessuno. Che la lasagna della nonna non vi manca, e che amate parlare una lingua diversa dall’italiano. Che forse l’uomo dei vostri sogni in fondo no lo amavate.
  15. Questa scoperta sarà un’arma che terrete con voi tutta la vita. Sarete per sempre meno dipendenti dagli altri, piu’ forti. Sarete voi nel senso piu’ sublime del termine: essere se stessi, dentro la dimensione della bellezza. Se l’amore della vostra vita vi lascerà chissenefrega! Sapete stare soli. Se perdete il lavoro, che importa! Andrete altrove. Gli amici si allontanano, pazienza! Ne troverete altri. Perché nella vita si cambia, si cresce, e anche ciò che è attorno può cambiare.
  16. Viaggiare soli significa poi anche avere un tempo sospeso in cui potete capire cosa amate davvero nella vita, quali sono le vostre inclinazioni, cosa desiderate. Lontani dalle pressioni familiari e sociali, queste domande hanno un senso. E forse una risposta vera. Ci vuole la distanza. Ci vuole un tempo diverso.
  17. E poi c’è la ragione principale per farlo. Perché ve lo dico io, Piero Armenti, io che l’ho fatto spesso, l’ho fatto a modo mio. Io non andavo in vacanza, scappavo e vedevo cosa succedeva. L’ho fatto a Caracas, e l’ho fatto a New York. Il risultato è che posso dire di esser felice dell’uomo che sono diventato. Certo avrei preferito qualche chilo in meno.  
  18. In fondo riflettiamoci: ma quanto è bello è camminare sulla Fifth Avenue con un caffé caldo, fare shopping comprando cose assurde. Lasciarsi cullare dalle luci di New York.
  19. Ma c’è davvero bisogno di arrivare al 19imo punto di questo articolo per convincerci che New York è un’esplosione di vita che può solo rendervi estremamente felici, belli, pieni di energie, di voglia di fare.
  20. Non non ce n’è bisogno. Allora fate quello che vi dico. Nei prossimi 30 secondi prenotate questo benedetto viaggio. E non ve ne pentirete.

New York è sempre una fabbrica di sogni? July 17 2017 1 Comment

Quando parliamo di New York la descriviamo spesso come una fabbrica di sogni. Qualcuno aggiunge che in effetti era così una volta, ma ora è diverso. Che quella bellissima favola dell’uomo povero che diventa ricco non si realizza più. Non almeno come una volta.

Voglio fare una premessa. Se sei giovane è la metropoli il luogo in cui qualcosa di meraviglioso può accadere. E tra tutte le metropoli New York ha un posto privilegiato.

Prima di iniziare va sottolineata una cosa: realizzarsi nella vita non vuol dire necessariamente diventare ricco. Molti rimangono a New York senza cercare la ricchezza, facendo lavoretti precari, praticando l’arte dell’arrangiarsi. Ma rimangono perché adorano farsi una passeggiata al Central Park, andare in un museo, mangiarsi uno spicchio di pizza nel caos, incontrare nuovi amici. Insomma adorano quello stile di vita newyorkese  ricco di cose da fare che non richiedono troppi soldi.

In effetti devo dire che quando non avevo soldi, la città me la godevo comunque. Certo ora posso permettermi qualcosa in piu’.  Ristoranti migliori, prendo Uber di sera quando sono stanco senza dover aspettare la metro mezz’ora.  Posso comprare i vestiti sulla Fifth Avenue invece che da Banana Republic durante i saldi. Tuttavia a conti fatti si tratta di un miglioramento lieve che non ha cambiato il mio rapporto con la città, fatto soprattutto di vita da strada. E poi alla fine tra una camicia da 30 dollari, e una da 300 dollari, non c’è tutta quella differenza che uno si immagina.

Quando vi dicono che a New York bisogna guadagnare molto per vivere bene, vi dicono una cosa vera, ma è vero anche che ci sono tantissime cose a costo zero, supermercati economici, ristoranti dove mangiare decentemente pagando poco.

Però è inutile mentirsi. Chi viene a New York lo fa non per sopravvivere. Viene per realizzare i propri sogni, per ambire ad un benessere che gli era precluso nella propria terra d’origine. E questi sogni possono realizzarsi per una serie di caratteristiche che questa metropoli possiede e che provo ad elencare.

  1. Un’economia dinamica, dovuta al flusso continuo di capitali e risorse. New York è in movimento. Costruiscono senza sosta, locali aprono e chiudono. I turisti arrivano ogni giorno. Una metropoli così è destinata a creare occasioni di lavoro e investimento.
  2. Possibilità di fare lavoretti umili, guadagnano bene. Un cameriere con le mance può guadagnare facilmente 1000 dollari a settimana. Ma anche una babysitter guadagna bene.
  3. Quello che guadagnate potete decidere se spenderlo per godervi la vita, o metterlo da parte per aprire un giorno una vostra impresa. E’ chiaro che i piu’ scaltri fanno la seconda scelta.
  4. Non tutti però sono qui per arricchirsi, magari vi accontentate di poter vivere delle vostre passioni. O di vivere in un ambiente dove ciò che fate è apprezzato. Per questo musicisti, artisti, attori trovano a New York la città perfetta per essere “amati”, apprezzati e magari per sopravvivere fanno altri lavoretti.
  5. E’ una città che vi dà molteplici occasioni di incontro, e per questa sua natura New York tende a non annoiarvi ma a trasformarsi anche per voi in un grande laboratorio di idee.
  6. Con la sua metropolitana aperta 24 ore al giorno, è possibile all’inizio andare a vivere in qualsiasi scantinato lontano dalla civiltà, senza però essere tagliato fuori dalla vita newyorkese. Potete lavorare, uscire, e creare il vostro destino.
  7. E' vero che gli affitti delle case sono alti, tuttavia se vi spostate un po' dal centro troverete occasioni imperdibili.

In questo articolo ho tralasciato la tematica del visto, che affronterò successivamente. Per esperienza posso dire che molti di coloro che arrivano qui dall'Italia lo fanno con un visto studentesco, cercano lavoro e spesso lo trovano, anche se non potrebbero farlo. E' una prassi tollerata.

 


Cosa ci spinge a lasciare tutto per venire a New York? July 13 2017 7 Comments

Me ne sarei andato dall’Italia comunque. Anche con la disoccupazione bassa, anche se avessi avuto mille  opportunità, o se l’Italia fosse stato il regno dell’ ottimismo. Me ne sarei andato  per vocazione, per follia forse, o per scoprire  semplicemente cosa si nasconde oltrele colonne d’Ercole. Me ne sarei andato via anche dalla Germania o dalla Francia, me ne sarei andato anche se fossi nato nel migliore dei mondi possibili. Non è questo il punto.

E l’avrei fatto per una semplice ragione: per cercare una strada, per trasformare la linea retta di una vita in una deviazione imprevedibile. Quando mi chiamano per intervistarmi, affinché racconti la mia storia, già so qual è il “canone”. Il canone è sempre lo stesso: giovane (in gamba) che se n’è andato dall’Italia per mancanza d’opportunità e ha avuto successo all’estero. E’ un racconto in parte vero, ma occulta un’altra verità: io le opportunità in Italia non me le sono mai cercate. Ho sempre volto lo sguardo alle grandi metropoli perché mi piacciono. New York è un laboratorio sperimentale dove la creazione raggiunge vette altissime. E io esattamente dentro quelle vette volevo stare,  avere uno sguardo verso un’orizzonte  ampio, molto al di là del mio orticello.

Nulla mi era chiaro le volte in cui ho lasciato l’Italia. Né la prima volta per andare in Venezuela, né la seconda per andare a New York.  Eppure non avevo dubbi: andava fatto, punto.  Anche quando a Caracas le polveri della notte si alzavano e tutto diventava terrore. Anche in  quel terrore io trovavo casa.

 Ma avevo 20 anni, ero felice della mia incoscienza: non avevo una famiglia da mantenere, avevo voglia di divertirmi (esatto, avete capito bene. Non avere una fidanzata della mia stessa città, ma divertirmi), di scrivere. Avevo aperto un blog, e mi chiamò Panorama per scrivere d’America Latina.  A ventinque anni scrivevo su Panorama. Ero felice così. Avevo rimosso il mio passato di laureato in Giurisprudenza. E male che andava potevo sempre tornare a Salerno. La terra delle origini. Ma a Salerno non potevo rimanere, e lo sapevo.

Da studente universitario mi si era messo in testa il  titolo di un libro, come un tarlo che scava e scava e scava.  Erano le memorie di Pablo Neruda, raccolte in un libro unico: Confesso che ho vissuto. Punto.  Che titolo! Che frase bellissima. Confessare a se stesso di aver vissuto, di non aver sprecato la propria traiettoria di vita per paura, per pigrizia, o per assecondare gli altri.

Spremuto fino alla fine il limone, spolpato di tutto il succo, la realtà è molto semplice. Non c’entra l’Italia, non c’entra la politica, non c’entrano le opportunità che mancano. C’entra solo una cosa: che vuoi farne della tua vita? Chi sei tu. E se questa domanda ce la facciamo, e non sappiamo rispondere, abbiamo messo il primo tassello per deviare quella linea retta.

Molte delle risposte le ho cercate nelle sbavature e nelle imperfezioni, nella mancanza di abbronzatura d’estate, nella camminate solitarie nella città. A 23 anni mi sono laureato in giurisprudenza per senso del dovere, con apatia. Ma dopo ho avuto terrore: era proprio quello che volevo? Doveva andare proprio così la mia vita? Come tutti pensavano? Avrei dovuto fare un concorso pubblico? O emigrare al Nord? Dovevo trovarmi un lavoro all’Agenzia dell’Entrate? Mi sarei dovuto sposare con una compagna dell’università? E poi cosa? Fare un mutuo per acquistare un appartamento, avere un figlio, forse due. Fare il padre, il marito? Fare la partita del calcetto il giovedì? Una cena con gli amici il sabato? Le vacanze al mare. Ma la domanda principale era: “Era questo quello che volevo?”. Io, non gli altri.  Era questa la felicità a cui dovevo ambire? Chiaramente non lo era e lo sapevo benissimo, ma cosa c’era al di là del le colonne d’Ercole? Quanto era diverso il mondo oltre Salerno- Reggio Calabria?

Nel contesto in cui sono nato, nella città in cui sono cresciuto,  quello che contava era sistemarsi in un modo o nell’altro, senza dare troppa importanza alle nostre inclinazioni. La facoltà di Giurisprudenza era lo specchio di questa cultura della sopravvivenza. Dava, si diceva, maggiori opportunità, soprattutto nella burocrazia di Stato. Ma le cose stavano cambiando attorno a noi, quei posti di lavoro stavano diminuendo. Alcuni non se ne accorgevano, io me ne ero accorto. Bisognava inventarselo il futuro, guardando oltre. Ho guardato oltre.

Quella linea retta che sembrava un destino ineluttabile l’ho piegata con piccole forzature. Prima l’Erasmus, poi il Venezuela, in quella ricerca folle di una propria dimensione, cucita su misura. Bisogna danzare con l’ignoto, esserne terrorizzati e stimolati. Includerlo nella nostra vita, accettare in fondo la fragilità dell’esistenza. Solo così si raggiunge quella leggerezza che ti permette di rischiare tutto, senza paura.

 Ho vissuto nell’ignoto per tanto tempo,  senza sapere cosa avrei combinato della mia vita, una sensazione che mi ha accompagnato fino a 34-35 anni. Gli altri mettevano su famiglia, e io vagavo tra diversi continenti. Poi è successo, è successo qualcosa che a tutti dovrebbe succedere: i mille incastri della vita si sono incastrati bene, e ho trovato un cammino. Quindi questa è la mia conclusione: la vita merita il massimo, e quel massimo significa un’unica e bellissima cosa: Cercare te stesso. Puntare sulle proprie inclinazioni, sperimentare. Andare oltre ciò che è noto. Non avere fretta di metter radici. E ricordare che ovunque ci sarà sempre un terra pronta ad accoglierti: che sia quella delle origini o quella dei sogni.


Il passaporto scade tra 6 mesi, è un problema viaggiare negli USA? Assolutamente NO July 01 2017

Innanzitutto ve lo diciamo subito, senza mezze parole.

Vi mostriamo il documento ufficiale. In pratica la lista dei paesi i cui cittadini possono entrare negli Stati Uniti con passaporto valido per tutta la durata del viaggio. Non c'è bisogno che la data di scadenza sia oltre i sei mesi dalla fine del viaggio. 

Guardate bene. C'è anche l'Italia.

Tuttavia ci sono alcune cose da sottolineare.

La prima è che se però volete spostarvi in Messico e in Canada potreste avere problemi.

La seconda è questa: se anche state dalla parte della ragione, ciò non toglie che qualche funzionario poco preparato possa comunque crearvi qualche problema. Sia dall'aeroporto di partenza che in quello d'arrivo. E sicuramente non è la situazione ideale per mettervi a discutere, visto che voi siete la parte debole: il viaggiatore già sotto stress per tutta l'organizzazione del viaggio.

