Romanzo su New York December 19 2016 2 Comments

IN EQUILIBRIO

SOPRA LA FINE

DEL MONDO

di Piero Armenti

 

 I primi due capitoli li puoi leggere cliccando qui 

                                          Sintesi primi due capitoli

Il protagonista incontra sul ponte di Brooklyn una ragazza, durante una tempesta di neve. Fa freddo, sono entrambi molto coperti. Lei gli chiede di prestargli i guanti, lui lo fa. Tempo dopo vede i suoi guanti al poggiati su un tavolo del ristorante in cui lavora. Rimane fisso ad osservare il bagno, nell'attesa  che la ragazza a cui aveva prestato i guanti esca.

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Quando rientra nella sala, rimango senza fiato. E’ difficile descriverlo, è difficile anche ammetterlo. Ma la bellezza può rovinare il sonno, fermarti il respiro, far passare in secondo piano ciò che è attornoCammina, vola con un passo lungo verso il tavolo, bionda, labbra sottili. Neanche voglio sapere di dove sia. Osservo soprattutto quei suoi passi lunghi, veloci, netti, con cui falciare la metropoli, attraversarla passando sopra ogni piccolo ostacolo. E’ lei, quella è la sua camminata. La riconosco. “Que pasa amigo” mi ripete Diego. “Porta il pane, il pane”. Io rimango fermo. Lui continua: “Vuoi che ti licenzino”. Mi smuovo un attimo. Ok. Inizio a camminare tra i tavoli, l’osservo da ogni angolo. Lei tira fuori il Mac, e si immerge nel suo mondo, con le cuffiette bianche nelle orecchie.

Quando arriva il momento di avvicinarmi a lei, per portarle il pane, faccio una piccola deviazione per allungare il tragitto, ho il cuore in gola. Arrivo, e neanche alza lo sguardo per salutarmi. Non vedo i guanti, forse ho sbagliato. Forse il tavolo è un altro. Mi guardo attorno nervoso, ma non vedo altre persone sole. Il padrone Matteo, un italoamericano palestrato, esce fuori dalla cucina, e inizia a fissarmi. Matteo è una persona buona, raro da trovare nel mondo della ristorazione, e so che non mi caccerà via così facilmente. Un giorno vi parlerò anche di lui. Matteo mi sorride. Me la indica, e me lo chiede: “La conosci?”. “Non lo so”, rispondo. “Che significa non lo sai?” Continua a sorridere.

La storia è troppo lunga, e forse anche un po’ patetica, quindi evito di raccontargliela. Ma mi dà coraggio, devo andare, prima che Matteo mi torturi con altre domande. Con passo svelto, trattengo il fiato, e vado. Entro in una dimensione di rintontimentotutta mia, mi ronzano le orecchie, attorno tutto scompare, fisso solo il punto dove devo arrivare, senza vederlo veramente.

Mi avvicino, rimango fermo un attimo davanti a lei, ma non so come attirare la sua attenzione. Non potrei farlo, sono il bus buy, io le ordinazioni non le prendo, ma le strillo di ordinare. Lei alza lo sguardo, si toglie le cuffiette. Forse mi ha riconosciuto. “Peach Salad with Grilled Chicken” Mi dice. E abbassa di nuovo lo sguardo. Io rimango lì, se ne accorge, si toglie di nuovo le cuffiette, e così alla fine decido di chiederglielo. “Ho visto che avevi dei guanti bianchi. Non è che per caso te li abbia prestati io sul ponte di Brooklyn.” Lei prima tace, poi alza le mani, fa finta di non capire. Poi prende i guanti e dice: “Questi?”.  Esatto quelli. “Non sono i miei. Me li ha prestati un’amica, Irina, che lavora all’Output, la discoteca di Brooklyn. Parla con lei, la trovi il fine settimana e poi te li ridò volentieri". Rimango deluso. Non è lei, e avrei voluto lo fosse. La ringrazio, e scompaio da quel tavolo. Subito dopo va il cameriere a prendere l’ordine, lei arrabbiata gli dice che già l’ha dato a me, faccio un cenno da lontano per confermare. Matteo si avvicina e me lo chiede ancora, ma con tono serio. “Chi è?”. Ma neanche sta finendo la frase, che io scappo verso la cucina. Abbattuto a uno sgabello, mi prendo un minuto per pensare, per chiudere gli occhi. Se li chiudi fino in fondo, se li stringi forte, puoi vedere dall’alto il profilo dei monti che si immergono nella Costiera amalfitana, sentire l'odore del profumo dei limoni, e un attimo dopo ti scorrere sulla pelle la brezza marina. Ha ragione Diego: ce ne volevamo andare veramente? Torno a fare il mio lavoro.