Quindi il consiglio di Piero è uno ed è semplice: rinnovate comunque il passaporto. E' un piccolo costo che non inciderà sulla vostra vita, ma vi renderà piu' tranquilli.

 

 


Come regolarsi col deposito in hotel? a New York June 24 2017 3 Comments

Spesso il turista italiano rimane spiazzato da questo piccolo particolare: quando arriva in hotel a New York gli chiedono di lasciare una somma di denaro per garanzia! Ma come, si chiede, se ho già pagato tutto?  Questa somma può variare da un minimo di 100 dollari per l’intera permanenza, fino a 100 dollari al giorno. In pratica sulla carta di credito vi verrà bloccata la somma, e poi rilasciata una volta che avete fatto il check out.

Il risultato è che quei soldi di deposito non li potete usare. Un bel problema se avete un plafond basso. Sono soldi sottratti alla vacanza. Se pagate invece con il classico bancomat (tipo Maestro) ancora peggio: la somma vi verrà sottratta e poi aggiunta, ma ci vorrà ancora piu’ tempo per riavere i soldi indietro. Quindi meglio depositare con la carta di credito.

Perché vi tolgono i soldi?

Questi soldi servono a coprire le spese durante la vostra permanenza. Tipo Wi-Fi, minibar, ecc. o se vi portate via gli asciugamani, loro si tutelano così. Teoricamente potete anche pagarla in contanti, ma è un’ipotesi estrema valida solo nel caso in cui non ci siano altre soluzioni. In questo caso fatevi lasciare una ricevuta.

Ricordate poi di controllare sempre gli addebiti alla fine della permanenza, gli hotel sono famosi per addebitare cose un po’ a caso, o anche due volte. Il consiglio allora? Chiedete prima, non fatevi trovare impreparati. Chiamate l’hotel per avere questa informazione, o chiedetela alla vostra agenzia di viaggi. 

E se non parlate inglese? Come fate a fare una telefonata internazionale se poi non capite niente? In questo caso, a meno che qualcuno non possa aiutarvi, potete cercare online le informazioni con altre persone che hanno pernottato nello stesso hotel, o chiedere al customer service della piattaforma in cui avete prenotate. In genere Booking o Expedia. 


Come si fa l'Esta June 23 2017

Per viaggiare negli Stati Uniti c'è bisogno di compilare online "l'Esta".  La prima cosa da fare è andare sul sito ufficiale: cioé questo: https://esta.cbp.dhs.gov/esta/.

Dopo  selezionate la lingua italiana come vi mostro nella foto e potete cominciare.

 Ovviamente gli aspetti storici o legalistici non vi interessano. In ogni caso va precisato che non è un visto (tanto per capirci, non dovete fare una intervista al consolato), ma una autorizzazione per il viaggio, che viene data quasi sempre automaticamente. Come potete osservare dalla schermata successiva ci sono ben sei passaggi da completare, in totale ci vorranno 20 minuti. Il primo passaggio è quello anagrafico.

Sono domande di rito. Nome, cognome e indirizzo. Poi vi chiederanno se lavorate e chi è il datore di lavoro. Nome e cognome dei vostri genitori. Dovete rispondere solo alle domande in cui c'è un asterisco rosso, le altre sono facoltative. Vi chiederanno anche se siete sui social media e qual è il vostro profilo. Ma non siete obbligati a rispondere. Ecco sotto vi lascio la schermata. Dopo le informazioni anagrafiche si passa alle informazioni di viaggio (FASE 3), in pratica dove andrete a stare, in quale hotel o da quale amico. Vi mostro nella foto successiva la schermata. Se non sapete dove andrete potete scrivere UNKNOWN  e al posto del numero di telefono inserire solo lo 0. 

Anche se appare poco chiaro, in realtà il nome dell'hotel dovete inserirlo sotto la voce "nome" di "Informazioni sulla persona di contatto negli Stati Uniti".

Fino a qui tutto bene, la parte piu' importante sono poi le domande della FASE 4. Quella in cui gli Stati Uniti vogliono tutelarsi dai "cattivi ragazzi". Se risponderete sì a una di queste domande, l'Esta vi verrà probabilmente negata e dovrete intraprendere il percorso regolare del visto. Per esempio non potete dire che state cercando lavoro negli Usa, o che avete lavorato senza averne il permesso. Così come aver viaggiato in alcuni paesi a rischio terrorismo non depone a vostro favore.

Alla fine di tutto questo bisogna pagare i 14 dollari, con carta di credito o paypal e il processo è finito! Il viaggio deve durare non oltre 90 giorni, e deve essere per affari o piacere.

Quali sono le risposte che si possono ricevere alla fine dopo aver compilato il modulo?

Nella maggior parte dei casi, il Sistema Elettronico di Autorizzazione al Viaggio fornisce una risposta immediatamente dopo aver inoltrato la richiesta. Nei casi in cui fosse necessario un periodo di tempo più lungo la risposta viene generalmente fornita nell’arco di 72 ore.

Le tre risposte possibili fornite a seconda del caso sono: Richiesta approvata. Questa notifica sta ad indicare che l’autorizzazione di viaggio è stata approvata e al richiedente è stato concesso il permesso di recarsi negli Stati Uniti sotto l’egida del Visa Waiver Program. In questo caso, il sistema elettronico mostrerà la conferma dell’approvazione e la richiesta di pagamento tramite carta di credito della tariffa applicabile. Va ricordato che l’autorizzazione al viaggio non costituisce garanzia alcuna di ingresso negli Stati Uniti, in quanto tale decisione spetterà ad un agente del Customs and Border Protection degli Stati Uniti al momento dell’arrivo.

Viaggio non autorizzato. Questa notifica sta ad indicare che il richiedente è stato giudicato non idoneo a recarsi negli Stati Uniti ai sensi del Visa Waiver Program. In questo caso, potrebbe essere possibile ottenere un visto dal Dipartimento di Stato americano.

Autorizzazione pendente. Questa notifica sta ad indicare che la richiesta di autorizzazione al viaggio è temporaneamente sotto esame in quanto non è stato possibile effettuare una verifica immediata di idoneità. Una notifica in questo senso non ha implicazioni negative, in quanto una decisione viene generalmente presa nell’arco di 72 ore. I richiedenti che ricevono questa notifica sono invitati a visitare il sito e cliccare su “Check ESTA Status quo”. Il numero di protocollo della richiesta, il numero del passaporto e la data di nascita sono necessari per monitorare eventuali modifiche allo stato della richiesta.

Un'autorizzazione ESTA è valida per una durata di due anni a partire dalla sua data di emissione. Se il passaporto del viaggiatore scade prima di questa scadenza, non è più valida a partire dalla scadenza del passaporto.

Non bisogna stampare nulla, perché tutto è elettronico. Tuttavia per precauzione sempre meglio avere una copia  stampata con sé.


Dieci consigli per viaggiare con un bambino a New York June 15 2017

Care mamme,

quando sono partita per New York, dall'Italia, con un bimbo piccolo, le preoccupazioni sono state tante: riuscirà ad affrontare 9 ore di viaggio? Farà caldo? Freddo? Porto cappotto pesantissimo o 3/4 giacchette? Oddio, e se si ammala? Che latte darò? 

Tutte preoccupazioni inutili perché, sì, siamo fuori casa, ma NY offre la possibilità di godere di una vacanza in perfetta tranquillità, anche con bambini al seguito. Il più delle volte siamo noi genitori che ci costruiamo limiti; loro, al contrario di quanto possiamo immaginare, si adattano facilmente. Conosco molte mamme che si rifiutano di viaggiare per via dei bimbi al seguito.

Eh no, io, nonostante i 1.000 timori, sono partita lo stesso. Certo, se avessi avuto qualcuno che mi avesse dato dei consigli, avrei affrontato il tutto in modo molto più sereno, evitandomi 'fisse' inutili. Da oggi quel qualcuno cercherò di esserlo io per voi. Voglio provare a darvi, nel modo più semplice possibile, dieci consigli per chi viaggia con bimbi a New York, aiutandovi così ad affrontare questo stupendo viaggio nel miglior modo possibile.

 

  • In questo periodo fa caldo, ed in generale è preferibile mettere in valigia indumenti che vestirebbero il bimbo a 'strati'. Non è comunque necessario portare con sè molti capi d'abbigliamento, perché NY, come immaginabile, ha una grande offerta in termini di abbigliamento (ad esempio, cito tra i tanti, il noto Century 21).
  • Portare con sé le medicine che il bimbo è solito prendere; termometro, tachipirina, antibiotico; gentalin beta pomata; fermenti lattici; ibuprofene. In caso di urgenza, qui si trovano tutte le medicine, ma è ovviamente meglio portare qualcosa con sè, perché altrimenti dovrete prima andare dal dottore, farvi prescrivere le medicine e poi acquistarle. Qui la sanità, come molti di voi già sanno, funziona in modo diverso dall'Italia, per cui quasi tutte le medicine richiedono la prescrizione medica. Inoltre, alcuni medicinali in uso in Italia sono sostituiti nel seguente modo: la tachipirina, quindi, il paracetemolo con le TYLENOL, e il ibuprofene con MOTRIN o ADVIL. Per questo tipo di medicine non serve ricetta medica e si possono acquistare da Walgreens o CVS.
  • Se avete un bimbo piccolo, potete mettere nel bagaglio a mano qualche vasetto di carne, frutta o pesce. L'agenzia con la quale avevo prenotato il volo, mi aveva detto che il bimbo aveva diritto ai pasti speciali per bimbi, così non è stato (con Alitalia). Per fortuna sono una mamma attenta e ho portato il suo cibo. Potete portare anche dei biscotti; certo, non un pacco intero, ma l'essenziale ve lo fanno imbarcare.
  • Portate nella borsa a mano qualche giochino che il bimbo non ha visto prima d'ora, accrescerà in lui la curiosità, e ciò farà sí che il bimbo possa tenersi occupato per un po' di tempo.
  • Fate una borsa a mano ricca ma non esagerata, selezionate prima tutto ciò che ritenete opportuno e poi inserite in borsa solo l'essenziale. Ne sottolineo alcune: una tovaglietta di lino o di cotone da mettervi addosso quando il bimbo farà il pisolino (tranquille, lo farà), per evitare che sudi troppo; un paio di calzini da mettere sopra quelli che già ha, così potrete togliergli le scarpette e farlo camminare tranquillo; almeno 2 cambi, canottiere comprese, perché specialmente quando dormono attaccati a sè sudano ed è importante cambiarli appena svegli (nell'aereo c'è l'aria condizionata e rischierebbe di fargli male).
  • Il latte liquido potrete chiederlo al personale di bordo, quello in polvere potete portalo nella borsa a mano.
  • Il passeggino. Io ne ho comprato uno apposito da viaggio, si chiude simil borsa, non pesa nulla e si può imbarcare come bagaglio a mano. Chi ha la possibilità di comprarlo si troverà con il portafogli allegerito, ma con tutto il viaggio molto più semplice, perché è maneggevole e quando si è in viaggio la leggerezza fa la differenza.
  • Se avete un decathlon vicino casa, in Italia, andateci e comprate uno zainetto leggero, costa poco, meno di 5 euro. Usatelo per metterci le cose del vostro pargoletto durante le camminate a NY. La comodità viene prima!
  • A NY si trovano tutti i cibi biologici per bimbi: vasetti, succhi di frutta, yogurt, latte. Basta andare da Whole Foods, è un supermercato rifornitissimo che si trova in ogni angolo della città. Per mio figlio uso cibi biologici. Negli USA il cibo biologico è identificato dalla dicitura organic. Un buon tipo di latte è quello prodotto dalla Horizon. Io compro il whole che significa intero. Anche il latte a marchio Stonyfield, che produce anche yogurt, è buono. Earth's best è una ottima marca di biscotti. Si può acquistare una scatolina che ne contiene sei pacchetti. Sono molto comodi da portare con sè quando si esce. Nei Deli italiani potreste trovare i biscotti plasmon. La pastina plasmon a NY non si trova; viene sostituita dalla pastina Barilla normale, quella che mangiamo anche noi adulti. Io consiglio di comprare biologico perché, alcune marche contengono GMO, che è un organismo geneticamente modificato nocivo per la salute. 
  • Ultimo consiglio, nonché più importante, è quello di godervi con la massima tranquillità questo viaggio stupendo. I vostri bimbi si divertiranno molto con le mille attrazioni che la città offre loro. Sono sicura, quindi, che sarà un viaggio indimenticabile, e che, magari farete come me: vi piacerà così tanto che deciderete di non tornare più.

Potete seguirmi, capire come vive una mamma a NY e trovare altri utili consigli sulle mamme in viaggio sulla mia pagina https://www.facebook.com/donneaNewYork/

Ida Miceli

 


Nuovi voli low cost da Roma per New York. 179 euro a tratta May 31 2017 3 Comments

A partire dal 9 novembre 2017 basteranno 179 euro per raggiungere New York in aereo, partendo da Roma Fiumicino. Lo ha annunciato la compagnia aerea Norwegian, che ha lanciato una serie di voli low cost in partenza dalla capitale italiana e diretti oltreoceano.

Oltre a New York, tra le mete che sono disponibili, ci sono Los Angeles e San Francisco (disponibile da febbraio 2018, con frequenza bisettimanale), a partire da 199 euro tasse incluse. I biglietti sono in vendita da oggi e sui voli - due Boeing 787- 8 Dreamliner - ci sarà spazio per oltre 115mila persone. Inizialmente l'offerta prevederà quattro collegamenti a settimana con New York e due verso Los Angeles, successivamente gli scali saliranno per ogni meta rispettivamente a sei e tre.

 

 


Dieci consigli di Piero per il primo viaggio a New York May 08 2017 5 Comments

 

  • Ricordatevi che volo più hotel non deve mai superare il 65% del budget totale della vacanza, almeno un 35% dovete spendervelo a New York per cibo, attrazioni, tour, shopping. A meno che non vogliate stare stretti a New York, che è un peccato.
  • Quindi partite dal budget totale, e cercate di capire che hotel o stanza vi potete permettere. Ora ricordatevi una cosa, e a questa cosa ci tengo. Qualunque hotel o stanza sceglierete, la vostra vacanza a New York sarà fantastica. Perché la città è così travolgente per cui stanza piccola o grande, vicino al centro o lontano, sarete pure sempre all’interno di una metropoli che vi travolgerà. Certo escluderei certe topaie che si trovano a Chinatown.
  • Scegliete attentamente con chi viaggiare. Non fatelo a caso. E’ meglio godersela da sola questa favola di New York. Anche perché la città offre talmente tanto, ed è talmente aperta, che tra le vacanze in solitudine, è la migliore.
  • Siate previdenti. In qualunque stagione viaggerete, avrete un nemico. Il clima. D’inverno fuori fa freddissimo, ma nei locali al chiuso farà caldo. Termosifoni esplosivi. D’estate invece farò caldo fuori, e l’aria condizionata a palla vi farà congelare. Quindi nel fare la valigia, d’estate o d’inverno che sia, portatevi maglie a maniche corte e giubbotti.
  • Non sono in tanti a parlare l’italiano, quindi se non è un trauma farlo, prima del viaggio cercate di farvi un ripassino d’inglese, le basi. Di certo non dovrete difendere una tesi di dottorato sull’ascesa dei populismi in Occidente. E ricordatevi. L’inglese newyorkese è molto diverso da quello britannico, potreste avere grossi problemi a capirlo. Se masticate un po’ di spagnolo, a New York è come una seconda lingua. Male che va fate come fan tutti: mettete una s alla fine di ogni parola, e vamos!!
  • Sicuramente camminerete molto, quindi potete godervi tutti gli sfizi culinari che volete. Ricordate che i menu a pranzo sono più economici, e che la colazione americana è abbondante e piuttosto conveniente. Le opzioni di street food riescono a contenere i costi. Ma non dimenticate di godervi anche il meglio che c’è sulla piazza: ristorante cool come Vandal, o steakhouse come Benjamin, o ristoranti francesi come Nougantine. E tanto altro ve lo siete meritati.
  • All’arrivo all’aeroporto non fatevi fregare sul prezzo del trasferimento. La soluzione più economica è l’Air train, ma scomoda se avete molte valigie. Con i tassisti c’è un prezzo fisso che dovrebbe essere esposto. Le auto nere possono davvero darvi grandi fregature. Se vi piace andare sul sicuro, abbiamo il nostro servizio trasferimento (qui), che è più costoso del taxi perché, considerando i tempi della dogana, il nostro autista dovrà aspettarvi anche 3 ore. Ma vi aspetta all’uscita con il cartellone col vostro nome, vi aiuta nel caso smarrimento bagagli, e vi porta sani e salvi al vostro hotel.
  • Controllate sempre le previsioni del tempo, al mattino, perché l’escursione termica newyorkese è sintetizzabile in questo piccolo esempio. Caldissimo tutto il giorno. Vi svegliate la mattina successiva, e la città è coperta di neve.
  • Non perdete troppo tempo nei musei, a meno che non ne siate fanatici. Le attrazioni del citypass sono sufficienti per includere tutto quello che c’è da vedere. Sconsiglio il New York Pass. E’ costoso, include troppe cose, e presi dalla frenesia di vedere tutto vi metterà l’ansia addosso. Ebbene sì amici, per essere il genio che sono, ho bisogno di conoscere le basi della psicologia spicciola.
  • Non portate tanti vestiti. Davvero. Anzi: portatene pochi e comprateveli qua, magari in un outlet. Il viaggio in questo falò delle vanità, che è New York, deve essere inevitabilmente sfrenato. Se dovete risparmiare, fatelo prima

 

 Ricordate che il citypass ed altri biglietti potete farli da noi, online o in sede. Vi consiglio anche il tour dei rooftop (video qui), il tour di Bronx, Queens, Brooklyn (prenota qui), il gospel della domenica (prenota qui), e quello del New Jersey e del Boss delle torte (compra qui). Andare fuori dall’ordinario è una bella maniera di godersi New York.

 

 


Dieci commenti ricorrenti, e le mie risposte. May 05 2017

Amici, spesso noto dei commenti ricorrenti sui post di facebook. Ho provato a raccoglierli e dare delle risposte.

New York è bella, ma vuoi mettere l’Italia 

    Amare la propria terra è bello, e l’amore deve essere così, esagerato. Ma se non riesco a convincervi della bellezza di New York, spero di convincervi della sua straordinarietà. Quell’energia unica che vi trascina nelle strade senza sosta,  vi toglie almeno dieci anni. Se non è bella, vi farà sentire belli. Credetemi. Mettiamola così. L’Europa e le sue città sono un tranquillo mare cristallino dove nuotano pesci bellissimi. E dentro quella calma osservi con la tua maschera la bellezza del fondale marino. New York siete voi da soli su una barca, col mare in tempesta, i fulmini, i tuoni, il vento, la fine del mondo. Ma mentre siete là, con lo sguardo alto, traballanti, un attimo prima che tutto possa finire, farete una cosa. Anzi due. La prima: contemplerete una bellezza che sembra una catastrofe. La seconda: cambierete.

     Non vado a New York per mangiare la pasta o la pizza, provo qualcosa di diverso

    Giusto, giustissimo. Tuttavia c’è un gusto particolare nel mangiare un piatto di pasta sull’altro lato dell’Oceano. Quindi se in una vacanza a New York di 5 giorni, vi va una pasta o una pizza, non preoccupatevi. Anche se ve ne vanno due o tre. Non state violando nessuna legge biblica. E’ bello fare quel che si vuole senza problemi e assecondare i propri desideri. Poi entrare nei ristoranti italiani, parlare col cameriere, ascoltare la storia del ristoratore, fa parte di quell’incredibile esperienza che è il viaggio. E magari dal nulla nascono idee.

     Gli americani sono tutto obesi e mangiano male

    Vi sorprenderà quello che vi sto per dire. Ma New York è tra le città più sane degli Stati Uniti. La gente tende a bilanciare la dieta, a camminare molto, a fare ginnastica. E vista l’alta percentuale di giovani e di single, la cura del corpo diventa uno strumento di comunicazione importante. Detto questo avete ragione: l’alimentazione americana nei suoi elementi costitutivi è troppo grassa e zuccherosa. Ma New York è un’eccezione

    Come sanno cucinare in Italia, a New York il cibo fa schifo

    Questo idea che a New York si mangi male è inaccurata. In realtà per varietà è una città unica. La qualità può essere pessima, ma anche altissima. Provate a mangiare la pizza di San Matteo o Ribalta, o la pasta di Amarone e Piccola Cucina (cito a caso, e ce ne sono tanti altri). Vi ricrederete. Non dimenticate che qui c’è il ristorante migliore al mondo, ma non vi dico qual è. Googlate.

    New York è una città sporca

    Difficile contraddire questa percezione. E’ indubitabile che New York sia piena di topi, è indubitabile che mediamente le case dei newyorkesi siano piu’ trasandate di quelle degli italiani, popolo che ha un culto totale della casa. Però è inutile cercare a New York, una città di 8 milioni di abitanti che si muovono continuamente, la pulizia di Lugano o di una città di provincia. Alla sporcizia bisogna fare l’abitudine. Confesso di avere avuto i topi in casa, ma non per questo ho amato meno New York, né ho desiderato andarmene.

    Ma vuoi mettere la mia città dove io sento gli uccellini con questo frastuono di New York?

    Udite udite, gli uccellini li sento anche io ogni mattina dietro casa. In più al posto dei piccioni a cui dare le molliche mi vengono a trovare gli scoiattoli che mi entrano in cucina e  rubano le arachidi.

    A New York c’è tanta solitudine e individualismo

    Non concordo su questo punto. New York è piena di legami, che si creano continuamente, e si disfano. Non devi avere necessariamente una comitiva con cui fare tutto, ma in base al tuo carattere puoi scegliere se stare solo, avere diverse amicizie da frequentare di volta in volta, oppure andare in un pub e conoscere qualcuno che potrebbe diventare tua moglie o marito. L’individualismo sfrenato si accompagna anche ad una fervente vita di quartiere.

    Per vivere a New York devi essere ricco

    Per due anni ho vissuto a New York con 422 dollari a settimana. Avevo un affitto di 750 dollari al mese, il resto li spendevo in sfizi. Non mi è mancata roba per vestirmi, perché con gli sconti mi portavo a casa camicie da Banana Republic per 10-15 dollari. Per il cibo un piatto di pasta, una fetta di carne, una insalata me li potevo permettere. E tra un happy hour e un altro non mi sono mancate neanche le bevute. E udite udite, ho anche offerto da bere a qualche bellissima newyorkese (o ero ubriaco, e mi sembrava bella).  Ma la cosa piu’ importante, ho messo da parte quei pochi soldi necessari per aprire quell’impresa di cui oggi sono proprietario.

    In alcune zone la città è insicura

    La mia sensazione è diversa. In genere la microcriminalità non è avvertita come un problema. Personalmente non ho avuto mai paura che mi rubassero il cellulare o il portafogli. Ho cacciato bigliettoni da cento dollari per strada senza alcuna paura. Ho camminato ad ogni ora della notte. Ho attraversato diversi quartieri. Sono vivo. New York è un città discretamente sicura. Ma è pur sempre una metropoli, e bisogna avere il livello di attenzione alto che ci vuole in una metropoli. Quando sono a Valle dell’Angelo mi rilasso di più.

    I newyorkesi lavorano troppo

    Verissimo. A New York in genere si lavora di più. Ma anche i guadagni tendono ad essere maggiori. Devo anche dire che conosco camerieri che lavorano 4 giorni a settimana, e gli altri 3 giorni se li godono. E si fanno bei soldini.

    I newyorkesi vestono malissimo

    Se dovessi fare una comparazione con l'Italia, allora credo non ci siano dubbi: gli italiani vestono meglio. Se dovessi compararli ai francesi, neanche ho dubbi. I francesi vestono meglio. Se dovessi compararli ai tedeschi non so. A parte scherzi, dentro questo caos bizzarro troverete spunti di stile urbano che faranno tendenza. Eccome che faranno tendenza.

    Ragazzi comunque se non l’avete googlato, il ristorante migliore al mondo è l’Eleven Madison Park


    3 cose da fare a maggio April 29 2017

    1) Ocean Boat Party

    Una bella festa, un sabato sera tra musica, drink, e buona musica sulle acque di New York. Acquistate  qui i biglietti https://www.eventbrite.com/e/ocean-boat-party-tickets-32875448351?aff=eac2  Inserite "Italy" per il 13% di sconto

    2) Cinco de Mayo

    Il cinque di maggio è una delle feste piu' belle di New York, a base di tacos e birra a fiumi. Non dimenticate la tequila. Gettatevi in uno dei tanti bari dell'East Village. E non fatevi nessun problema a parlare spagnolo, anche se non lo sapete. Aggiungete la S ad ogni parola

    3) Rooftop Cinema

    Prenotate il cinema all'aperto sul rooftop dello Yotel qui http://rooftopcinemaclub.com/new-york/. Una esperienza favolosa, anche un'occasione per imparare il vostro inglese.


    Avete un biglietto Alitalia per New York. Ecco cosa rischiate April 25 2017 1 Comment

    Se partite a maggio  il collegamento resta operativo. Quindi secondo le ultime informazioni non dovrebbero esserci rischi. Se però dovete partire a giugno o luglio, in questo momento non è prudente acquistare il biglietto, nell'attesa che venga chiarito cosa succederà. Badate bene, su internet e sui vari portali i voli sono ancora prenotabili. Ma non è prudente farlo.

     Nel caso la compagnia aerea smettesse di volare, se avete acquistato il biglietto sul loro portale, diventerete creditori nella liquidazione aziendale, con poche speranze di recuperare i soldi. Se lo avete acquistato tramite agenzia di viaggi, potrete chiedere a loro riproteggervi su un altro volo.

    Intanto a causa della situazione difficile, alcuni voli potrebbero essere cancellati. Ma non dovrebbe accadere nulla rispetto a New York.

    Nel caso abbiato già usufruito del volo di andata, e nel frattempo Alitalia fallisse, il volo di ritorno non è garantito. 