 

4

Allora non sei neanche tu”. La musica non lascia scampo, fa sparire le parole, nasconde. Copre e occulta e ogni cosa. Ogni piccola miseria viene lanciata più in là, durante la notte, fino all’alba. Devo gridare più forte per farmi sentire. Sono in discoteca, a Brooklyn, in un luogo chiamato Output. Non la sopporto questa musica, ma non sono qui per ballare, finalmente ho individuato Irina, dopo aver chiesto attorno. La ragazza  socchiude gli occhi infastidita. Mi ripete “What? What?”, io continuo a gridarle parole che possano fare scattare in lei qualche ricordo. “Guanti” le dico.  Vorrei mi riconoscesse. Ma lei continua a guardarmi come fossi pazzo, continua a non capire. Vedo solo che ha fretta di togliersi un ebete di torno. E quell’ebete sono io.

Ha dei cocktail alla vodka da portare al tavolo, deve fare in fretta, perché anche lei lavora con le tips. La sua vita dipende dai sorrisi, dalla velocità, e dai vestiti corti che possono spingere a una mancia generosa. E poi ogni tavolo è una fatica. Fare a spallate tutta la notte, con gente che a un certo punto neanche si regge in piedi, con clienti che ci provano continuamente. Ma anche questo è un lavoro privilegiato, lo fanno le ragazze belle che sono arrivate da poco a New York, e se un tavolo è buono,  i soldi sono davvero tanti. Mentre io continuo a gridare, lei prende e se ne va scuotendo la testa. 

Non è lei. Le credo, mi sembra sincera. Strano. Improvvisamente proprio mentre cercavo di farmi capire, mi sono reso conto di non aver mai saputo il nome della ragazza dei guanti bianchi.  Mi è scivolata tra le mani nel posto in cui io lavoro troppo velocemente, senza che io abbia fatto la domanda più semplice e scontata: come ti chiami?

Col mio cocktail in mano rimango fisso a guardarmi attorno. E’ questa New York. Lo penso mentre sono immobile. Sono fermo, piantato sui piedi. Mi estraneo da tutto, la musiche e le persone diventano un unico grande corpo molle, e io ci sono dentro.

La notte di New York è bella. Si riproduce l’unica democrazia possibile, che è quella notturna.  Tutte le categorie del giorno saltano, allo stesso tavolo puoi trovare lo spacciatore del Bronx, il banchiere di Wall Street, l’infermiera filippina del Queens. E tra un brindisi, una pacca sulla spalla, uno sguardo complice, immediatamente riconosci nell’altro uno come te. Un newyorkese, con tutto il suo pizzico di follia, ambizione e delusioni. Lontano da qui, di giorno,  si diventa diversi. I banchieri di Wall Street se ne stanno a Tribeca. L’infermiera del Queens va nel ristorante di Middle Village, e lo spacciatore del Bronx rimane nel suo quartiere. Di notte tutto salta, si rigenera il miracolo della metropoli:  questo estremo comprimersi di tante vite diverse nel minimo spazio di un tavolo. Un quadrato, al massimo un rettangolo.

Guardo il mio cellulare. Diego è fuori, mi ha chiamato 10 volte. Si è finto malato per accompagnarmi, e ora mi sento in colpa, l'ho lasciato solo. Esco di corsa. Mi ero dimenticato che questa serata era anche per celebrare l’arrivo della sorella. Era partita dal Messico per attraversare la frontiera,e dovrebbe arrivare a giorni. Appena fuori al locale, lo vedo ubriaco  e in lacrime, a terra. “Non puoi capire”. Mi dice, non puoi capire. “Es un infierno la frontera. Un infierno”. Lo prendo di peso, e lo butto nel primo taxi che passa. Ma siamo troppo ubriachi, soprattutto lui, e il tassista apre lo sportello e ci getta fuori a spintoni. Se gli vomitiamo nel taxi dobbiamo dargli 100 dollari in più per pulirlo. “Chinga de tu madre”, grida Diego da terra e inizia a ridere come un pazzo. Un attimo, mi dico.  Scorgo in lontananza delle luci, mi sembra il profilo di Manhattan. Cazzo, penso, è vero. Siamo a due passi dall’East River, e neanche ci siamo goduti il panorama. "Diego Vamos". Lui a stento si regge. Inizia a seguirmi barcollando. “Pedro, adonde vamos?”. Pedro sono io, anche se il mio vero nome è Piero, e per gli americani Peter. Vieni, gli strillo, e assieme arriviamo in quel luogo magico che sono le sponde dell’East River. Man mano che ci avviciniamo, si apre davanti a noi l’orizzonte. Le luci incredibili di Midtown, l’Empire illuminato di bianco, rosso e verde, la punta del Chrysler, e mille edifici di cui non sappiamo nulla.Mira, mira, Diego è come la bandiera dell’Italia”. “No, es la bandera de Mexico”. Litighiamo, scherziamo, ci gettiamo a terra. “Te lo immagini che un giorno tenemos una casa bonita” dice indicando un grattacielo. “Io non immagino nulla” Siamo sull’erba, e  rimaniamo in silenzio. A lasciarci cullare dalle luci, dai  rumori della metropoli. Siamo a New York, cazzo, e ci siamo perché vogliamo fare qualcosa di importante. “Non era lei?” Mi chiede Diego. “No, non era lei” rispondo io.  Sì, la ragazza dei guanti mi aveva mentito. E in fondo ne ero felice.

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