     


    Whitney Biennale 2017: uno sguardo irrinunciabile sullo stato dell'arte e della società americana April 17 2017 1 Comment

    In primo piano i cubi in vetro rosso di “Pacific Red II" dell'artista Larry Bell. Sullo sfondo il The Standars Hotel. Foto di Nicola Passarotto

    Sicuramente nel vostro prossimo viaggio a New York sarà una delle zone che amerete maggiormente e di cui sentirete anche maggiormente la mancanza, nei periodi in cui non avrete l’occasione di tornarci. In questa area gira tutto o quasi attorno all’High Line Park, lo splendido parco sopraelevato inaugurato nel 2009. Potreste iniziare la vostra passeggiata attorno alla 28esima strada (tra la nona e la decima Avenue) ammirando gradualmente i building audaci della Chelsea Art District e le sue decine e decine di gallerie d’arte.

    Una volta passati sotto il leggendario The Standard Hotel, inizierete a intravedere le forme del Whitney Museum of American Art, un museo d’arte statunitense fondato nel 1931 dalla scultrice Gertrude Vanderbilt Whitney, in seguito all'esperienza del Whitney Studio: uno spazio espositivo e circolo sociale per giovani artisti creato nel 1908. La location naturale dei Whitney è stata per diverse decadi quella dell’Upper East Side, ovvero nelle immediate adiacenze di altri musei “mito” come il Metropolitan o il Guggenheim.

    Da quando però il Whitney ha trovato la sua nuova sede nel quartiere di Meatpacking  – progettata dall'architetto genovese Renzo Piano e inaugurata il primo maggio 2015 – è divenuto il museo più in voga dell’intera New York City, richiamando centinaia di visitatori ogni giorno.

    Whitney Museum of American Art. Foto di Ed Lederman © 2016.

    In questo periodo è possibile ammirare anche alcune opere degli amatissimi Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, ma le maggiori attenzioni dei prossimi mesi (precisamente fino al prossimo 11 giugno) saranno dedicate alla Withney Biennial 2017, una delle mostre di arte contemporanea più attese a livello mondiale, sorta nel 1932 come evento annuale e divenuta poi biennale nel 1973.

    È sicuramente una delle occasioni imprescindibili dell’anno per comprendere al meglio lo stato dell’arte americana contemporanea. E scoprire opera dopo opera quali siano state le sue maggiori influenze e innovazioni, artistiche e non solo, in un momento storico caratterizzato da grandi confronti e discussioni sociali. L’edizione di quest’anno è come detto la prima ad andare in scena nel cuore di Meatpacking ma anche la prima, nell’”epoca Trump”, ad essere diretta da due curatori non bianchi: Mia Locks di 34 anni e Christopher Lew, 36 anni. 

    I curatori Mia Locks e Christopher Lew. Foto di Scott Rudd © 2016

    Sono 63 gli artisti chiamati a raccontare gli Stati Uniti di oggi, con lavori dai linguaggi artistici differenti: pittura, fotografia, scultura e installazioni, ma anche musica e realtà virtuale. Per scoprire il cuore della 78esima edizione della Whitney Biennial dovrete dirigervi al quinto e sesto piano del museo, senza scordare ovviamente le splendide terrazze con vista sull'Hudson River, dove sono state posizionati i cubi di vetro rosso laminato di Larry Bell (Pacific Red II il nome dell’installazione) e un'opera sonora del giovane artista Zarouhie Abdalian. Tra i lavori sicuramente più riusciti di questa Biennale, troviamo l’installazione mistico-religiosa dell’artista messicana Raul De Nieves: una gigantesca vetrata multicolore, realizzata con materiali d’uso comune (carta, legno, colla, nastro adesivo e perline) che, legati assieme con meticolosa attenzione, assumono una dimensione fantastico/mistica, quasi ipnotica.

    Installazione di Raúl De Nieves, "beginning & the end neither & the otherwise betwixt & between the end is the beginning & the end", courtesy Company Gallery, New York. Foto di Matthew Carasella

    Samara Golden, invece, artista americana con base ad LA, affronta in modo originale il tema dello spazio, e in particolare degli spazi quotidiani, incastonando, nel lato opposto del quinto piano, una serie di minuscole stanze, minuscoli e caotici uffici, appartamenti d’atmosfera e gusto borghese, ambienti ospedalieri e carcerari. Il tutto può essere osservato da una postazione sopraelevata, con la vista del fiume Hudson sullo sfondo e con degli specchi posizionati sul soffitto e alla base dell’installazione. Il gioco di riflessi di questa variegata quotidianità risulta quindi infinito, una sorta di abisso spettacolare e allo stesso tempo ansiogeno, mescolato di rimando alle molteplici disuguaglianze economico-sociali.

    Installazione di Samara Golden, "The Meat Grinder's Iron Clothes". Foto di Matthew Carasella

    È presente alla mostra ovviamente anche molta pittura.  Nell’esplorazione della comunità afro-americana con l’artista Henry Taylor, delle molteplici sfumature dell’immigrazione con l’artista messicana Aliza Nisenbaum o con le tele ultracolorate di Carrie Moyer e Shara Hughes. “La mia pittura astratta va vissuta sia visivamente che fisicamente – dice delle sue opere Carrie Moyer, artista di Detroit con base a Brooklyn -. Le forme si spostano continuamente da una connotazione familiare ad altre sconosciute, difficilmente raccontabili ed esprimibili con parole”. Viaggiano sul tema dell’astratto anche le tele di Shara Hughes, abitate da mondi immaginari e allucinanti, raggiunti grazie anche ai suoi particolari processi pittorici.

    Carrie Moyer, "Glimmer Glass", 2016; courtesy DC Moore Gallery, New York

    Molto interessante anche la serie di fotografie di John Divola, denominata “Abandoned Paintings” (Dipinti abbandonati), le opere scultoree di Kaari Upson e i lavori di KAYA, ovvero del lavoro congiunto di Kerstin Brätsch e Debo Eilers, originale mescolanza di pittura, scultura e performance.

    KAYA, "SERENE", 2017.  Foto di Matthew Carasella.

    Alla Biennale 2017 del Whitney non vengono tralasciati poi neppure i temi della violenza, con la realtà virtuale shock di Jordan Wolfson e “Real Violence”, e dell’attivismo, con la gigantesca installazione – in parte interattiva - di Occupy Museum, il gruppo nato dal movimento Occupy Wall Street del 2011, attento a denunciare le numerose iniquità economiche e sociali e le sue connessioni finanche con istituti di cultura e arte.

    Occupy Museums,  "Debtfair, 2017, Thirty artworks and interactive website".  Courtesy of the artists. Foto di Bill Orcutt

    I motivi per non perdere l’edizione 2017 della Whitney Biennale sono quindi molteplici. Il valore intrinseco delle opere e la loro poliedricità artistica, l’occasione di ammirare la nuova dimora del museo disegnata da Renzo Piano e l’occasione di uno sguardo approfondito ed estremamente attuale sul clima politico-sociale americano, considerando poi la sua forte tendenza nell'influenzare di rimando l’intero pianeta.

    Il Whitney Museum of American Art è aperto tutti i giorni, fuorché il martedì, dalle 10.30 alle 18. Il biglietto intero costa 25$ (22 se acquistato anticipatamente online), 18$ il ridotto. L’ingresso è gratuito per 18enni e under 18.

     

    Nicola Passarotto


    Master in New Media Events and Communication attivo a New York April 03 2017 7 Comments

     

    Arriva direttamente da New York City il nuovo Executive Master in “New Media Events and Communication"!

    A seguito della straordinaria esperienza di "Torno Subito" 2016 con UE e Regione Lazio con il Master (guardate il breve e divertente video del backstage www.learnitaly.us/tornosubito/#intro ),da quest'anno, data la crescente richiesta di partecipazione al Master in "New Media and Communication" anche da parte di studenti e professionisti provenienti da altre Regioni italiane e/o di età di oltre 35 anni, e quindi impossibilitate ad essere ammesse al bando UE "Torno Subito",  Learn Italy USA,( da 9 anni Agenzia Culturale Italiana a New York) ha deciso di lanciare, partecipando con una consistente Borsa di Studio di 600 Euro, un EXECUTIVE MASTER in "New Media Events and Communication".

    Il Master , che sarà tenuto come il precedente, da Giornalisti/Docenti e Testimonial di fama Internazionale, sará indipendente e sganciato da Bandi Pubblici e aperto a tutti.

    Si svolgerá in modalità intensiva aperto a tutte le Regioni d'Italia e a tutte le fasce d'età (dai 18 anni in su) e si svolgerà presso la una delle sedi di NewYorkesi di Learn Italy USA.


    Il nuovo Corso di Alta Formazione mira a trasferire ai partecipanti gli strumenti e le tecniche necessarie a gestire la comunicazione, con particolare attenzione alla comunicazione delle informazioni, integrando l’approccio tradizionale con le nuove strategie digitali legate ai nuovi media. 

    Il Master ha respiro internazionale e consente di conoscere e comparare le nuove tendenze del settore in Italia e negli USA, ed è organizzato in sinergia con molti Partner del mondo della Comunicazione.

    Il Corso avrà una durata di 100 ore, di cui 76 di aula e 24 ore di Visite Didattiche; 
    per un totale di 4 settimane, e potrà essere svolto in due periodi:
    1. giugno - luglio 2017
    2. settembre - ottobre 2017

    Per maggiori informazioni in merito all'Executive Master in “New Media Events and Communication” in modalità intensiva scrivere a comunicazione@learnitaly.us .

    La diffusione della cultura italiana, del “Made in Italy” e la valorizzazione dei giovani talenti italiani è ciò che contraddistingue da oltre 8 anni il Learn Italy Group, la rete di scuole di lingua e cultura italiana che oggi rappresenta un vero e proprio “ponte transatlantico” tra Italia e USA, così come dichiarato dal Console Generale di NY in occasione della Cerimonia di consegna dei diplomi ai partecipanti dell’edizione del Master Torno Subito appena conclusa


    Oggi ci immergiamo dentro Chinatown - seconda parte March 20 2017 1 Comment

    di Mariagrazia De Luca

    www.mariagraziadeluca.com

    Continuano le avventure della blogger e dalla guida turistica, Mariagrazia e Wanda Wonderful, nell'universo misterioso della Chinatown di Manhattan. Leggi qui la prima parte. 

    Le viette attorno a Mott Street sembrano ancora più piccole per via degli accumuli di neve ai bordi delle strade. Le scritte in cinese dei negozi non danno spesso nessun indizio di quello che viene venduto al loro interno. Chinatown appare come un mondo lontano e irraggiungibile, soprattutto perché l'inglese non sembra essere la lingua che possa metterci in contatto con la comunità cinese che vive qui. 

    Abiti tradizionali cinesi

    "Mi vorrei comprare un abito così!", Wanda mi indica una delle tante vetrine di Mott Street che espongono capi di abbigliamento tradizionali da donna. 

    Mi colpisce l'eleganza e la raffinatezza di alcuni di questi manichini. Mi chiedo in che occasione si indossino questi vestiti, così distanti dai vestiti delle donne che incontro a Chinatown. 

    Massaggi, agopuntura, riflessologia plantare

    Una signora cinese che distribuisce volantini per strada cerca di convincerci con un inglese stentato che noi avremmo bisogno di qualche "servizio." Dimagrire? Erbe per la pelle? Sicuramente non è molto intrigante il volantino, con un uomo panciuto in bella vista. Scherzando dico alla signora: "Yes, we are too fat!" mentre indico la mia pancia. Lei sta al gioco e ride, mentre poi cerca di spiegarci che vi sono vari prodotti che potrebbero fare al nostro caso. Credo che si stesse riferendo a prodotti per ringiovanire la pelle a base di speciali erbe cinesi. Leggere il volantino, rigorosamente in ideogrammi, non aiuta di certo a capire che tipo di servizi la signora vuole proporci. 

    Poco più avanti ci imbattiamo invece in cartelli che pubblicizzano servizi di massaggi vari, e soprattutto di riflessologia plantare. Sono quasi tentata di andare a vedere di cosa si tratti, ho bisogno di rilassarmi dopo tutto questo camminare per la città. Secondo piano... "Andiamo, Wanda Wonderful?" No, ok. La prossima volta.

    Continuiamo la nostra esplorazione del quartiere per le viuzze che si fanno più fitte verso la parte est di Mott Street.

    I contrasti e la decadenza

    Camminando verso i confini di Chinatown, quando le casette basse del quartiere di diradano, non si può non rimanere di stucco di fronte al contrasto tra il lusso del quartiere di Wall Street e una certa decadenza di quello cinese. I vetri specchianti dei grattacieli del Financial District brillano visti da lontano, mentre qui, nel quartiere cinese, vi sono semafori rotti, immondizia ai bordi delle strade, mucchi enormi di bottiglie di plastica vuota che uomini e donne raccolgono e reciclano per pochi centesimi attraverso degli appositi contenitori posizionati ai bordi della strada ( 5 o 10 centesimi a bottiglia). 

     

    La guerra contro l'oppio

    "In passato a Chinatown venivano tutti a fumarci l'oppio," mi racconta Wanda. L'oppio, legale un tempo, è diventato poi una vera e propria piaga nel quartiere cinese. La statua di Lin Ze Xu (1785-1850) è quella di un "eroe" fujianese che ha portato avanti una guerra contro le droge, l'oppio in primis. "A Pioneer in the War Against Drugs." dice una scritta in inglese e cinese ai piedi della statua. Il Fujian è una provincia situata nella costa sud-est della Cina, e i fujianesi hanno iniziato ad emigrare nel quartiere dagli inizi del 1900.

    Non a caso la sezione della East Broadway che corre vicino a questa statua è chiamata "Fouzhou Street," come la capitale del Fujian. Anche molti dei negozi di questa area di Chinatown, da parrucchieri a supermercati e autoscuole, sono stati aperti da fujianesi. La statua di Lin Ze Xu dei fujianesi fa da contrappunto a quella di Confucio, posta poco distante, invece, dai cantonesi. Il Canton è la più grande regione del sud della Cina, da dove sembra siano partiti i primi immigrati cinesi per New York City (soprattutto dalla seconda metà del 1800). 

    Un monumento - una sorta di arco a forma di pagoda - dedicato ai caduti americani con discendenza cinese che hanno combuttuto nella seconda guerra mondiale, si innanza al lato della statua.

    Il cimitero ebraico più antico di Manhattan

    Camminando ancora verso est ci imbattiamo in un cimitero antichissimo, quasi completamente ricoperto dalla neve. Passa inosservato se si cammina di fretta e non si ha tempo di leggere la targa che spiega che questo è il "Primo Cimitero degli Ebrei Shearith," il primo di New York City, del 1683. 

     

     

    Il parco Columbus

    "Durante l'estate gli abitanti del quartiere si ritrovano nel parco, giocano a carte o al gioco degli scacchi cinesi, prendono il sole, dormono o si dedicano a varie attività, tra cui il Tai Ch'i." Ora Columbus Park è una distesa bianca dove nessuno osa avvicinarsi, perché la neve ha lasciato posto al ghiaccio scivoloso per i passanti. Le scritte in inglese e in cinese mi fanno credere che sì, il parco deve essere molto frequentato, di piccioni, oltre che di persone. Mi sorprendo del fatto che si vieti alle persone di non "sputare" nel giardino. "I cinesi hanno questa abitudine, non lo sapevi?"

    Gospel a Chinatown

    Una chiesa vecchia di oltre 200 anni nel cuore di Chinatown. Questa né io né Wanda Wonderful ce l'aspettavamo. Un uomo afroamericano sulla cinquantina sta spazzando via la neve all'entrata del Mariners' Temple e resta a guardarci con un certo sospetto quando ci vede curiosare da fuori l'edificio. Quando spieghiamo che siamo una blogger e una guida alla scoperta della New York più nascosa, tira fuori un mazzo di chiavi e dopo aver aperto il grande portone ci fa: "Go to check it out!" Grazie, rispondiamo, ed entriamo in questa chiesa immensa e silenziosa, in cui i nostri passi rieccheggiavano in un'eco profonda. E' tutta per noi, visto che non ci sono funzioni religiose in corso, e gli strumenti musicali riposano in un angolo, pronti - è quello che immagino - per essere usati nel Gospel domenicale.

    La chiesa all'interno ricorda Saint Paul's Chapel nei pressi di Wall Street, per le colonne corinzie che sostengono un camminamento sopraelevato. Questa dei Mariners è molto più spoglia.

    Entriamo nell'ufficio della chiesa e la signora, che incredibilmente si chiama Wanda - soprannominata da tutti Wanda Wanderful come la nostra guida - ci spiega la storia della chiesa. Prima di diventare la chiesa dei marinai svedesi che lavoravano nel porto e degli immigrati che arrivavano dall'Europa nel Nuovo Mondo, aveva il nome di Chiesa Battista di Oliver Street (1795)

    Inoltre, la signora Wanda invita gli amici del Il mio viaggio a New York a visitare il tempio dei Mariners, durante una messa gospel di Domenica alle 11. 

    Alcune foto d'epoca raccontano l'evoluzione del Mariners' Temple. 

    (1808)

    (1880)

    (today)

     

    Uscendo dalla chiesa salutiamo il guardiano, e ci guardiamo esterrefatte: "E' stato un sogno oppure siamo entrate davvero in un mondo afroamericano antichissimo nel bel mezzo della Chinatown più popolata del mondo?" 

     

    CONTINUA...


    Oggi ci immergiamo dentro Chinatown *prima parte March 17 2017

    di Mariagrazia De Luca

    www.mariagraziadeluca.com

    Cari amici, questa settimana io e Wanda detta Wanda Wanderful, guida de Il mio viaggio a New York, vi invitiamo a seguirci nelle nostre avventure nella Chinatown più grande del mondo. Ovviamente, quella di New York City. 

    Camminando per le sue stradine, soprattutto quelle del centro storico, quella della "old" Chinatown, tra Mott, Pell e Doyers Street, vi dimenticherete di stare a Manhattan (se non fosse per la Freedom Tower che sbuca di tanto in tanto oltre i bassi tetti del quartiere cinese). 

    Il gelato di Chinatown

    "Vuoi provare il gelato all'avocado?" mi propone Wanda, domenicana di nascita ma che da 24 anni vive a New York City. "Assolutamente sì!" le rispondo, ed eccoci che lasciando la ampia e trafficata Canal Street, ci immettiamo nelle viette attorno Mott Street, piene di ristorantini, negozi di abbigliamento tipico cinese, alimentari che epongono cibi mai visti prima.  Questa parte di Chinatown mi ricorda quasi il tipico storico delle nostre città europee, con viette disordinate, e sinuose. Poi d'improvviso appare, piccolo piccolo,  il leggendario "Chinatown Ice Cream Factory." 

    "Voglio provare tutti i gusti!", dico a Wanda in preda all'entusiasmo, quando leggo la lista dei sapori a disposizione (nonostante spesso dal nome del gusto è impossibile capire di cosa si tratti). Wanda scopre con delusione che per ora "Avocado Ice cream is out of stock."  Ai cinesi non conviene più fare il gelato all'avocado, in quanto, ci spiega il gelataio, questo frutto è divantato caro, visto che sembra essere andato di moda. Sarà per visto l'uso sproporzionato che ne fanno le comunità latine, e anche i tanti turisti alle ricerche di cibo esotico?

    The CICF, Chinatown Ice Cream Factory ha aperto da circa 30 anni, ed è uno dei più antichi esercizi del quartiere. "Il gelato è stato inventato durante la Dinastia Tang," è scritto in grandi lettere sul dépliant della gelateria, "ed il nostro è il più buono perché ce l'abbiamo iscritto nei nostri geni."

    Per capire se il gelato sia un'invenzione cinese dovremmo aprire un dibattito internazionale, ma vi prometto che solo qui, in tutta New York City, potete trovare un gelato allo Zen Butter, o al Sesamo Nero, oppure al Wasabi, oppure al Taro (una radice) o Durian, o gusto Panda! I ragazzi cinesi della gelateria sono gentilissimi, e pronti a dirci tutti gli ingredienti dei gusti. Anche se poi - lo ammetto!- rinuncio a capire a che tipo di radice o erba fanno riferimento nelle loro spiegazioni, e semplicemente mi affido ai loro suggerimenti.

    Io ho provato alla fine i gusti "Taro" e "Green Tea Oreo" e non mi sono affatto pentita della mia scelta.

    I negozietti cinesi

    Chinatown è un quartiere per curiosi, per esploratori che non hanno timore di addentrarsi in luoghi non tanto battuti dai turisti. I cinesi che vivono qui non sempre parlano un buon inglese, ma li sentirete comunicare tra loro in mandarino, in cantonese, taishanese, fujianese o alcuni dei tanti dialetti cinesi. Non che per noi faccia molta differenza, comunque.

    I cinesi, poi si sa, non sono sempre molto propensi a parlare con i turisti, ma sono piuttosto discreti. Ho speso del tempo a cercare di farmi dire da un ragazzo come cucinare, eventualmente, i funghi, ostriche e vari tipi di calamari essiccati, esposti fuori dal suo alimentari. "Come si cucinano questi?" ho chiesto in inglese. Il venditore mi guardava senza rispondere, ma annuendo con la testa. "Con acqua?" ho domandato allora. Lui rispondeva solo "Yes, yes!" fino a quando Wanda mi ha fatto notare, "non siamo mica a West Harlem, dove chiedi a un domenicano che tipo di prodotto vende ed è capace di starti a parlare mezz'ora di quel prodotto e di centomila altre cose!"

    In tutti gli stereotipi c'è forse qualche cosa di vero, ma questo mondo cinese misterioso e imprevidibile mi affascina, vorrei saperne di più. 

    (Calamari essiccati)

    (Ostriche giapponesi essiccate)

    (Funghi)

    I barbieri 

    Più ci avviciniamo al centro vecchio di Chinatown, e più i ristoranti turistici lasciano spazio a quelli locali, ai negozietti alimentari con prodotti tipici, e soprattutto ai barbieri. Ci sono tanti negozi di barbieri, con uomini asiatici radunati a parlare fuori o fumare sigarette. I Barber Shop si riconoscono per il loro simbolo inconfondibile di un cilindro girevole con strisce blu e rosse. 

    (Wanda con sfondo i Barber Shops di Chinatown) 

    Ho sentito dire che ci siono tanti barbieri qui a Chinatown, perché tutti i cinesi di New York vi vengono apposta per farsi tagliare i capelli, in quanto i parrucchieri americani non se ne intendono di acconciature "Chinese-style." Forse è una leggenda, ma di Barber Shop ve ne sono molti, e sembra che diventino dei luoghi di ritrovo per la gente del quartiere. 

    32 Mott St - il negozio più vecchio

    Al numero 32 di Mott Street ha sede il negozio più antico di Chinatown. Ha oltre un secolo (risale al 1899) e vendeva un tempo erbe, prodotti alimentari e altri tipi di mercanzie. Ha poi chiuso dal 2003 per qualche anno - Chinatown è stato uno dei quartieri che ha subito economicamente più di tutti gli effetti disastrosi  dell'attentato terroristico dell' 11 Settembre. Ci fu un calo spaventoso di turisti e di lavoratori che, vista la vicinanza con il World Trade Center, chiamavano i ristorantini  per consegne di cibo a domicilio. Un tempo il 32 di Mott Street si chiamava Quong Yuen Shing e ora è Good Furtune Gift

    Dentro vendono di tutto, dai Lego, a personaggi di Star Wars o altri  da collezione, figurine, gioielli, addobbi cinesi, giocattoli sia occidentali che asiatici. 

     ( Quong Yuen Shing in passato)

    (Good Fortune Gift oggi)

    "The Bloody Angle", Doyers Street

    

    Doyers Street, tra Pell e Mott, centro nevralgico della old Chinatown, sembra che sia stata una delle più sanguinose strade di Manhattan. Era una sorta di spazio neutrale tra il territorio della Tong di On Leong su Mott e quella di Hip Sings su Pell.

    Le Tongs sono delle associazioni cinesi nate nei primi del 1900 per offrire agli immigrati servizi di vario tipo: legale, lingustico, prestiti, ecc. Sebbene il loro compito iniziale fosse quello di offrire servizi alla gente del quartiere, nel corso del tempo le Tongs si sono trasformate in vere e proprie gangs che sembra abbiano tenuto fino agli anni '70 il controllo del quartiere. Si dice che la Tong dei On Leong controllava Mott St. mentre quella Hip Sings era su Pell St. Se un tempo si occupavano di droga, prostituzione, gioco d'azzardo  e crimini vari, ora non hanno  più quel potere di una volta.

    Ebbene,  Doyers Street, che era chiamata in passato "The Bloody Angle," o "Angolo del sangue" era stage per battaglie di kung-fu all'ordine del giorno tra gangstar cinesi delle Tongs di Chinatown.

    CONTINUA...


    Dormire a New York con meno di 60$ a notte? Sì può! March 15 2017 1 Comment

    La soluzione piu' economica è prenotare una stanza in un appartamento. Il padrone di casa vi farà da Cicerone, pagherete meno, e sarà un'esperienza autentica. Ma ovviamente non avrete la toilette solo per voi. Almeno non sempre.

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    New York è una città "dog-friendly"? Ce lo racconta Flavia March 12 2017 1 Comment

    di Mariagrazia De Luca

    www.mariagraziadeluca.com

    Molti amici del Il mio viaggio a New York ci chiedono spesso se New York sia una città dog-friendly, in altre parole, a "misura di cane." 

    Lo abbiamo chiesto a Flavia Caroppo, giornalista italiana che ha vissuto per vari anni nel Lower East Side con White, un meticcio incrocio tra un Labrador e un Pastore che l'ha seguita fin da Milano.

                                                         (Flavia e White)

    E' caro mantenere un cane a NYC? 

     Abbastanza, ma tutto è caro a NY. Mediamente nei negozi il cibo costa più che in Italia (tipo 17$ per una busta di croccantini che dura al massimo una settimana), e di sicuro l'assistenza veterinaria è più costosa, parliamo dell'ordine delle centinaia di dollari anche solo per le vaccinazioni. E l'assicurazione sanitaria è obbligatoria anche per loro.

    Quanto si spende mediamente per fare il "bagnetto" al cane?

     Per il mio White, come ho battezzato il trovatello (ormai anzianotto) di un lontano giorno di ferragosto in autostrada, non spendo mai meno di 120$ (mancia inclusa), x pedicure e tosatina annuale. Ah, gli regalano una bandana però!!! Comunque è anche facile risparmiare, ci sono posti dove puoi fargli il bagno da solo (una catena di prodotti per animali chiamata Unleashed, x esempio), siti che vendono cibo scontato e lo consegnano a casa, negozi che per rinnovo magazzino fanno sconti e altri trucchetti da imparare di volta in volta...

     

    Quanti soldi spendi di media al mese per il tuo cane? 

     Non ho idea non ho mai fatto i conti (meglio evitare).

    Che tipo di servizi ci sono a New York per i gli amici a quattro zampe?

    Tutto quello che vuoi, inclusi hotel con tanto di letti, televisione, area gioco e servizio in camera, che ti permettono di seguire il tuo cane ovunque tu sia grazie a webcam. E poi boutiques, psicologi, agopunturisti, persino yoga e massaggi per cani. Per non parlare dei dog walker e dei dog sitter, o dei micro asili domestici. Non dimenticherò mai una pubblicità che vidi anni fa e diceva che NY è la città dove gli adulti portano i bambini in giro al guinzaglio e i cagnolini nei passeggini!   

     

    Puoi portare il tuo cane ovunque con te, oppure è vietato nei luoghi pubblici?

     In genere sì, al guinzaglio! E' vietato solo nei ristoranti, nei luoghi dove si vende cibo (bodegas, supermercati, bar), e su alcuni trasporti pubblici tipo treni e bus. In metropolitana possono entrare se stanno in una borsa, e ho visto cani enormi portati nei borsoni da palestra (poveri). Purtroppo, però, pochissimi tassisti ti accettano se hai un cane. C'è però un modo per far sì che il proprio cane stia sempre con noi. Farlo certificare come un service dog (in pratica siete voi che dovete farvi certificare di avere una qualche nevrosi, tipo attacchi di panico, e di dover tenere sempre il vostro cane con voi), a quel punto, con la sua bella pettorina azzurra, vi potrà seguire ovunque, anche su certi aerei!

                                 (White, cane "newyorkese")

    Come sono le politiche newyorkese riguardanti i cani? 

    Nel dettaglio non ho idea, ma immagino ci siano multe salate se non raccogli le deiezioni, perché le strade sono abbastanza pulite, e ogni proprietario di casa è obbligato ad avere un'assicurazione (che si estende anche agli affittuari) che copre terzi contro morsi e attacchi del cane. Nel mio primo appartamento anche il mio cane pagava un "affitto" di 40$ al mese.
     

    Secondo te il cane quanta importanza ha nella vita di un newyorkese?

     Non importa che tu sia newyorkese o di Settecamini, l'importanza del cane nella vita di un essere umano è incommensurabile. Gli animali non mettono mai una maschera e vivono nel presente, e ti insegnano a fare altrettanto! Io personalmente non mi fermo mai a guardare i bambini per strada ma non c'è cane del vicinato che non riceva il mio saluto o un complimento quando ci incontriamo. E devo ammettere che anche il mio cane terrone riceve la sua dose di complimenti, e un paio di volte qui a New York mi ha fatto guadagnare i numeri di telefono di altri padroni... interessanti!

    Idee...per cani "newyorkesi"

    Nei ristoranti di hamburgers della catena SHAKE SHACK (ce ne sono tanti in tutta NYC), hanno un menù speciale per "dogs."  In particolare, Pooch-ini, dei biscotti alla noce di arachidi e vaniglia, pensati apposta per cani di grandi taglie. Nel Menù è espressamente specificato:  Not intended for small dogs... just let 'em have a lick or two! (I cani piccoli posso dare solo una o due leccatine a questi biscotti) Bag O' Bones, invece universali - per ogni cane, piccolo o grande. 

    NYC Park ha una lista di luoghi pubblici dove possono e non possono andare i cani, e anche le regole che cani (e padroni) devono seguire. Leggi qui. 
    Brunch con il cane: da Barking Dog Restaurant, 1678 Third Ave (altezza della 94th St.)
    Parrucchieri per "cani": Bark Avenue167 W 83rd Street. A Cut Above Pet Stylists, 143 W 69th St. E molti altri... 
    Parchi per cani: Madison Square Dog Park,  nella parte occidentale di Madison Square Park (24th street), Carl Shurz Park,  523 East 85th Street. 

     


    Emily W. Roebling, la donna che ha completato il Brooklyn Bridge February 26 2017

    di Mariagrazia De Luca

    www.mariagraziadeluca.com

    E' stata una donna a dirigere i lavori di completamento del Brooklyn Bridge. Una targa posizionata su uno dei pilastri del ponte racconta in breve la storia della famiglia Roebling, dall'ingegnere John, morto ancora prima dell'inizio dei lavori, a suo figlio Washington rimasto invalido invece in un incidente durante la costruzione.  

    I costruttori del ponte (The Brooklyn Bridge Engineers Club) dedicano un tributo ad Emily Warren Roebling. 

    "Dietro ogni capolavoro vi è la devozione, la dedizione di una donna", afferma l'iscrizione. Emily ha preso le redini della situazione quando la tragedia che ha colpito la sua famiglia, prima il suocero e poi suo marito, sembrava voler impedire il completamento di quello che si rivelerà il capolavoro dei ponti, il primo ponte sospeso nella storia, il più amato dai newyorkesi e non solo. 

    Emily nacque nel 1843 a Cold Spring, nelle campagne dello stato di New York, come secondogenita di dodici figli. Emily era molto legata al fratello maggiore, capo della Fifth Army Corps durante la guerra civile americana. Fu durante una visita al fratello, nei pressi del quartier generale dell'esercito, che incontrò per la prima volta l'ingegnere civile Washington Roebling, il figlio del costruttore del Ponte di Brooklyn, John A. Roebling. Neppure un anno dopo, i due erano già sposati e dopo due anni Emily dava alla luce l'unico figlio che avrà in vita sua, a cui sarà dato lo stesso nome del nonno paterno. 

    Dopo la morte per infezione di tetano di John A. Roebling, prima ancora dell'inaugurazione della costruzione del ponte, il figlio si incaricò di continuare i lavori secondo il disegno originale. Tuttavia non passò molto tempo dalla tragedia del padre, quando Washington stesso fu vittima di un altro incidente sul lavoro: il "caisson disease." Quella del cassone era una tecnica innovativa che prevedeva il posizionamento di scatole giganti (chiamate appunto caissons) di ferro e cemento nel fiume, le quali venivano riempite di aria compressa e su cui venivano poggiate pesanti pietre per farle sprofondare fino a toccare il letto del fiume. Gli operai andavano a lavorare dentro i cassoni, scavando nel fango con l'obiettivo di trovare il fondale in pietra del fiume - operazione che ha richiesto dieci mesi di scavi - sui quali poi avrebbero costruito i pilastri reggenti del ponte. Durante questo periodo molti operai iniziarono ad avere sintomi inusuali, come vomito, sanguinamento dal naso, paralisi e nei peggiori casi la morte. Ai tempi non si era capito che il repentino cambio da alta a bassa pressione causava la formazione di bolle di nitrogeno nel loro corpo con consequenze simili a quelle dei subacquei che risalgono velocemente dalle profondità marine fino in superficie.

    Washington aveva contratto un caso molto serio di "caisson disease", che lo ha costretto al letto per il resto dei suoi giorni. Mentre guardava con il suo binocolo il procedere dei lavori dalle finestre della sua casa a Brooklyn Hights, sulla collina sopra Dumbo, la moglie, che era l'unica persona ammessa in camera di Washington, lo assisteva in tutto e per tutto. Emily si assunse la responsabilità di terminare il ponte, divenendo automaticamente la prima donna della storia dedicata ad un'opera di ingegneria di tali proporzioni. 

    Per quattordici anni Emily si è gettata totalmente nell'impresa ingegneristica, imparando ogni tecnica conosciuta riguartande l'arte della costruzione dei ponti, dai materiali e la loro resistenza, i cavi di costruzione (usati per la prima volta per un ponte di tale grandezza secondo il disegno di John Roebling), i calcoli matematici, ecc. tutto sempre con il supporto del marito malato. Per una donna non deve essere stato facile dover avere a che fare con i politici dell'epoca, dovendo anche essere in grado di arginare la concorrenza di altri ingegneri che volevano rubarle l'incarico dei lavori del ponte. 

    Poco prima del termine dei lavori per il ponte, Emily fece anche una battaglia in difesa di suo marito, al quale si voleva togliere il titolo di capo ingegnere, a causa della debilitante malattia. 

    La ricompensa è arrivata nel 1883, quando concluso finalmente il ponte, Emily poco prima delle cerimonie ufficiali, è stata la prima persona ad attraversarlo in carrozza. Con sé trasportava anche un gallo, simbolo di vittoria. 

    Dopo quattordici anni di lavori, con l'impiego di circa 4.000 impiegati, e per il costo di circa $15 milioni di dollari il ponte di Brooklyn, con il suo chilometro e ottocento metri di lunghezza e le 18.700 tonnellate di granito e acciaio, è completato. Le isole di Brooklyn e di Manhattan sono state unite indossolubilmente da questa incredibile opera architettonica, tanto che nel 1898 la città indipendente di Brooklyn è entrata a far parte di New York City. In meno di mezz'ora di cammino tanti pendolari, turisti, viaggiatori e residenti, hanno iniziato a spostarsi velocemente da un'isola all'altra, senza bisogno di prendere battelli. 

    Oggi come oggi, il ponte di Brooklyn è uno dei maggiori collegamenti della rete di trasporto della città, su cui passano giornalmente oltre 100.000 macchine. Il ponte. che è stato d'ispirazione per tanti altri ponti costruiti successivamente, è stato cruciale in due momenti critici vissuti dai newyorkesi di Manhattan. Sia durante l'attentato terroristico del 9/11 che durante il blackout  dell'agosto del 2003, migliaia e migliaia di persone si sono riversate sul ponte utilizzandolo come via di fuga. Nonostante le forti oscillazioni e il gemito rumoroso dei massicci cavi di acciaio, il ponte ha retto  sempre e comunque retto. 

    Attraversare il Brooklyn Bridge a piedi resta per me una delle più emozionanti esperienze da fare nella Grande Mela. Lo è in ogni ora del giorno, ma soprattutto al tramonto, salendovi dal lato di Brooklyn per camminare in direzione Manhattan. Lo skyline è semplicemente mozzafiato, con le luci dei grattacieli che si accendono mentre i colori del tramonto esplodono tra la linea del cielo e del fiume, con la Statua della Libertà e la Freedom Tower a ricordarci di quanto speciale sia il momento e il luogo di cui stiamo facendo esperienza. 

     

     

     


    L'apocalisse di New York nelle sculture della cattedrale di Saint John the Divine February 19 2017

    di Mariagrazia De Luca

    www.mariagraziadeluca.com

     È caduta, è caduta Babilonia la grande! Era diventata una tana di demòni, un rifugio per ogni uccello immondo e ripugnante, e per ogni spirito malvagio. Perché tutte le nazioni hanno bevuto il vino dell’ira provocata dalla sua depravazione. I governanti della terra hanno fatto l’amore con lei e i mercanti di tutto il mondo si sono arricchiti per il suo lusso sfrenato. Apocalisse, 18

    Saint John the Divine, la cattedrale anglicana più grande del mondo situata nel quartiere di Morningside Drive, alle porte di Harlem (111th street e Amsterdam Avenue), non è conosciuta solamente per il suo primato in grandezza, ma per alcune sue peculiari caratteristiche che la rendono unica, misteriosa ed anche spesso inquietante.

    Innanzitutto la cattedrale Saint John è stata ribattezzata The Unfinished, che potremmo tradurre con la "mai completata." Basta alzare gli occhi verso l'alto della facciata per notare che il timpano è ancora allo stato grezzo. Iniziata nel 1892 secondo un disegno romanico-bizantino, è stata successivamente, a causa della morte dell'architetto, riprogettata in uno stile neogotico. La prima funzione religiosa risale al 1941, in seguito all'attacco di Pearl Harbor, e nel 2001 è stata anche chiusa per alcuni anni a seguito di un devastante incendio. Il motivo per cui non sia stata completata è incerto: mancanza di fondi, la spiegazione ufficiale. 

    Sono soprattutto le atipiche sculture delle colonne dei profeti del portale di Saint John the Divine che la rendono una delle chiese più arcane di New York City. Mi riferisco in particolare all'interpretazione in chiave "contemporanea" dell'Apocalisse biblica di San Giovanni. La distruzione della città è il tema principale delle sculture.  

    La presenza degli edifici iconici newyorkesi non lasciano ombra di dubbio: le Torri Gemelle, il Chrysler e il Citigroup Center sono visibilissimi tra le fiamme, scoppiate in seguito all'esplosione di una specie di fungo atomico. La statua sovrastante la rappresentazione della caduta della città è quella del profeta Jeremiah, ma la città non è Gerusalemme, ma proprio New York City, la moderna Babilonia! Un velo di inquietudine è lasciato dal fatto che le sculture sono state completate nel 1997, appena quattro anni prima dell'attentato terroristico del 11 di Settembre. Sono in molti, soprattutto tra gli appassionati di esoterismo, a pensare che non sia stato un caso.

    Tra l'altro alcuni credono che non sia una coincidenza che proprio il 2001 sia stato l'anno dell'attentato terroristico e anche della chiusura della chiesa per un periodo piuttosto lungo a seguito dell'incendio. Le tante "cospiracy theories" trovano certamente un terreno fecondo con queste rappresentazioni misteriose di Saint John the Divine. 

    Nel pilastro alla destra di Jeremiah, continua la rappresentazione della distruzione di New York, con il ponte di Brooklyn che si spezza a metà, facendo cadere un autobus e delle automobili. La Statua della Libertà sta sprofondando, mentre poco più sotto è scolpita la Borsa di New York, The New York Stock Exchange, con persone intente a vendere oggetti di ogni tipo. 

    I mercanti della terra piangeranno e faranno lutto per causa sua, perché non ci sarà più nessuno che comprerà le loro merci. Apocalisse, 18

     Tra i pilastri più curiosi, ma anche più conturbanti, ve n'è uno che rappresenta la scena di una nascita. La testa di un bambino emerge da un probabile organo femminile, mentre ai due lati vi sono delle mummie, e un agnello con le zampe legate, simbolo dell'Anticristo. Un vortice in proporzione piuttosto grande si trova sotto l'agnello, ed ancora più sotto delle persone che pregano. Secondo molti rappresenta la nascita dell'Anticristo.

    Elementi di morte sono rappresentati in un altro capitello: teschi, scheletri e ossa. O sono delle forme aliene che minacciano l'umanità? Una croce, nel pilastro poco più in basso, punteggiata da occhi, tiene prigionere delle persone che sembrano essere state avvolte dal fuoco. 

    Anche Washington DC è sotto minacce atomiche, mentre un altro pilastro rappresenta invece l'Albero della Vita, simbolo mistico secondo la Cabala ebraica esoterica.

     

     La statua sopra il pilastro rappresentante l'Albero della Vita, è una delle più inquietanti: un uomo con un occhio coperto...  All-seeing eye, l'occhio della Provvidenza (che sta anche all'interno della punta della piramide rappresentata sulla banconota da un dollaro), ma anche l'occhio adottato dalla Massoneria  (compare nella iconografia standard dei massoni nel 1797). L'occhio che vede tutto, che ci controlla. 

    Un brivido corre lungo la schiena nell'osservare la trasfigurazione di simboli biblici antichi nel nostro mondo contemporaneo. I simbolismi sono indubbiamente complessi e per questo aperti a molte e controverse interpretazioni. Cosa volevano comunicare gli architetti in modo più o meno velato? E se ci fosse un disegno massonico dietro, come la copertina della rivista massonica Masonic World  affermò nel 1925? In tanti lo pensano (basti guardare i tanti video su YouTube in cui vengono formulate creative teorie apocalittiche e cospirative riguardanti la cattedrale), altri preferiscono guardare ai pilastri di Saint John come opere d'arte frutto della libera creatività di artisti contemporanei.

    Tutto è possibile, e in definitiva Saint John the Divine, per via del suo lato misterioso, resta una delle architetture più affascinanti della Grande Mela. Speriamo solo che non cada mai, la nostra amata Babilonia newyorkese!  

     

     


    Il mercato della Little Italy di Arthur Avenue February 18 2017 1 Comment

     di Mariagrazia De Luca

    www.mariagraziadeluca.com

     

    La "vera" Little Italy newyorkese non è quella di downtown Manhattan, quasi sommersa ed inglobata da Chinatown, ma quella di Arthur Avenue nel Bronx.

    Continuo a ripeterlo a tutti gli amici italiani in viaggio a New York che mi chiedono dove andare per incontrare la comunità italo-americana. 

    La Little Italy del Bronx si concentra tra la 187 e la 184 street di Arthur Avenue nel quartiere di Belmont. I nostri compatrioti hanno iniziato a stabilirsi nel quartiere verso la fine del XIX secolo, quando lavoravano come operai alla costruzione del limitrofo zoo del Bronx. In quei pochi "blocks" di Arthur Avenue sono concentrati ristoranti italiani, supermercatini dove comprare mozzarella di bufala e mortadella, salumerie, negozietti specializzati in prodotti made in Italy.

    Camminando in lungo e largo per Arthur Avenue vi capiterà di trovarvi a chiacchierare con la gente del posto. "Sei italiano? Di dove?" ti chiederanno, e poco dopo coglieranno il pretesto per raccontarvi le loro storie, quelle dei loro genitori, nonni e anche bisnonni che si sono trasferiti nel quartiere talvolta anche oltre mezzo secolo fa. Gli italo-americani di Arthur Avenue parlano dialetto salernitano, napoletano o siciliano mescolato allo slang americano e adorano l'Italia, terra mitica su cui spesso non hanno mai messo piede.

    Il centro italo-americano di Arthur Avenue è il mercato. E' un posto incredibile. Siamo nel Bronx o in qualche mercato rionale italiano?

    David Greco, terza generazione nel mercato di Arthur Avenue

    David di Mike's Deli mi racconta la lunga tradizione familiare legata al mercato di Arthur avenue. "I miei nonni materni sono emigrati da Napoli a New York nel 1919.  Nonno Gennaro viene dal cuore di Napoli, invece nonna Maria, chiamata da noi Nonnabella, da Nola. Dopo essere stati per un periodo di tempo a Brooklyn, si sono trasferiti qui nel Bronx, a Belmont. Nonna diceva che qui nel Bronx l'aria era più fresca". Al posto del mercato aperto da Fiorello La Guardia nel 1940, David mi racconta, c'era un tempo un campo dove pascolavano pecore. Sua nonna, rimasta vedova molto presto, ha mandato avanti il banco di macelleria  che insieme al marito avevano aperto nel mercato. 

    "Papà è venuto dalla Calabria all'età di 17 anni, con il suo gemello Giuseppe. Sono partiti con 100 dollari in tasca", mi racconta David.  Michele ha poi iniziato a lavorare al mercato di Arthur Avenue, dove ha conosciuto e sposato Antonietta, la mamma di David, figlia di Nonnabella e nonno Gennaro. Papà Michele o, all'americana, Mike, ha oggi 88 anni e tutti i giorni viene la mattina presto al mercato.

    David prepara mozzarella fresca ogni giorno, e manda avanti con passione il lavoro iniziato dal nonno e continuato per oltre sette decenni dal papà. Oltre ad importare prodotti alimentari di qualità dall'Italia, David produce i propri, come la passata di pomodoro "Fra Diavolo", per gli amanti del piccante.

    David mi spiega la differenza tra il panino di Trump e quello di Hillary Clinton che sono esposti l'uno accanto all'altro nel suo bancone. "Nel panino Trump ci stanno tantissime cose, come tacchino, prosciutto, salame, roast beef, formaggio svizzero, formaggio americano, pomodori, cipolle, ecc.", quello invece dedicato a Hillary Clinton  è più moderato, con "mozzarella affumicata, pomodori secchi, peperoni, olio d'oliva."

    David è una fonte d'informazioni inesauribile sulla storia e aneddoti riguardanti il mercato di Arthur Avenue. Mi racconta che quando il sindaco La Guardia inaugurò il mercato, vi erano oltre cento venditori a farsi competizione. "Come potevano starci tutte queste persone qui dentro?" chiedo a David incredula. "Ognuno di loro aveva a disposizione uno spazio piccolissimo, e magari vendeva solo un tipo di prodotto. Successivamente si sono ridotti a quindici e meno".

    David mi invita a sfogliare un album di fotografie che, da quelle in bianco e nero della metà del 1900 fino alle più recenti a colori, raccontano tanti momenti importanti vissuti dalla famiglia qui nel mercato. "Per noi la qualità è la regola. Abbiamo anche clienti importanti," David mi mostra foto in cui è in presenza di Leonardo Di Caprio e Robert De Niro.

    I prodotti italianissimi di Modesta, signora salernitana

    Saluto e ringrazio David, e continuo la mia passeggiata per il mercato di Arthur Avenue. Mi imbatto nel banco di Modesta, una signora salernitana, che vende  prodotti introvabili altrove, dai confetti alle mandorle, ai biscotti Plasmon, le Praline Strega al limoncello, il torrone siciliano Condorelli, il Chinotto San Pellegrino. Dispone anche di piatti già pronti, come le melanzane sott'olio. 

     

    Caffè e frutta 

    Immancabile ad Arthur Avenue è il caffè. 

    Un'ampia sezione del mercato è occupata dal banco della frutta.

    Icone italo-americane, americane e... sigari cubani

    Camminando tra icone italo-americane come la rappresentazione a grandezza originale del Padrino, ma anche tra poster di americani famosi come Marilyn Monroe e James Dean, m'imbatto in un laboratorio dove producono sigari cubani artigianali.

    Mi rendo conto che il mercato di Arthur Avenue, pur essendo il tempio italo-americano del Bronx è, come l'anima stessa di New York City, multiculturale. Alla fine decido di comprarmi un arancino siciliano da David (non sapevo proprio quale scegliere tra il panino di Trump e quello di Hillary), i confetti alle mandorle della signora Modesta e un sigaro cubano.

    Non ho mai fumato un sigaro cubano, ma non posso perdere l'occasione di fare un viaggio culturale intercontinentale che, partendo dal centro del Mediterraneo arriva fino ai Caraibi, passando ovviamente per il mercato di Arthur Avenue del Bronx. 

     

     


    Cinque favolosi hotel con piscina a New York February 18 2017

    1) Dream Downtown

    • Indirizzo: 355 West 16th Street (8th/9th Avenues), New York, NY 10011
    • Telefono: 001-212-229-2559
    • Prezzo: a partire da 245 $ a notte
    • Website: Dream New York Downtown
    • Giudizio di Piero: Hotel fantastico, noi ci veniamo anche per il tour dei rooftop d'estate, visto che ha una terrazza davvero mozzafiato. Si trova nel Meatpacking District, zona poco turistica ma molto animata di notte. Discoteche, e ristoranti si concentrano tutti qui. Consigliato.

    2) The James New York

    • Indirizzo: 27 Grand St. New York, NY 10013
    • Telefono: 001-212-465-2000
    • Price: stanze a partire da 400$ a notte
    • Website: The James New York
    • Giudizio di Piero: Hotel Boutique, la piscina è favolosa, con una vista unica sui grattacieli di Wall Street. Siete nel cuore di SoHo.

    3) Millennium Hilton

    • Indirizzo: 55 Church Street New York, NY 10007
    • Telefono: 001-212-693-2001 
    • Price: stanze a partire da 150 $ a notte
    • Website: Millenium Hilton
    • Giudizio di Piero: Posizione fantastica, proprio di fronte al memorial dell'11 settembre. Bella anche la vista dalla camera. La piscina è al coperto, quindi accessibile tutto l'anno.

    4) Gansevort Park Avenue

    • Indirizzo: 420 Park Avenue South New York, NY 10016
    • Telefono: 001- 212-206-6700 
    • Prezzo: stanze a partire da 300 $ a notte
    • Website: Gansevoort Park Avenue
    • Giudizio di Piero: Vicino all'Empire, hotel di lusso, con una piscina che mi toglie il fiato soprattutto per la vista. Bella anche la decorazione nel fondo della piscina. Anche questo lo utilizziamo per il tour dei rooftop!

    5) Le Parker Meridien

    • Indirizzo: 119 West 56th Street New York, NY 10019
    • Telefono: 212-245-5000
    • Prezzo: Stanze a partire da 269 $ a notte
    • Website: Le Parker Meridien
    • Giudizio di Piero: Questa piscina la amo, se non altro per la vista sul Central Park, e perché è al coperto. Vi potete rilassare dentro anche quando fuori siamo a -10 gradi centigradi. Poi per un hamburger dentro l'hotel c'è il mitico Burger Joint, una istituzione.

    Romanzo su New York, la vita, l'amore, l'inizio del viaggio (3) February 17 2017

     

    IN EQUILIBRIO

    SOPRA LA FINE

    DEL MONDO

    di Piero Armenti

        Primi due capitoli qui

        Terzo e quarto capitolo qui

                                            Sintesi primi quattro capitoli

    Il protagonista incontra sul ponte di Brooklyn una ragazza, durante una tempesta di neve. Fa freddo, sono entrambi molto coperti. Lei gli chiede di prestargli i guanti, lui lo fa. Tempo dopo vede i suoi guanti al poggiati su un tavolo del ristorante in cui lavora. Rimane fisso ad osservare il bagno, nell'attesa  che la ragazza a cui aveva prestato i guanti esca. La ragazza esce, lo tratta male, e gli dice che i guanti glieli ha prestati un'altra amica. Il protagonista andrà a cercare quest'altra amica in una discoteca, ma lei nega. Il mistero si infittisce.

    5

    “Che fai qui Camila?” La sorella di Diego è arrivata dal Messico. Ha  20 anni, qualcuno meno di Diego, ma sembra molto timida e impaurita. Strano, ho commentato a Diego. I messicani sono gente allegra. Mi ha fulminato con lo sguardo: “Colpa della frontiera”.

    Di lei dopo quel giorno non ho  saputo più nulla, fino a quando non l’ho vista al Rockefeller Center, con un cartellone in mano. Gridava e cercava di vendere i tour. “Hola amigo, sto vendendo i tour, ti interessa?”. “No, non mi interessa. Ma non sapevo che lavorassi qua. Diego non mi aveva detto niente”. “Sì, è una compagnia peruviana, fanno tour e si occupano di turismo”. “E guadagni bene?”. “Sì molto, se vendo 10 tour sono 300 dollari di commissione”. Non male, proprio non male per una ragazza che in Messico quella cifra non l’avrebbe vista neanche in un mese di lavoro. Ma è il miracolo di New York, città mercantile. Nei lavori da ufficio si guadagna poco. Ma appena conoscete la strada, appena entrate in quel gran segmento di lavoro che i newyorkesi non farebbero mai, allora potete guadagnare cifre alte. Certo a patto di consumarvi, perché la fatica consuma. Ma almeno si guadagna. Non c’è altra ragione che possa spingere i disperati a venire qui, che possa trasformare i professori universitari di paesi poveri in operai, gli scienziati in tassisti, gli ingegneri in pizzaioli. Non c’è una vera ragione per vivere a New York, se non quell’incredibile canto delle sirene che è il denaro. Falò delle vanità. La bellezza dei musei, la bontà dei suoi ristoranti, la pace di una passeggiata nel Central Park. Nulla di tutto questo importa. Qui l’unica ragione per venire, e per restare, è che puoi fare soldi, facendo qualsiasi cosa. E poi magari mandarli a casa, aiutare la famiglia. Per questo molti dal Messico e dall’America Centrale rischiano tutto per venire fin qua, salgono a volte su treni mercantili conosciuti come treni della morte o la bestia. E non è poco, rischiare la vita. Camila ha ritrovato il sorriso. Credo siano passate poche settimane da quando è arrivata a New York, e già è stata catturata da quella frenesia del fare tipica della metropoli. È per strada, a gridare, ad accalappiare clienti, a inventare informazioni su New York, a parlare di cose di cui non ha idea. “Ma la polizia? Non ti dice niente?". Niente, anzi scherzano con lei. Andiamo, mi dico tra me e me, chi vuoi che veramente prenda sul serio un clandestino a New York. Ce ne sono tantissimi.  Il giorno successivo mentre sono al Don Coqui a ballare con Camila e Diego, arriva un loro amico, un certo Daniel. A un certo punto vedo che escono fuori tutti e tre. Si appoggiano ad un’automobile. Daniel caccia fuori una busta, e loro gli danno in cambio dei soldi. Poi parlano un momento, e rientrano dentro. Inizio a temere che dentro ci sia della droga, che possa io stesso cadere in un giro di equivoci, e non è proprio il caso, visto che già sto nei casini di mio con il visto. Loro continuano a parlottare, fratello e sorella attaccati al bancone del bar, mentre io ballo con Madelayne, una colombiana che mi trascina in una Salsa molto hot. Ma io sono troppo distratto per concentrarmi. Sono ossessionato solo da una cosa. Sapere cosa c’è in quella busta. Madelayne mi racconta la sua storia e intanto balla e grida: “Aquel maldito!”. Io le ripeto cosa? Lei continua: “Non me lo sarei mai aspettato”. Vuoi che ci sediamo, le dico!  Accetta l’invito, e ci sediamo su alcuni divani comodissimi. Lei inizia a raccontare. “Arriva a casa un giorno, si siede sul divano. E mi dice che mi deve dire una cosa. Io lo guardo e gli dico: parla. E lui inizia a parlare” “E cosa ti dice?”. “Era così un bravo ragazzo, lì in Colombia il migliore della scuola. Poi insieme ai genitori  sono scappati a Bogotà, sai quelle cose della guerriglia, e infine sono venuti a New York, e sai cosa mi dice?”. “ No cosa ti dice?” “Che poi tutte mi invidiavano, pure Gloria la mia migliore amica. Mi dicevano che sono fortunata, ho un ragazzo che studia Legge negli Stati Uniti, che farà l’avvocato, che sarà una persona rispettata a New York, nella comunità ispana. Che vivremo in un appartamento bonito”.  “Si ma cosa ti dice?”. “Cioè allora capisci che quando ho scoperto di essere incinta, anche se non eravamo sposati, ero felicissima. Mi sono detta ok, siamo stati sempre poveri, abbiamo vissuto una vita di stenti, ed è vero che io più della cassiera al supermercato non posso fare. Ma il padre dei miei figli sarà avvocato, sai cosa significa per una donna venuta dal nulla come me?”. “Sì, ma cosa ti dice, cosa ti dice dopo essersi seduto sul divano?”. “E credimi, non me lo sarei mai aspettato. Non beveva, non fumava, non faceva battute volgari. Sempre molto ordinato, equilibrato. Sempre così a modo. Tutti ottimi voti. L’uomo ideale”. “Sì, ho capito ma cosa ti dice diamine!”. “Che poi dovevamo anche sposarci. Lo sai sposarci. Io ero convinta che dopo qualche giorno mi avrebbe dato quel fucking anello che avevo visto nella sua giacca”. “Sì, ma si può sapere cosa è successo?”. “Sai cos’è? Io lo avrei anche perdonato, ma non c’è stato modo. Mi dice che non solo aveva messo incinta me, ma anche Gloria. La mia migliore amica. Allo stesso tempo”. Silenzio, a quel punto rimango neutralizzato, non so che dirle. Stavo anche tentando di accarezzarle il braccio. Ma mi blocco. Non ricordo se ci sia stato un seguito di quella conversazione. Ricordo solo che subito dopo ci baciamo. Un bacio molto triste a dire il vero. Lei mi dice che vuole rivedermi. Io rispondo che sì, forse. Quel giorno è finito così, con queste ultime parole: “Alla fine ha chiesto a Gloria di sposarlo. E Gloria la mia migliore amica da quel momento ha smesso di parlarmi. Ed eccomi qui. Ho 28 anni, un figlio di 6, e sono una donna sola, come tante latine qui a New York”. So già che non la rivedrò più.   Fuori dal locale, mezzo ubriaco, tiro Diego per un braccio, e grido: “Cosa c’è in quella busta?”. Lui ride, e mi mostra il contenuto. C’erano la green card e il social security falsi, per permettere alla sorella di lavorare. Decidiamo di andare tutti a celebrare l’evento con un tacos!

     

    6

    Confesso di averlo sperato nei giorni successivi. Che tornasse la ragazza a cui avevo prestato il guanto bianco. Mi ero convinto che prima o poi sarebbe tornata, anche se mi aveva mentito e aveva finto che il guanto fosse di un’amica. In fondo ho pensato che per una bella ragazza di New York io dovessi essere peggio dell’ultimo clandestino. Il lavoro di bus boy non era tra i più duri, ma bisogna essere svegli, veloci, rapidi. Sparecchiare e apparecchiare i tavoli, versare l’acqua, interpretare quello che pensa il cameriere e il cliente. Essere tra due fuochi. Qui a New York il ristorante può riempirsi ad ogni ora, e gli americani vengono a cena in genere tra le cinque e le sei e mezza. Per diventare cameriere avrei dovuto imparare l’inglese, conoscerlo un po’ meglio. Matteo mi trattava bene, era il proprietario del ristorante, ma penso che lo abbia ereditato dal padre. Non è la sua passione cucinare, lui ama il body building e gli piace fare la bella vita, essere accompagnato da donne. Non beve, non fuma, non usa droghe e dal primo giorno che l’ho visto mi ha detto qual era la strada da intraprendere per avere successo: bisogna essere oltre ogni vizio. “Sarà dura, ma se resisti, se ce la fai, l’America ti dà grandi soddisfazioni”.  Ti dà grandi soddisfazione? Questo speravo. Una sera, prima si terminare col turno, Matteo si dà uno schiaffo sulla fronte: “Caspita, bro, mi sono dimenticato di dirtelo! La ragazza dell’altra volta è tornata”. Mi si gela il sangue nelle vene. “Quale ragazza?”. “Dai quella, hai capito quale”. Non posso crederci, voglio ulteriore conferma. “Quella che stava seduta lì, quella bella?” faccio cenno con la mano. “Certo certo, quella!” risponde Matteo. “E ha chiesto di me?”. “No, non ha chiesto di te, però ho la sensazione che fosse venuta per te”. Dai mi stai prendendo in giro? “No, davvero. Si guardava intorno, mi ha occupato anche il tavolo per più tempo del previsto!”. “Ma mica ti ricordi cosa ha ordinato? “Un’insalata Caesar”. Quel giorno decisi di fare qualcosa che non si potrebbe fare, andai a guardare i nomi di tutti coloro che avevano pagato con una carta di credito. Se aveva pagato con la carta di credito, e quasi tutto lo fanno, potevo conoscere finalmente il nome. Per mia sfortuna quel giorno c’erano state addirittura otto persone che avevano mangiato solo insalata Caesar, e di queste 5 avevano pagato con carta, e di queste solo due avevano un nome femminile. Per qualche strana ragione mi convinsi che lei doveva essere russa, e il suo nome era Viktoriya Semyonov.  Quel giorno stesso a casa iniziai a cercare su Facebook. Dovevo trovare questo nome. Mi resi conto subito che era uno dei cognomi più diffusi al mondo. Ma tra un caffè e l’altro la ricerca fallì. Decido di scendere, e andare a sentire un po’ di Jazz al Fat Cat, dove l’ingresso costa 3 dollari e ti puoi anche rilassare un po’. Probabilmente il profilo facebook non era accessibile, o usava un nome falso, o forse non lo aveva nemmeno. Però la cosa più probabile è che quella non fosse lei. Magari aveva pagato in contanto. O forse è tutto un grande equivoco.  Forse mi ero sbagliato, la ragazza del ponte e quella seduta al tavolo non erano la stessa persona. E ancora non capivo quale delle due mi interessasse veramente. Mentre ascolto un po' di Jazz, un ragazzo mi chiede di giocare a ping pong con lui, e mi sembra un’ottima idea. Si chiama Joy Turner, e vuole fare il pittore, è afroamericano. “Da dove vengo io, in Alabama, essere nero è ancora un bel problema. Poi capirai, se sei come me, nero e anche gay, non hai molte scelte. Meglio andar via. I miei genitori mi hanno guardato negli occhi. A loro non ho mai detto che sono gay, ma lo sanno, l’hanno capito. Ho guardato loro negli occhi ed ho detto io vado via, per sempre.  E loro mi hanno semplicemente detto di sì. Ho preso lo zaino, e sono qui. Per loro il fatto che io stia qui a New York, studi letteratura inglese alla Cuny, e faccia l’artista è motivo di grande soddisfazione. Sono il loro piccolo Obama. Conosci Basquiat, l’artista più quotato al mondo. Era nero e di Brooklyn. Manhattan è il posto in cui stare se sei parte di una minoranza. Non ti senti discriminato, caspita ma hai visto più in là, c’è lo Stonewall Inn, qui si sono ribellati contro la polizia. Alla fine degli ’60 si ribellarono, i gay, le cosiddette femminucce, fecero la storia di questa città.  Allora sembrava impensabile, e da lì nacque tutto. A New York mi sento a casa, è la mia casa. Sono nero, ma non mi pesa, sono gay, ma non mi pesa. Studio letteratura, faccio la mia arte, per fare un po’ di soldi lavoro nel bar del mio quartiere. Sono felice”.  L’energia di Turner mi contagia, è l’energia che hanno tutti i newyorkesi, a ogni età, di ogni condizione sociale.  Il suo racconto mi intristisce, poso la racchetta sul tavolo, e parlo: “Ti invidio sai, io sono qui semiclandestino, anzi clandestino totale. Sono rimasto oltre i tre mesi dell’Esta. Ho conosciuto una donna che non riesco neanche a ritrovare. Non lo so, ma del mio futuro non so nulla”. Bullshit. Inizia a gridare e a sbattere sul tavolo la racchetta da Ping Pong. Bullshit, continua a gridare ancora più forte, mentre io mi giro attorno e ho paura che ci prendano per pazzi! Bullshit, Man, Bullshit Man. Continua: “Fesserie, stupidaggini”. La serata finisce piacevolmente, ci scambiamo i numeri, ci salutiamo. Abbiamo bevuto entrambi: “Tu nero e gay, io clandestino, siamo noi New York, siamo noi la vera America!"

     


    Dove vi regalano da mangiare se acquistate un drink February 08 2017

    1) Cocodrille Lounge 

    Con un drink vi regalano una pizza.

     2) Croxley Ales

    Dalle 5 alle 7 del Venerdì, chicken wings gratis con l'acquisto di una birra.

     

    3) The Thirsty Scholar

    Tranci di pizza gratis con l'acquisto di un drink, alle 18 e alle 22.

     

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    4) Rudy's Bar & Grill

    Hot Dog gratis con l'acquisto di un drink, che tra l'altro è molto economico.

    5) American Beauty

    Una pizza intera con ogni drink!